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Monza: la musica dietro le sbarre... così rock e pop diventano maestri di vita PDF Stampa E-mail
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di Paolo Giordano

 

Il Giornale, 31 dicembre 2014

 

Con Franco Mussida della Pfm nel carcere di Monza per "Co2", progetto Siae per la riabilitazione dei condannati. A Elvio, che uscirà nel 2018, piace moltissimo la colonna sonora di Nuovo cinema Paradiso. Invece Christian, quando è entrato qui nel 2008, ascoltava Metallica e Megadeth e tutta roba dura, ora preferisce Keith Jarrett.

Ilir aveva l'intera discografia degli Scorpions, adesso sceglie l'hip hop. Lo ascolta in questa saletta della biblioteca del carcere di Monza, un po' spoglia ma piena di libri, e poi scrive quali emozioni ha suscitato ciascun brano: "Il rap mi toglie la malinconia".

Elvio, Christian, Ilir e Mario e Alessandro e un'altra decina di ragazzi sono detenuti, qualcuno di loro sarà libero tra dieci o venti anni, e tutti partecipano al progetto "CO2" che è stato ideato da Franco Mussida della Pfm ed è diventato, sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica, una delle nuove sfide della Siae gestita da Gino Paoli: migliorare l'emotività dei carcerati e, quindi, contribuire alla rieducazione, che è poi il fine sostanziale della pena.

Nei quattro istituti finora coinvolti (oltre a Monza, dove è nato anche il progetto "Potere alle parole Lab" del rapper Kiave, pure Opera, Rebibbia e Secondigliano) sono state installate le audioteche, ossia contenitori di brani che, grazie alle schede di ascolto, vengono "catalogati" a seconda dello stato d'animo che aiutano a raggiungere. Un progetto complicato e ambizioso cui hanno già dato il proprio assenso tanti artisti italiani, da Baglioni a Ron a Vecchioni. La musica come terapia. La musica come specchio nel quale finalmente riconoscere il proprio identikit.

"In un luogo dove gli stati d'animo sono banditi, le canzoni aiutano a riflettere sui propri errori", spiega Mussida che in questo progetto mette anima e corpo con un obiettivo ben preciso: "La musica ha una spaventosa capacità evocativa quindi lasciamole fare ciò che sa fare meglio: facilitare le nostre emozioni".

E in effetti, dando un'occhiata ai detenuti che ascoltano Superstition di Stevie Wonder oppure Bohemian Rhapsody dei Queen e Europa di Santana, tutti lì per lì distratti e poi sempre più coinvolti, si capisce la funzione maieutica del rock e del pop, quando è spiegato da chi lo conosce bene come Mussida, ed è ascoltato senza distrazioni. "L'idea di combinare musica ed emozioni è vincente", conferma Alessandro Cozzi, il responsabile della biblioteca che segue gli ascolti.

Qui come nelle altre carceri, si distinguono tre fasi: l'ascolto libero, quello guidato e quello "libero e aperto a tutti" che ha un reale obiettivo ricreativo. Su tutto sono fondamentali le schede "post ascolto": aiuteranno a creare la "suonoteca" che, qualora il progetto diventasse operativo in tutte le carceri, sarebbe uno dei punti di riferimento riabilitativo dei condannati.

A ogni canzone la propria finalità "terapeutica". Finora il sistema software che gestisce il progetto contiene un migliaio di brani che potrebbero diventare quindicimila in tre anni. "Al momento - e, quando lo dice, a Mussida si illuminano gli occhi - il risultato più evidente è stato il miglioramento del benessere psicologico di chi ascolta canzoni".

A modo loro, quindi dicendolo con lo sguardo ma non con le parole, lo confermano anche Luigi e Mostapha, che hanno seguito la lezione battendo i piedi per seguire il ritmo sempre, anche quando risuona il tema portante del film Scandalo al sole , così romantico e sognante. Ciascuno ha ascoltato tanti brani, in media duecento, qualcuno oltre cinquecento, la maggior parte mostrando un'indole ottimista oppure pensierosa e, soprattutto comprimendo, nelle poche righe della scheda, frasi che talvolta lasciano schiudere una vena poetica totalmente imprevedibile.

"Ho spacciato, ho spacciato tutto tranne che felicità - dice uno che riavrà la propria vita nel 2020 - e non avevo mai capito chi realmente fossi, la musica mi aiuta a farlo". Mentre parla, un suono metallico echeggia insistente: a scadenza fissa le guardie controllano la solidità delle sbarre. Nessuno ci fa caso perché a questa musica sono ormai abituati. Ed è l'unica che, una volta fuori di qui, si spera non tornino ad ascoltare mai più.

 

Quando le canzoni nascevano in prigione, di Seba Pezzani

 

"Salve, sono Bob Dylan. Vorrei ordinare il cofanetto Goodbye, Babylon. Devo fare un regalo a un amico. Si chiama Neil Young". Immaginate la costernazione di Lance e April Ledbetter che da qualche anno fanno della riscoperta della tradizione etnomusicale americana il proprio credo. Andando decisamente controcorrente, decisero di digitalizzare l'analogico attraverso la Dust To Digital casa editrice e discografica nata per recuperare opere di grande valore storico-musicale-culturale della tradizione. L'ultima fatica della Dust To Digital è Parchman Farm, un libro-cofanetto in cui si illustra l'importanza dei canti dei carcerati del famigerato penitenziario del Mississippi. Due cd incisi da Alan Lomax e da suo padre John, corredati da un libro di oltre cento pagine, con splendide foto d'epoca e testi di canti di lavoro.

Con quello che sta succedendo a Ferguson, Missouri, Parchman Farm è un'opera attuale. Perché, il penitenziario di stato di Parchman non era altro che un'enorme piantagione correzionale per afroamericani. Gli stessi canti raccolti dai Lomax, in larga parte litanie scandite dai colpi d'ascia o di piccone del caposquadra, non differiscono da quelli degli schiavi delle piantagioni. Cantare a Parchman aveva lo stesso scopo dei canti delle piantagioni: non perdere la cadenza e, dunque, non restare puniti; scambiare parole con i compagni senza farsi udire dai sorveglianti. Negli anni dell'integrazione razziale carceraria, lo stesso Alan Lomax scoprì una sorta di razzismo alla rovescia. Un ergastolano di colore a cui aveva chiesto come mai i carcerati non cantassero più gli rispose così: "Non ci si riesce. I bianchi non sanno andare a tempo". Illuminanti sono le parole di William Ferris, docente di Storia e Folklore del Sud alla University of North Carolina e autore del seminale Il blues del Delta (Postmediabooks). "Questo cofanetto cattura le cupe condizioni di vita degli afroamericani nel penitenziario più famigerato della nazione e la musica che li aiutò a superarle. Per molti neri, ancor oggi, il mondo del penitenziario ricorda da vicino la vita nel mondo libero. Queste intense incisioni colgono la rabbia, la protesta e i sogni di quei carcerati".

 

 

 

 

 


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