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Giustizia: tangenti, lo strabismo della riforma sulle pene PDF Stampa E-mail
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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2014

 

L'obiettivo del governo è far fare "un po' di carcere" a corrotti e corruttori, anche se patteggiano e restituiscono il maltolto. Ma tutto sta a intendersi sul termine corrotti: comunemente usato per indicare i pubblici ufficiali accusati di reati che vanno dalla concussione al peculato, dalla corruzione propria a quella in atti giudiziari, dall'induzione indebita al traffico di influenze illecite, in realtà il termine si riferisce, tecnicamente, solo a chi è indagato o imputato di "corruzione" e, nel ddl Orlando varato prima di Natale, solo di "corruzione propria" (articolo 319 Codice penale).

Solo per questo reato, infatti, si è aumentata la pena (da 4-8 anni si passa a 6-10), stravolgendo la "piramide" della gravità dei delitti contro la pubblica amministrazione disegnata, neppure due anni fa, dalla legge Severino, in cui al vertice c'era la concussione, seguita da peculato, corruzione in atti giudiziari, corruzione propria, induzione indebita e via via gli altri, fino al traffico di influenze illecite.

Il ddl Orlando, lasciando invariate le pene dei reati diversi dalla corruzione propria, ha creato una distonia sanzionatoria opinabile, sicuramente sbagliata rispetto al reato di corruzione giudiziaria, decisamente più grave, con ricadute paradossali sul patteggiamento e sulle sue conseguenze, a seconda di chi vi ricorra. Uno strabismo forse frutto di compromesso politico, destinato a essere corretto.

Con l'aumento del minimo a 6 anni, la corruzione propria "supera" delitti più gravi come la corruzione in atti giudiziari e il peculato (da 4 a 10 anni). Nel complesso, la pena si avvicina, per gravità, alla concussione (6-12 anni), vertice della "piramide", e supera di netto l'induzione indebita (3-8 anni) che, con "la Severino", ha sostituito la vecchia "concussione per induzione", ritenuta da sempre più grave della corruzione, tant'è che all'epoca non mancarono polemiche per la riduzione della pena (da 4-12 anni a 3-8) e furono proposti (inutilmente) emendamenti, anche del Pd, per alzare il massimo a 10 anni.

L'intervento minimalista del governo potrebbe rispecchiare la sua valutazione, discrezionale, sul maggior disvalore sociale della corruzione propria rispetto agli altri reati contro la pa. Ci si è mossi sull'onda dell'inchiesta mafia-capitale (in cui, a parte l'associazione mafiosa, è contestata solo la corruzione propria), senza tener conto né della cronaca giudiziaria (che registra anche altri reati) né delle indicazioni della giurisprudenza sulla necessità di un tagliando alla "Severino".

Di recente, ad esempio, con la sentenza 51688/14 su Marco Milanese, la Cassazione ha detto che quella legge, nell'introdurre il "traffico di influenze illecite" (punito da 1 a 3 anni) ha di fatto derubricato condotte prima punibili come "millantato credito" (pena da 1 a 5 anni), "con il risultato paradossale che una riforma presentata all'insegna del rafforzamento della repressione dei reati contro la pa ha prodotto, almeno in questo caso, l'esito contrario" (Il Sole 24 ore del 12 dicembre).

Nelle intenzioni del governo, l'aumento a 6 anni del minimo della pena per la corruzione propria dovrebbe garantire che i corrotti si facciano "un po' di carcere": anche se restituiscono il maltolto (condizione per patteggiare stabilita per tutti i reati contro la pa), gli indagati per corruzione propria, al netto delle riduzioni per attenuanti e patteggiamento, avranno infatti una pena superiore a 2 anni, senza sospensione condizionale.

Quindi si faranno un paio d'anni di carcere (salvo ottenere l'affidamento in prova), a differenza di chi ha commesso peculato, induzione indebita o corruzione in atti giudiziari, che potranno continuare a patteggiare evitando il carcere.

 

 

 

 

 


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