Lunedì 28 Settembre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Lecce: detenuto suicida, rigettata la richiesta di risarcimento avanzata dai parenti PDF Stampa E-mail
Condividi

di Barbara Pirelli (Avvocato del Foro di Taranto)

 

www.studiocataldi.it, 31 dicembre 2014

 

Come scriveva Oscar Wilde: "la vita carceraria fa vedere le persone e le cose come sono in realtà. Per questo ci si trasforma in pietra".

E come dargli torto? Molte persone in carcere si trasformano in pietra, appunto, assumendo atteggiamenti ostili nei confronti del mondo esterno e manifestando durezza d'animo. Altri, i più deboli, non ce la fanno a sostenere la vista del "cielo a grate" e decidono di togliersi la vita. Ed ecco una vicenda giudiziaria di cui si è occupato il Tribunale di Lecce che ha ad oggetto una richiesta di risarcimento danni proposta dai genitori e dai fratelli di un detenuto, che, ristretto in stato di custodia cautelare in carcere, si toglieva la vita.

I parenti attribuivano la responsabilità del gesto all'amministrazione carceraria perché a conoscenza delle intenzioni suicide del detenuto il quale, nel corso di un interrogatorio relativo ad un procedimento diverso da quello in cui era stata applicata la predetta misura, aveva esternato la sua intenzione di togliersi la vita.

Le parole del congiunto non erano state prese in considerazione e non erano state adottate le opportune misure volte ad evitare che egli mettesse in atto il proposito del suicidio.

Si costituiva in giudizio il Ministero della Giustizia che eccepiva la prescrizione del diritto esercitato dagli attori invocando comunque il rigetto per infondatezza della domanda. L'eccezione relativa alla prescrizione non veniva accolta in quanto il termine di prescrizione era stato interrotto con richiesta di risarcimento danni.

La domanda dei familiari però veniva respinta perché secondo il Tribunale non era emerso alcun profilo di responsabilità imputabile al personale dipendente dal Ministero della Giustizia.

Secondo il Tribunale non era stato provato che il Direttore della Casa Circondariale di Lecce, la Polizia Penitenziaria ed altre persone fossero stati informati della dichiarazione resa dal detenuto durante l'interrogatorio. In buona sostanza la notizia che il detenuto aveva espresso la volontà di suicidarsi veniva riportata dal suo difensore ma questa testimonianza risultava poco credibile in considerazione del fatto che lo stesso non aveva informato di ciò il Direttore della Casa Circondariale ed inoltre non aveva comunicato al suo assistito che l'udienza per la trattazione del ricorso, avverso l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame aveva confermato il provvedimento impositivo della menzionata misura custodiale, era stata rinviata.

Era emerso chiaramente che la Casa Circondariale non fosse a conoscenza delle intenzioni suicidarie del detenuto; dagli atti poi era emerso che il detenuto, in seguito ad un'aggressione subita da parte di un altro detenuto e della ricezione di una lettera anonima contenente delle minacce, era stato trasferito in un'altra sezione dove si trovavano ristretti i detenuti c.d. "precauzionali", i quali sono sottoposti al regime denominato di "grandissima sorveglianza".

Ancora, dall'esame dei testi escussi nel corso del giudizio, tra i quali l'educatrice ed il cappellano, era emerso che l'uomo non aveva mai avuto alcun comportamento, ovvero assunto qualche atteggiamento che lasciasse anche lontanamente presagire una possibile condotta suicida o autolesionistica.

Il Tribunale precisava, inoltre, che il fatto che l'uomo quella mattina avesse rinunciato a recarsi in cortile con gli altri detenuti della sezione non poteva far sorgere il sospetto che l'uomo volesse compiere l'insano gesto perché i testi avevano riferito che il detenuto aveva giustificato tale decisione affermando che intendeva leggere un libro e che già altre volte era capitato; in quella giornata anche altri detenuti avevano deciso di restare in cella anziché recarsi in cortile.

Infine, l'uomo era apparso ai compagni di cella tranquillo e di umore normale, tanto che preparò loro il caffè.

Argomentando oltre, il giudicante ha ritenuto di non ravvisare alcuna trascuratezza nell'operato del Pubblico Ministero su delega del quale il detenuto fu interrogato perché nella relazione, presente in atti, con cui gli venne trasmesso il relativo verbale alcun cenno veniva fatto alla dichiarazione da costui resa in ordine al suo possibile suicidio.

In conclusione, il Tribunale aderendo anche ad un ragionamento ipotetico ha ritenuto che quand'anche il Direttore della Casa Circondariale di Lecce fosse stato reso edotto del contenuto della predetta dichiarazione "se la Cassazione dovesse confermare la mia detenzione mi ucciderò", nulla poteva far supporre in maniera ragionevole il gesto anche perché la Suprema Corte non aveva ancora deciso se andava rimesso in libertà o sottoposto ad un regime di sorveglianza ancora più stretto di quello in atto.

Per tutte queste ragioni il Tribunale di Lecce, in composizione monocratica, in persona del Giudice dott. Maurizio Rubino, in data 20 agosto 2014, ha rigettato la domanda attorea ed ha condannato gli attori alla rifusione delle spese sostenute dal convenuto pari ad € 5.870,00 per compensi, oltre ad accessori come per legge.

 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it