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Lo stupore e l'emozione dei primi passi nella libertà PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 12 ottobre 2010

Sono mesi che di carceri si parla solo per descrivere celle strapiene, gente parcheggiata senza far niente, suicidi. Ventidue, ventitré, ventisei, ventisette anni è l’età dei quattro giovani detenuti che si sono suicidati in questi ultimi giorni.  Ma oggi vogliamo raccontare esperienze positive, i primi assaggi di libertà di chi esce dal carcere, a piccoli passi, con i permessi premio, il lavoro all’esterno, la semilibertà, per ritrovarsi alla fine della pena con una vita già in parte “ricostruita”.  Quello che invece è negativo è che esperienze come queste rischiano di diventare sempre più rare, perché quasi nessuno vuol capire che i percorsi graduali di reinserimento aiutano a rendere la società più sicura.

Poter prendere un bus, la bici

I miei primi mezzi passi da detenuto in “semidetenzione” in realtà li muovo in “articolo 21”, l’articolo dell’Ordinamento penitenziario che mi permette, dopo aver scontato gran parte della pena in carcere, di uscire, con l’autorizzazione del direttore e del magistrato di sorveglianza, ogni mattina alle 7,40 dal carcere, per recarmi al lavoro all’associazione Granello di Senape, che gestisce la redazione esterna ed interna al carcere di Ristretti Orizzonti, rivista quasi totalmente prodotta da detenuti e volontari, e rientrare in carcere alla sera.  Attualmente i miei spostamenti dal carcere alla sede avvengono con i mezzi pubblici, oppure con una bicicletta, niente di gravoso, se non per il fatto che sono disabituato alle cose “normali” della vita, non mi oriento molto tra orari e tragitti degli autobus, e ho sempre la paura di arrivare tardi, con il risultato di essere sempre in anticipo, bruciandomi cosi un breve spazio di libertà importante. Nulla di male, so che questo deficit di conoscenza è dovuto alla mia lunga detenzione. Ma quello che trovo importante dopo anni di galera sono le sensazioni che una nuova situazione come questa specie di detenzione part time, porta, i nuovi slanci nella mia vita estremamente positivi. Poter prendere un autobus, o girare in bicicletta, che sono cose normalissime, le vivo, almeno in questi primi giorni, come una cosa superlativa, non parliamo poi del fatto di poter prendere un caffè al bar, o altre semplici cose che normalmente una persona fa. E ancora il parlare con le persone con cui lavoro, o con altre persone di cose, che non sono i soliti discorsi da galera, diventa molto gratificante, ti permette di entrare piano piano in un contesto sociale, che scopri giorno per giorno, e questo è un fatto estremamente importante, perché ritengo che uno dei problemi per chi esce da un carcere, specialmente dopo una lunga detenzione, sia proprio quello di costruirsi delle relazioni sociali. A volte c’è la paura di non essere accettat e quindi si tende sempre ad aggregarsi a persone che già si conoscono e da cui si è riconosciuti, e fatalmente ti ritrovi a dialogare con altri detenuti o ex detenuti.

Maurizio Bertani

La prima volta dopo 15 anni

Libero! Sono passati quindici anni dall’ultima volta che potevo legare questa parola direttamente alla mia persona. Sono passati quindici anni da quando potevo scegliere di uscire di casa se e quando ne avevo voglia. Bene, adesso posso! Ho aspettato tanto questo momento, per quasi dieci anni ho vissuto solo in carcere, senza grandi opportunità di scelta; in cella, con la possibilità di uscire da quel buco di nove metri quadrati solo per andare ai passeggi, o nell’aula della redazione di Ristretti. Uscivo dalla cella alle 8.30 del mattino, ci rientravo verso le 11 per poi riuscire alle 13.30 e ritornarci definitivamente alle 15.30... questa era la massima libertà di cui ho goduto per così tanti anni. Poi, dopo quasi dieci anni ininterrotti di galera, sono arrivati i permessi premio. Il primo di poche ore da trascorrere agli arresti domiciliari a casa dei miei genitori. Era una conquista. Era il punto di svolta, era il primo contatto con l’esterno. Dopo quello ce ne furono altri, di pochi giorni, con al massimo la possibilità di spostarmi entro un territorio ben definito, come il comune di residenza della mia famiglia, con l’obbligo di essere a casa ad una certa ora la sera e di rimanerci fino al mattino. Sebbene siano passati diversi anni, ricordo ancora quelle emozioni, erano tante, confuse, contraddittorie... mi sentivo bene con me stesso e riuscivo a godere di tutte quelle riscoperte che facevo pian piano, mi sembrava di essere un bambino alla scoperta del mondo e quando camminavo per strada, mi piaceva soffermarmi a sentire i profumi e ad ascoltare tutti quei rumori che non udivo “in diretta” da anni: macchine, clacson, televisori accesi, pentole, piatti, sedie spostate, bambini richiamati all’ordine. Assaporavo ogni passo, ogni suono e ogni profumo. Dalla mezzanotte del 24 luglio di quest’anno sono libero. Nel corso degli anni quando mi sforzavo di pensare a questo momento lo immaginavo come il momento più bello della mia vita, come il punto che avrebbe definito la fine di un brutto periodo e l’inizio della mia nuova vita. Immaginavo che da lì in poi tutto sarebbe cambiato, stravolto, da quel momento lì sarei stato libero di fare qualsiasi cosa desiderassi, non avrei più avuto limiti di alcun tipo... La immaginavo come una sensazione talmente grande che gestirla non sarebbe stato facile, a volte mi chiedevo se sarei stato pronto ad affrontare la libertà. Negli anni trascorsi in carcere avevo spesso sentito parlare di ubriacatura da libertà, di persone che una volta fuori, liberi, avevano provato le sensazioni più strane e inimmaginabili, tanto che qualcuno raccontava di averle gestite a fatica. In realtà io, e purtroppo oggi questo succede a pochi, sono stato abbastanza “fortunato” perché il mio rientro in società, la mia scalata alla libertà è stata graduale e l’emancipazione è arrivata dopo aver avuto la possibilità di usufruire prima dei permessi premio, di un periodo di semilibertà e poi gli ultimi mesi in affidamento ai servizi sociali. Quando la mia pena è realmente finita, io, il giorno dopo, non ho dovuto riorganizzare la mia intera esistenza, non avevo il problema di riallacciare i rapporti umani, di trovarmi un lavoro, di trovarmi una casa, non ero solo e spaventato come tanti ex detenuti, perché i permessi prima, la semilibertà poi, e il periodo di affidamento finale, mi avevano permesso di riallacciare i rapporti con la mia famiglia e con le altre persone. Nel momento in cui la mia condanna è terminata, la mia vita quotidiana non è stata stravolta, mentre ero in affidamento avevo la possibilità di spostarmi durante il giorno.

Andrea
 

 

 

 

 


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