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Giustizia: più web ai detenuti, ce lo chiede l'Europa PDF Stampa E-mail
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di Andrea Oleandri (Associazione Antigone)

 

Il Garantista, 30 dicembre 2014

 

È ora di dare accesso a internet ai carcerati italiani, sulla scorta di quanto deciso in Francia, dove dal 2007 esiste il programma Cyber bases. "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". È il principio affermato dal terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione italiana.

Un articolo che spesso contrasta con la realtà della detenzione. Lavoro, accesso allo studio, affettività, diritto di voto, sono tutti elementi critici che si vanno ad aggiungere alla già non facile vita in carcere, tra assenza di privacy e sovraffollamento.

Questioni che vengono approfondite nel report dell'Osservatorio Penitenziario Europeo (www.pri-sonobservatory.org), progetto attivo in 8 paesi (Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Spagna), di cui l'Associazione Antigone è capofila, che monitora e analizza le attuali condizioni dei vari sistemi penitenziari nazionali e dei relativi sistemi delle alternative alla detenzione, confrontandole con le norme internazionali rilevanti per la protezione dei diritti fondamentali dei detenuti, in particolare le Regole penitenziarie europee (Epr) del Consiglio d'Europa.

Proprio su una delle principali questioni sollevate da questo lavoro è utile soffermarsi. Negli ultimi anni lo sviluppo della tecnologia e di internet è stato inesorabile, tanto che il digitai divide, ovvero il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell'informazione (in particolare personal computer e internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale, rappresenta uno dei fattori che misurano il grado di sviluppo di uno Stato.

Se ci si sofferma a guardare indietro, anche solo di 10 anni, si può vedere quanto si sia diffusa a tutti i livelli della società questa tecnologia e quanto ogni tipo di professione non possa fare a meno dell'utilizzo di un pc e di un indirizzo e-mail.

È facile capire, quindi, quanto l'assenza di internet per un detenuto che stia scontando pene a medio o lungo termine possa allontanarlo ulteriormente dalla società. Chi è entrato in carcere da diversi anni, al momento del fine pena e della riammissione in libertà, si può trovare dinanzi a cose di cui non conosce nulla e trovare cose che, se per lui "dentro" erano quotidiane come lo spedire lettere via posta, "fuori" sono completamente abbandonate. Un significativo svantaggio sociale che non può che rendere più difficile un effettivo reinserimento.

Proprio le Epr sottolineano come la vita in carcere dovrebbe avvicinarsi "il più possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera" (Regola 5) e che tutta la detenzione dovrebbe "essere gestita in modo da facilitare il reinserimento nella società libera delle persone che sono state private della libertà" (Regola 6).

Per rispondere a queste regole il ministero della Giustizia francese, fin dal 2007, ha deciso di sperimentare in carcere un accesso sorvegliato a Internet, al fine di "colmare il divario digitale e l'analfabetismo". Chiamato "Cyber bases", questo esperimento è ora portato avanti in sette carceri (per minori, uomini e donne).

Qui i detenuti possono, previa autorizzazione del direttore, navigare in Internet attraverso vari siti preselezionati - di solito siti web di servizi pubblici (in materia di diritti sociali, di ricerca di lavoro, di ricerca di alloggio, ecc.) o alcuni siti di informazioni tipo Wikipedia (sono autorizzati a interagire o a utilizzare la posta elettronica solo sotto supervisione; quando visitano questi siti senza supervisione, ai detenuti non è permesso utilizzare le loro tastiere).

"Cyber bases" è anche usato come parte della formazione. I detenuti possono svolgere, con o senza supervisione, esercizi online (spesso in matematica e in francese) su siti web scelti dal personale docente o ricevere una formazione in informatica, Word ed Excel o scrittura di curricoli.

Un utilizzo che tuttavia è ancora troppo limitato, sia nella diffusione che nelle possibilità di accesso ai siti, cosa quest'ultima che -per coloro che già possiedono abilità informatiche - rende il progetto meno interessante, cosa che ha portato numerosi organismi indipendenti a chiedere un allargamento di "Cyber bases" a tutte le carceri e una più ampia possibilità di accesso ad Internet.

Un'altra questione che l'utilizzo delle nuove tecnologie potrebbe risolvere è quella che risponde a un'altra regola europea: "i detenuti devono essere autorizzati a comunicare il più frequentemente possibile - per lettera, telefono, o altri mezzi di comunicazione - con la famiglia, con terze persone e con i rappresentanti di organismi esterni, e a ricevere visite da dette persone" (Regola 24-1). Avviene in alcuni casi che i detenuti vengano trasferiti in carceri lontani dai loro luoghi di residenza. Questo di fatto provoca - soprattutto per i tanti che provengono da famiglie a reddito basso, o per chi ha problemi legati a malattia, disabilità o semplicemente l'età - l'impossibilità di mantenere rapporti con i propri famigliari in maniera continuativa. In tal senso i nuovi strumenti di comunicazione offrono la possibilità di rimediare a questa problematica, senza che la sicurezza venga minacciata. Un esempio dell'utilizzo di queste nuove tecnologie viene dalla Scozia dove, a seguito

della chiusura di due carceri, che comportarono il trasferimento di molti detenuti, dall'inizio del 2014 è stato sviluppato un servizio di visite video come risposta alla crescente distanza di viaggio. Finanziato dallo Scottish Prison Service (Sps) e sviluppato in partnership con Apex, un'organizzazione che lavora con ex-detenuti, la tecnologia della videoconferenza permette alle famiglie e agli amici di "visitare virtualmente" i detenuti.

Mantenere rapporti costanti con le famiglie sembra contribuire a ridurre la recidiva, proprio per questo ora si sta rendendo permanente questo esperimento riuscito. Due buone pratiche che l'Osservatorio Europeo - e in Italia Antigone - ha chiesto vengano rese operative in tutti gli stati membri. Per il nostro Paese significherebbe fare un passo in avanti verso il dettato costituzionale.

 

 

 

 

 


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