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Figli di Uomini Ombra: "figli di un Dio ancora minore" PDF Stampa E-mail
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di Carmelo Musumeci

 

Ristretti Orizzonti, 29 dicembre 2014

 

"Per un Uomo Ombra amare in carcere i suoi figli è difficile. Ogni tanto è anche doloroso, ma il più delle volte l'amore è l'unica cosa bella che abbiamo per non sparire del tutto nell'ombra". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).

La direttrice di “Ristretti Orizzonti” Ornella Favero mi ha chiesto di scrivere un articolo su come i figli degli ergastolani siano “figli di un Dio ancora minore” rispetto agli altri figli di detenuti. I miei due figli per me sono sempre stati il mio mondo e il mio universo ed in passato mi hanno sempre chiesto “Papà quando vieni a casa?” Con il passare degli anni mi è sempre stato più difficile rispondere a questa domanda, perché i figli degli ergastolani non potranno mai sapere il giorno il mese e l’anno che i loro padri torneranno a casa. E sono, e si sentono diversi, da tutti i figli degli altri detenuti che prima o dopo vedranno il loro genitore uscire dal carcere. Mi ricordo che tanti anni fa, durante un colloquio nel carcere di Cuneo, mio figlio mi teneva il muso e non capivo il motivo perché di solito quando mi veniva a trovare era molto affettuoso. Chiesi alla mia compagna che aveva. Lei aveva scrollato leggermente la testa. E mi disse che Mirko ero stanco di sentire bugie e voleva sapere quando venivo a casa.


La sua voce era profonda. Papà. Pensierosa. Non mi è facile crescere senza di te. Malinconica. Ti confido che mi sento diverso dagli altri ragazzi. Triste. A volte mi sento un orfano di un genitore ancora vivo. E nello stesso tempo arrabbiata. I miei amici non ti conoscono. Era una voce diversa. Non mi vieni mai a prendere a scuola. Sembrava la voce di un adulto. Gli insegnanti mi domandano sempre di te. E veniva dal cuore. Ho sempre detto che sei a lavorare all’estero. Ad un tratto abbassa lo sguardo. Loro però mi domandano perché non torni mai a casa. Fa su è giù con il capo. Papà. Sembrava sul punto di scoppiare a piangere. Sono stanco di dire bugie. Poi rialza gli occhi. Per favore. E mi guarda. Dimmi la verità. Il suo viso è scuro. Quando torni a casa? E incazzato. Mi sento perso. Mirko. Perduto. Non so come dirtelo. E debole. Credo che però è giusto che finalmente ti dica come stanno le cose. Il mio cuore infierisce. Perdonami se non l’ho mai fatto prima. E mi rimprovera che con mio figlio non posso fare come con i giudici e avvalermi della facoltà di non rispondere. Sappi che per me non è facile dirti la verità. Penso che con il mio cuore e la sua ironia farò i conti dopo quando rientrerò in cella. Ed ho cercato di tenertela nascosta per tutti questi anni. Intanto guardo mio figlio negli occhi. Ora però credo che sia giusto che tu sappi che sono stato condannato alla “Pena di Morte Viva”. E mi accorgo di quanto è diventato grande. Sono un ergastolano. Aveva sei anni quando l’ho lasciato in manette circondato da una diecina di carabinieri. E la mia pena non avrà mai fine. Abbozzo un sorriso senza convinzione. Sarò sempre un’ombra in un muro. E penso amaramente che un ergastolano non dovrebbe avere figli perché l’amore paterno in carcere non ha i colori dell’amore di fuori. Figliolo. Penso che l’amore di un uomo ombra non potrà mai fare felice i propri figli. Mi dispiace che mi hanno maledetto e condannato ad essere cattivo e colpevole per sempre. Penso che i padri ergastolani per fare soffrire di meno i propri figli si dovrebbero togliere la vita. Amore. Penso che la morte per gli ergastolani ostativi sarebbe il destino migliore. Perdonami se per colpa mia sei figlio di un’ombra. Penso che è meglio che non penso.

 

Poi smetto di parlare. Mio figlio chiudi gli occhi qualche secondo. Inspira a fondo. Io nel frattempo cerco di trattenere le lacrime. Poi ci ripenso. E libero le mie lacrime. Mio figlio fa altrettanto. E penso che per un uomo ombra non ci sia cosa più bella che piangere abbracciato al proprio figlio perché tu sei il passato e lui è il tuo futuro che non potrai mai più avere.

 

 

 

 

 

 


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