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Giustizia: chiudere le cooperative che lavorano in carcere, un danno per i detenuti PDF Stampa E-mail
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di Paolo Colonnello

 

 

La Stampa, 30 dicembre 2014

 

L'incontro di questa mattina alle 10 tra il Guardasigilli Andrea Orlando e i rappresentanti delle cooperative di detenuti che si occupano dei pasti in dieci carceri italiane, potrebbe segnare una svolta nel mondo dimenticato delle prigioni, oppure riportarlo indietro di un secolo. In gioco infatti non ci sono solo i pasti per i detenuti e i loro costi, ma il concetto stesso del principio di carcerazione: un sistema rieducativo, oppure semplicemente repressivo. E quindi, inutile.

Dice Nicola Boscoletto, della cooperativa Giotto di Padova: "Noi non chiediamo niente ma speriamo che si faccia una riflessione seria e un'analisi attenta su costi e benefici, affinché si possa arrivare ad una soluzione che vada bene non tanto alle cooperative ma alla nostra società". Un dato sopra gli altri: se il tasso di recidiva nelle nostre prigioni si aggira sul 94 per cento, nelle cooperative che impiegano i detenuti nella preparazione dei pasti e non solo, si ribalta specularmente: solo il due per cento dei detenuti, una volta uscito, torna a delinquere. E il motivo è semplice: nelle loro cooperative, un mestiere si impara davvero. E imparare un mestiere è riconquistare dignità.

È uscire di prigione a testa alta per non tornarci mai più. "In questo modo - continua Boscoletto - si restituiscono persone che prima erano un problema e adesso sono delle risorse". E non si rischiano le multe della Corte europea che considera l'impiego nelle carceri dei detenuti come "scopini", "spesini", "scrivani", o "sguatteri", pagati con la misera "mercede", una cosa ottocentesca a livello di schiavismo. Abolire insomma, la possibilità per chi è rinchiuso di imparare un mestiere vero, mettendosi in cooperative che gestiscono non solo le cucine delle carceri - garantendo standard di igiene, capacità e cura delle macchine elevati - ma anche piccole imprese ormai rinomate (a Padova ad esempio, si fa dalla pasticceria alle borse, alle biciclette), vuol dire forse dover pagare uno stipendio in più ma ottenere in cambio la cura del materiale e il rispetto della Costituzione. Laddove recita che il carcere deve avere un fine rieducativo e non repressivo. La "spending review" può essere insomma più utopistica della rieducazione se non si attua con criteri che badino alle persone prima che hai conti.

"Se il problema per il ministero è che costiamo troppo - dice Silvia Polleri, presidente della cooperativa Abc del carcere di Bollate - che ci convochi e ce lo dica apertamente. Sapendo però che non è vero, visto che noi a Bollate nelle tre sezioni su 6 in cui funziona il nostro servizio pasti, abbiamo risparmiato 49 mila euro in un anno".

Fatti. Che vedono schierarsi apertamente in difesa dell'esperienza delle cooperative carcerarie tutti i direttori delle case circondariali italiane che in una lettera inviata in aprile al ministro e alle autorità europee, scrivono come "un tema centrale per il miglioramento della qualità della vita interna è quella del lavoro, dentro e fuori dal carcere. Il tasso di disoccupazione nelle carceri italiane è del 96 per cento. Il lavoro qualificato è essenziale quale fattore di riduzione, pressoché totale, della recidiva".

 

 

 

 

 


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