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Lettere: meno carceri, più controllo e studio della personalità, così si rieducano i minori PDF Stampa E-mail
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di Bruno Ferraro (Presidente Aggiunto Onorario di Corte di Cassazione)

 

Libero, 31 dicembre 2014

 

Ogni qualvolta si discute di repressione, redenzione e carcerazione, si sentono affermazioni secondo cui la custodia cautelare (cioè prima della condanna definitiva) andrebbe disposta solo in casi di effettiva necessità. Si dice anche che occorre impedire la fuga dell'accusato e la reiterazione del reato valutando elementi soggettivi ed oggettivi specifici. In via di principio si può convenire, salvo a rimanere coerenti alla premessa quando ci si confronta "a caldo" con fatti di delinquenza che scuotono la pubblica opinione e suscitano allarme sociale.

Pensavo a questo quando, tanto per fare un esempio, un ragazzo di diciassette anni, nel marzo 2014, è stato finalmente tratto in arresto dopo avere, per due anni, pestato a più riprese la fidanzata maggiorenne, nonché il padre di lei e chiunque altro avesse osato intromettersi per impedire il pestaggio. Il Tribunale dei minori ne ha disposto il collocamento in comunità ed il padre di lui ha approvato il comportamento del figlio dicendo "ha fatto bene ad alzare le mani, poiché non è dato ad alcuno estraneo intromettersi mentre è in atto un litigio con la fidanzata".

Dirà qualcuno che con simile genitore non è dato aspettarsi un figlio diverso. Più in generale, le carenze dei genitori generano quasi sempre il disagio giovanile e, comunque, trattandosi di ragazzi, la linea morbida è di prammatica. Così ragionano da tempo gli esperti e così si esprime anche il nostro legislatore, a partire dalla riforma del penale minorile nel 1989.

Principio cardine del processo penale minorile è l'esigenza di acquisire elementi sulla personalità dell'imputato e in particolare sulle condizioni e risorse personali, familiari, sociali ed ambientali del minorenne, al fine di accertarne l'imputabilità ed il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto e disporre le adeguate misure penali, nonché gli eventuali provvedimenti civili. Per questo, sono previste particolari formule decisionali indulgenziali.

Per questo è esclusa l'obbligatorietà delle misure cautelari. Per questo è previsto un pubblico ministero specializzato, come pure un collegio ed un giudice di sorveglianza formati da magistrati ed esperti forniti di adeguata cultura minorile.

Per questo infine è previsto un programma educativo, alternativo alla reclusione, elaborato da un'equipe a prevalente composizione educativa ed approvato dal giudice di sorveglianza, prima di essere sottoposto alla formale accettazione del minore. Sulla base di tali tasselli è giusto affermare che il carcere per i minori è un'ipotesi residuale e vi si fa ricorso solo in casi estremi, utilizzando peraltro strutture attrezzate per il recupero e la rieducazione: è sufficiente visitare Casal del Marmo a Roma per rendersene conto, tenendo nel debito conto l'elevato numero di minori di origine straniera (in particolare nomadi).

Il problema, come al solito, è quello dei controlli. Se questi funzionano, si può essere sufficientemente tranquilli sull'esito del programma di rieducazione. Me ne resi personalmente conto, quando, operando da Procuratore della Repubblica per i minorenni nel Molise, disposi un efficiente controllo di polizia sui minori sottoposti agli arresti domiciliari, avendo da alcuni di essi l'affermazione che il carcere era meglio dell'essere rinchiusi in casa "come topi in trappola".

Un controllo di sola polizia ancora oggi? Meglio, invece, un controllo "di rete", chiamando alla collaborazione la miriade di forze anche sociali operanti sul territorio. Meglio ancora, ed in aggiunta, un'attività di mediazione culturale penale, facendo capire al reo che il male commesso ha bisogno della riparazione e della riconciliazione con la vittima. Discorso difficile ma non impossibile!

 

 

 

 

 


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