Sabato 06 Giugno 2020
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Sto vivendo nel terrore che qualche altro mio famigliare PDF Stampa E-mail
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non ce la faccia ad aspettarmi

È sempre la solita, costante paura che mi perseguita

da quando mio padre è morto senza potermi salutare

di Altin Demiri

 

Avevo da poco compiuto ventuno anni quando sono stato arrestato per l’omicidio di un mio connazionale. Ero arrivato in Italia con i grandi e unici sbarchi del 1991 con migliaia di albanesi che fuggivano dal loro paese con tanti sogni e speranze. Come pochi ebbi la fortuna di trovare in poco tempo casa e lavoro. Ero venuto solo lasciando a casa genitori e famigliari, ogni mattina andavo a lavorare con il pensiero che da lì a poco mi sarei sistemato insieme ai miei cari. Per tre anni la mia vita fu uguale a quella di milioni di persone oneste che ogni mattina vanno a dare il loro contributo alla vita della società. Il mio contributo consisteva nel produrre i gelati, eh sì!!! i miei gelati piacevano molto alla gente, i bambini con il loro indice puntato sul gusto preferito erano i miei più sinceri “fans”. Era il novembre del 1994 quando i poliziotti mi misero le manette ai polsi. Trasportato dall’irascibilità dei miei vent’anni avevo commesso un omicidio, e inevitabilmente la giustizia si accingeva a presentarmi il conto, il suo conto. Ero cosciente della gravità del fatto, e che era tanto più grave delle mie intenzioni, ma non conoscevo ancora tutta la sofferenza e la disperazione che questo fatto avrebbe causato nei famigliari delle vittime come nei miei famigliari. Tutto ciò mi addolora, avrei voluto che quella rissa fosse terminata in maniera diversa, o meglio che non fosse mai iniziata, ma la giustizia intanto faceva il suo corso, e dopo due anni di reclusione sono sprofondato in un abisso interminabile. Finiva così anche il sogno di unirmi alla mia famiglia e restavano solo le tante scuse per il grave reato commesso. Per telefono insieme alla notizia della lunga condanna ripetevo urlando che non era niente, che tutto sarebbe finito e che presto saremmo stati di nuovo assieme, però dentro la mia testa rimbombava la paura che quel giorno sarebbe stato così lontano che loro non ce l’avrebbero fatta ad aspettarmi in vita.

 

In questi otto anni di carcere non ho potuto vedere nemmeno una volta i miei genitori, mio fratello, mia sorella

Aprile 2002. Sdraiato sulla branda della mia cella ascolto il telegiornale delle tredici. Tra una cronaca e l’altra inaspettatamente arriva la notizia che aspettavo da anni: il Ministro della Giustizia proclama di voler mandare tutti i detenuti albanesi a scontare la pena al loro paese di origine. Il cuore comincia a battere a mille, in questi otto anni di carcere non ho potuto vedere nemmeno una volta i miei genitori, mio fratello, mia sorella o un parente; visti d’ingresso in Italia per un incontro con un famigliare detenuto non vengono proprio rilasciati dal Consolato italiano in Albania. Il proclama del Ministro ha il tono di una minaccia ma per me è una vera gioia, mi inginocchio e ringrazio Dio di questo intervento provvidenziale: finalmente potrò rivedere i miei cari, le mie vecchie paure iniziano ad attenuarsi già ad immaginare i miei prossimi anni di carcere: regolari colloqui come li fa il mio compagno di cella italiano, camicie lavate e stirate da mia sorella, piatti caldi cucinati da mia madre, ma forse sto andando troppo veloce con la fantasia; mi accontenterei dei loro baci e del loro affetto. Dio sa quanto vorrei che tutto questo si avverasse. Novembre 2004: sdraiato sulla stessa branda della mia cella guardo apatico lo schermo. Nonostante migliaia di miei connazionali abbiano chiesto di essere trasferiti in un carcere albanese, fino ad ora nessuno ha lasciato la sua cella italiana. Rassegnato, penso a questi ultimi anni di ottimistica attesa, di sogni mai avverati e di paure invece sempre più reali! eh sì!! quella paura che mi ha consumato in questi lunghi anni, la paura che i miei genitori non riuscissero ad aspettarmi in vita purtroppo si è avverata. In una fredda notte d’inverno mio padre se n’è andato senza potermi salutare. La mia mamma ha cercato di nascondermi la verità finché le bugie non avevano più senso, così in una delle mie  telefonate settimanali  mi ha dato la terribile notizia: mio padre non c’è più. La disperazione dei primi anni di carcere era annacquata dalla speranza del trasferimento al mio paese, ma ora che le promesse, le leggi fatte ad hoc sono rimaste sulla carta, quello che provo è solo paura. Il timore di fare altri 12 anni di carcere solo, senza affetti e senza colloqui, il timore di essere ancora privato di ogni umano soccorso, essendo cittadino straniero e senza legami con il territorio italiano. E ancora, il timore che nel frattempo qualche altro mio famigliare non ce la faccia ad aspettarmi, sempre la solita costante paura che mi perseguita da dieci anni a questa parte. In questi ultimi due anni ho scritto lettere, istanze e solleciti a tutti gli uffici immaginabili chiedendo non la commiserazione, ma l’applicazione della legge ed il mantenimento delle promesse. Sto parlando della Legge 11 luglio 2003 n. 204, Ratifica ed esecuzione dell’accordo tra la Repubblica Italiana e la Repubblica di Albania, aggiuntivo alla convenzione sul trasferimento delle persone condannate del 21 marzo 1983, fatto a Roma il 24 aprile 2002. Ma oggi sono stanco anche di scrivere e la speranza di un trasferimento al mio paese è ormai sempre più fragile. Prego Iddio che conceda a mia madre la forza di vivere e di aspettarmi finché questa mia sofferenza finisca, ed allora ci potremo riabbracciare, speriamo al più presto. Quello di cui sono in ogni caso cosciente è che devo finire questa condanna nel modo migliore ed uscire libero da ogni responsabilità penale, con la speranza che prima o poi anche in questo Paese ci diano l’opportunità di realizzarci e crearci un futuro.

 

 

 

 

 


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