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Cosa mi insegna la morte di Graziano Scialpi PDF Stampa E-mail
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di Nicola Boscoletto (Cooperativa Sociale Giotto)

Lettera alla Redazione, 19 ottobre 2010

Quando muore una persona cara non è facile riuscire a starci di fronte, è prevalente da una parte la percezione di una mancanza, di uno strappo e dall’altra di un forte sentimento di ingiustizia, di sgomento dovuto alla nostra incapacità di rispondere all’esigenza di “Giustizia” che viene fuori dal profondo del nostro cuore. O meglio, diciamolo in positivo: la necessità, la domanda, il desiderio, il grido di “Giustizia”. Ma qual è la natura della nostra esigenza di “Giustizia”?
Mi presento. Io non sono, come comunemente si può intendere, un suo amico, con Graziano ci conoscevamo, io sapevo chi era e lui sapeva chi ero, ci guardavamo, lui sicuramente mi guardava di più di quanto io lo guardassi; anzi lui, più di un anno fa, mi aveva cercato in due occasioni (prima per telefono e poi per mail) e quando ho saputo della sua morte ho avuto un contraccolpo, ho pensato: ha dovuto morire per rendermi conto compiutamente di lui.
Appena rientrato in ufficio sono andato in cerca tra i foglietti delle chiamate telefoniche il suo, ho fatto fatica a trovarlo, ma non ho mollato la ricerca finché non l’ho trovato, più facile è stato per la mail che mi sono subito stampato. Non so il motivo, ma ad un primo sentimento di rimorso è subentrato un senso di pace e ora che apparentemente non c’è più, solo perché non si vede, prende il sopravvento la sicurezza, la certezza di avere un vero Amico in più.
Domanda di “Giustizia”, necessità di “Giustizia” quindi, ma di quale giustizia?
Vi racconto cosa mi hanno suscitato i fatti successi in questo ultimo periodo e un breve dialogo tra alcuni amici carcerati, che l’unica cosa che non hanno in comune è la modalità con cui ognuno di loro ha ucciso.
Quando uno “ha tolto la vita” ad un’altra persona, è solo quando inizia a prendere coscienza di sé che inizia a prendere veramente coscienza anche del male fatto e niente è sufficiente a ripararlo: non basterà neanche scontare tutta la pena. È a questo punto che la necessità di colmare la necessità di “Giustizia” si acuisce, diventa un tarlo che ti urge e parte una ricerca, emerge perentoria la Domanda della Vita. Che cosa può saziare la nostra sete di “Giustizia”?
Davanti a questa Domanda la cosa più importante è trovare la Risposta giusta. È così forte questa Domanda che uno non si accontenta più di surrogati, di discorsi, cioè di tutto ciò che rende relativo ciò che relativo non è: il desiderio del Cuore di ciascuno di noi di Felicità, Verità, Giustizia, cioè ciò che dà senso e gusto al vivere e al morire.
Mi viene in mente una frase di Don Giussani: “L’esigenza di Giustizia è una domanda che si identifica con l’uomo, con la persona. Senza la prospettiva di un oltre, di una risposta che sta al di là delle modalità esistenziali sperimentabili, la giustizia è impossibile… Se venisse eliminata l’ipotesi di un “oltre”, quella esigenza sarebbe innaturalmente soffocata”.
A questo punto ci rendiamo conto di una cosa: niente può rispondere compiutamente rispetto al fatto di aver ucciso altre persone, se non la certezza che queste persone ci sono ancora e che in fin dei conti non abbiamo tolto definitivamente la vita a nessuno: è solo la certezza che la persona a cui tu hai tolto la vita c’è ancora, c’è ancora e solo questo fa contemporaneamente vivere un dolore e una pace - la pace del cuore, il cuore in pace - la pace vera.
Ma è possibile essere certi di questa pace vera? Sì, Misteriosamente, Misteriosamente vero. Basterebbe guardare con questo cuore a esperienze come quelle delle vedove Margherita Coletta e Gemma Calabresi o di Carlo Castagna, “Uomini” veri che ci sono diventati compagni e testimoni .
L’unica cosa che nella vita occorre è verificare l’ipotesi di un “oltre” o, per essere più chiari, se qualcuno nella storia ha vinto la morte. Fare appello a Cristo, dunque, non è cercare un sotterfugio o trovare una scorciatoia per scappare davanti all’esigenza della Giustizia, ma è l’unico modo di realizzarla, accettando tutto, compreso prima di tutto il dolore che esso comporta, ma soprattutto la possibilità di un cambiamento di sé. Occorre cioè provare seriamente e lealmente a verificare questa ipotesi.
Questo mi ha fatto venire alla mente la morte di Graziano. Quale altra domanda può far sorgere la morte di Graziano se non questa? È la stessa domanda che i fatti di questi giorni ci hanno sollecitato - la morte dei 4 alpini, il tassista in fin di vita per aver investito un cane, l’infermiera romena morta per una lite in coda alla biglietteria, l’uccisione della “piccola” Sarah, le immagini allo stadio di Genova, come pure i 33 minatori cileni…-: perché? perché? perché?
Chiudendo questo mio pensiero voglio dirvi che sono certo, certo perché nella mia vita ho verificato e sperimentato, cioè ho fatto esperienza della Risurrezione di Cristo. Certo prima di tutto che Graziano oggi sarà riabbracciato e riabbraccerà Giovanna, la sua cognata e poi che sarà sempre vicino a sua moglie e a suo figlio, per non parlare dei suoi genitori e di tutte le persone che gli hanno voluto bene. E, anche se sono arrivato per ultimo, sono certo che sarà vicino anche a me.
 

 

 

 

 


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