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Giustizia: "l'effetto Carminati" sulle carceri, il Dap toglie gli appalti alle coop dei detenuti PDF Stampa E-mail
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di Emiliano Liuzzi e Annalisa Dall'Oca

 

Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2014

 

Dopo dieci anni finisce il progetto delle mense: la cucina torna al Dap. Di eccellenze il sistema carcerario italiano ne vanta davvero pochine: prigioni sovraffollate, condizioni igieniche irrespirabili, diritti ridotti a zero.

I condoni che i governi hanno venduto come la soluzione a tutti i mali, non hanno spostato di una virgola. Anche perché, vuoi per l'effetto di Mafia Capitale, vuoi per la mancanza di soldi, verranno a mancare il sostegno delle cooperative e, di conseguenza del lavoro.

Dieci anni fa il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aveva avviato una sperimentazione con 10 cooperative sociali, sovvenzionate dalla Cassa delle Ammende, che avrebbero dovuto gestire le mense di altrettante carceri puntando sulla professionalizzazione dei detenuti. E quella sperimentazione ha dato ottimi risultati: centinaia di detenuti hanno imparato un mestiere che poi li ha aiutati a reinserirsi in società a fine pena, all'interno di quelle stesse carceri sono nati centri di produzione capaci di sfornare prodotti così buoni da finire sul mercato, e la recidiva tra i detenuti che ci hanno lavorato è crollata dal 70% al 2%.

Poi però è arrivata la burocrazia: i fondi non ci sono più, e il 15 gennaio prossimo, salvo contrordini dal ministero della Giustizia, le 10 cooperative saranno lasciate a casa. E la gestione delle mense di tutte le galere italiane tornerà sotto il controllo dello Stato. Il timore delle cooperative, però, è che a pesare sulla decisione di dismettere il progetto ci sia anche Mafia Capitale, che tra i suoi protagonisti annovera quel Salvatore Buzzi braccio destro di Massimo Carminati, che proprio in prigione fondò la coop sociale 29 giugno.

"Non voglio pensare che quello che è successo a Roma possa incidere sul nostro futuro, non è che se domani arrestano un carabiniere poi chiude l'Arma, quindi non possiamo pagare tutti per il caso Buzzi", sospira Nicola Boscoletto, presidente di Giotto, una delle 10 coop in questione, che trasforma in pasticceri i detenuti del carcere di Padova. "Però la preoccupazione c'è", ammette Luisa Della Morte, numero uno della cooperativa Alice, che gestisce la piccola sartoria della casa di reclusione Bollate, "perché è facile puntare il dito contro tutti e dire avete lucrato anche se non è la verità, anche se ci sono persone che hanno speso anni a mettersi al servizio del prossimo".

Il 17 dicembre il Guardasigilli Andrea Orlando ha ribadito che la revisione delle convenzioni con le cooperative sociali che in questi 10 anni hanno amministrato i centri cottura delle 10 prigioni italiane selezionate per il progetto - Torino, Ivrea, Trani, Siracusa, Ragusa, Rebibbia, Bollate, Rieti e Padova - è iniziata mesi fa, prima dello scandalo del cupolone romano, ed è legata a una questione di mancanza di risorse. Ma secondo le coop tornare al vecchio sistema non rappresenterà un risparmio per lo Stato.

"Prima di tutto insegnare un lavoro ai detenuti fa sì che usciti di prigione possano ricollocarsi nella società, e questo si traduce in un vantaggio sia per i cittadini, in termini di sicurezza sociale, sia per lo Stato, che un carcerato ci costa 250 euro al giorno". E poi c'è il rischio che l'Europa sanzioni l'Italia perché il sistema attuale eroga ai detenuti che lavorano paghe troppo basse, da "sfruttamento": "Solitamente i pasti nelle carceri vengono preparati dai reclusi, assunti dal ministero e pagati con la mercede", spiega Silvia Polleri, presidente di Abc, che gestisce il centro cottura nella casa di reclusione di Bollate.

"La mercede è lo stipendio erogato al carcerato per i lavori in economia, cioè lo scopino, che pulisce i corridoi, lo spesino, che raccoglie gli ordini di acquisto dei carcerati fuori dal carrello, lo scrivano, eccetera. La retribuzione però è calmierata, ad esempio un aiuto in cucina prende 300 euro al mese, mentre un cuoco 600. In più non sono occupazioni qualificanti, il lavoro è assegnato a rotazione, non c'è formazione". Il detenuto che lavora per le cooperative sociali, invece, ha un contratto: "Nel nostro caso", continua Polleri, "noi assumiamo con il contratto delle coop sociali full time, inizialmente a tempo determinato che poi diventa indeterminato. Quindi parliamo di un lavoro vero, qualificato e qualificante, che a tutti gli effetti fa curriculum".

Se la ristorazione tornasse nelle mani dello Stato, però, si tornerebbe ai vecchi metodi anche nelle 10 carceri che li avevano abbandonati, alla mercede, insomma. "A tutti gli effetti una pazzia" commenta Polleri, "il progetto ha dato risultati così buoni che persino i direttori delle carceri hanno chiesto al ministro di non tornare indietro, di rinnovare la convenzione".

Il 30 dicembre le cooperative incontreranno il ministro Orlando, è quella è l'unica speranza rimasta perché il lavoro nelle mense delle carceri continui. "Sarebbe assurdo buttare via ciò che di buono è stato fatto per quanto riguarda il sistema carcerario italiano".

I panettoni sfornati dalla cooperativa Giotto sono finiti sulla tavola del Papa e del presidente della Repubblica, i dolci cucinati dai carcerati di Siracusa e Ragusa sono celebri e l'Abc, che oltre a preparare il pasto per 3 sezioni del carcere di Bollate ha aperto un servizio di catering, ha servito la Farnesina.

 

 

 

 

 


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