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Giustizia: legge sui corrotti e Mafia Capitale... due "flop" in uno PDF Stampa E-mail
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di Errico Novi

 

Il Garantista, 30 dicembre 2014

 

Sparito il testo varato dal governo sull'onda delle indagini. Che hanno già esaurito la loro carica mediatica. I botti del procuratore Pigliatone non sono ancora arrivati. Può darsi scoppino prima di Capodanno: basterà aspettare poco per verificarlo.

Sta di fatto che le "nuove operazioni" annunciate dal capo dei pm romani alla commissione Antimafia restano per ora un'ipotesi. Così come resta un'ipotesi il disegno di legge anticorruzione annunciato esattamente quindici giorni fa dal governo. Prima di girare la chiave nella porta e congedarsi dal personale di Montecitorio, la presidente della commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti non aveva ancora ricevuto il provvedimento. Anche qui: non è da escludere che il testo con l'inasprimento delle pene per i reati di corruzione e le norme più stringenti sulle confische faccia capolino prima che finisca il 2014.

Ma è una possibilità ancora più remota di un nuovo uragano giudiziario nella Capitale. Il doppio ritardo comincia a pesare. Troppa l'enfasi attribuita a entrambe le questioni. Tanto che adesso si rischia l'effetto bolla mediatica: l'opinione pubblica potrebbe avvertire l'eccessivo scarto tra i roboanti annunci e i passaggi successivi tutt'altro che adeguati alle premesse. Sul fronte della stessa inchiesta Mafia Capitale a fare notizia sono più che altro la durezza delle misure cautelari nei confronti della banda. Di Massimo Carminati in particolare.

A suo carico il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha controfirmato, alla vigilia di Natale, la richiesta della magistratura romana di far scattare il 41 bis. Da Tolmezzo, Carminati sarà trasferito nelle prossime ore in una struttura dove sarà possibile applicare il regime del carcere duro. Già la decisione di trasferirlo da Rebibbia al penitenziario friulano è stata contestata dal suo difensore, Giusuè Bruno Naso: a suo giudizio si tratta di misure che hanno il solo fine di ostacolare il diritto di difesa. A breve il lavoro del legale diventerà ancora più complicato. Ma era davvero necessario riservare all'ex terrorista dei Nar lo stesso trattamento previsto per i mammasantissima di Cosa Nostra? O la eccezionalità delle misure detentive serve soprattutto a tenere alto l'impatto mediatico dell'indagine, che altrimenti rischia di scontare un clamoroso calo di interesse?

Osservazioni non troppo diverse si potrebbero fare sulle risposte normative annunciate dal governo. Nella conferenza stampa tenuta da Renzi e Orlando subito dopo il Consiglio dei ministri del 12 dicembre sembrava che dovesse arrivare una specie di rivoluzione sul fronte delle misure contro i corrotti. In realtà già quella sera gli esperti della materia ebbero modo di notare come gran parte degli interventi descritti dal premier e dal ministro della Giustizia fossero superflui: nell'attuale ordinamento esistono già gli strumenti per confiscare i beni frutto di corruzione e per impedire che basti una richiesta di patteggiamento a evitare la galera.

Nel disegno di legge "varato" dal Consiglio dei ministri c'era, di veramente nuovo, solo l'inasprimento delle pene per i reati di corruzione. Dovrebbero trovarvi posto in realtà tutta una serie di altre misure che da tempo il guardasigilli aveva in preparazione, relative al processo penale generalmente inteso. Novità riguardanti le norme sulla prescrizione di tutti i reati, sulle impugnazioni delle sentenze di primo e secondo grado, sui limiti temporali delle indagini e su altre questioni.

Nient'altro dunque che il provvedimento già "varato" lo scorso 29 agosto e poi tenuto da parte per evitare di mettere troppa carne a cuocere nelle già intasate commissioni parlamentari. Ragioni del tutto simili costringono il ministro Orlando a temporeggiare ancora. E ad esporsi però, in questo modo, agli strali di chi lo accuserà di aver fatto sparire per ben due volte la stessa legge. Assai più realisticamente, era astata sproporzionata e indebita la fretta con cui Palazzo Chigi, due settimane fa, aveva chiesto di metterlo improvvisamente in pista.

Una scelta dettata esclusivamente dal clamore mediatico di Mafia Capitale. Ora che anche quest'ultimo va scemando (né basta a risollevarlo il commissariamento di un paio di appalti, dell'Ama, l'azienda romana dei rifiuti), la presentazione del disegno di legge perde di nuovo la propria ragion d'essere. Una doppia bolla mediatica, appunto. Che, come tutti i fenomeni di questo tipo, produrrà a breve un rimbalzo d'indignazione nei militanti del giustizialismo. Di concreto, alla fine, resterà il nulla. O quasi.

 

 

 

 

 


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