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Lettere: giustizia e malagiustizia, tra opinioni e fatti PDF Stampa E-mail
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di Carlo Peis

 

Notizie Radicali, 15 settembre 2014

 

Mentre le condanne della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo sanciscono inaudite violazioni come il "trattamento inumano e degradante" inflitto ai detenuti nelle carceri italiane a causa del sovraffollamento, l'eccessiva lungaggine e quindi la violazione della "ragionevole durata" dei processi e in ragione di ciò infliggono al nostro Paese le conformi sanzioni, una recente nota ufficiale dell'Associazione Nazionale Magistrati ci informa, con un dato del 2010, che nel contempo la magistratura italiana detiene il merito di essere riuscita a definire "2 milioni 834mila procedimenti civili contenziosi e 1 milione 288mila cause penali" e che "con questi numeri [...] la magistratura italiana si pone al primo posto per produttività in Europa nella materia penale e al secondo posto in quella civile".

Ma se questi sono gli indubitabili numeri "eccezionali" verrebbe da chiedersi come sia possibile che tale ragguardevole e meritoria "produttività" che ci consegna il primato europeo possa convivere con un impietoso e perentorio giudizio verso lo stesso "sistema giudiziario italiano" che "da lungo tempo ormai" a detta della stessa associazione (ma oggettivamente condivisibile da tutti) "versa in una grave crisi di efficienza e di funzionalità, che si traduce in crisi di credibilità della Giustizia".

La suddetta asserzione, nonostante possa apparire contraddittoria, a ben guardare, ha un'implicita logica ed una sua coerente ragione che ci porta necessariamente a comprendere ( se non si fosse ancora compreso)e a dedurre (se non si fosse già dedotto) che la produttività, l'efficienza e la qualità del sistema giudiziario italiano non sono né sinonimi né autosufficienti. E tuttavia dovrebbero coesistere per consentire una possibile somministrazione della giustizia in ossequio al "principio di legalità e di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge" ed evitare così la deleteria "crisi di credibilità della stessa Giustizia". Ed alcuni rimedi potrebbero essere senz'altro quelli di "forti investimenti in risorse di personale amministrativo e di mezzi ma anche in riforme coraggiose" rispetto alla normativa vigente.

Per chi segue le problematiche inerenti al più generale tema della giustizia sa bene che sono e rimangono rimedi, benché qui esposti genericamente, condivisibili tanto sono intrinsecamente opportuni e necessari. Ma il problema della "giustizia" è complesso proprio perché esso risiede contestualmente e inscindibilmente non solo nella quantità di sentenze ma anche in una qualità più complessiva del sistema giustizia, certamente condizionata dal rapporto tra i mezzi, le risorse e il personale di cui si dispone. È complesso e vieppiù complicato, il problema della "giustizia" se si aggiunge l'aspetto della "sua credibilità", perché i casi di malagiustizia, come è pacificamente notorio, riguardano sia ciò che si fa (e/o non si dovrebbe fare) sia ciò che non si fa (e/o si dovrebbe fare) da parte di tutti e di ciascuno dei soggetti coinvolti nell'amministrazione della giustizia.

Il "nodo gordiano", se non si vuole convivere con il degrado della giustizia italiana, volente o nolente, rimane sempre quello di quali, "ripeto" quali coraggiose riforme in quanto opportune rispetto ai casi di malagiustizia potrebbero intendersi, in un simile contesto di imprescindibile necessità. Ma proviamo ad ipotizzare: sarebbe o no una coraggiosa riforma quella che destina sostanziali maggiori risorse ed un aumento in pianta organica dei magistrati? Sarebbe o no una coraggiosa riforma quella che riconosce una responsabilità diretta al magistrato che compie un errore che si sarebbe potuto evitabile col semplice buon senso comune? Sarebbe o no una coraggiosa riforma quella che collega una "precisa responsabilità politica" in caso di inadempienza, inadeguatezza della stessa classe politica verso quel dovere legale e etico di ben amministrare? Sarebbe o no una coraggiosa riforma quella che comporta l'avversione a quel diffuso "mal costume italiota" del coltivar il proprio particolare a discapito del bene comune?

Ipotesi, personali o meno, a parte, per ora un fatto indiscutibile, rispetto ai casi di malagiustizia, fra opinioni controverse e interessi contrapposti, da lungo tempo ormai, è quello che i pressoché soliti e solitari radicali hanno proposto e propongono alcune riforme che sistematicamente si ignorano o si fa finta di ignorare, nonostante l'emblematica ed ineludibile vicissitudine umana e giudiziaria di Enzo Tortora, per una giustizia giusta. Per ora, si potrebbe aggiungere, tra coraggio e viltà dell'umano sentire, da lungo tempo ormai, è un fatto che i pressoché soliti e solitari radicali denunciano innumerevoli e scomodi casi di malagiustizia che sistematicamente vengono ignorati da chi può e dovrebbe risolverli e/o evitarli, da chi può e dovrebbe informare l'opinione pubblica.

 

 

 

 

 


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