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Parole al cambiamento. Quando la corrispondenza è una piccola conquista PDF Stampa E-mail
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In Veneto, 25 ottobre 2010

"Dare parole al cambiamento. Le relazioni epistolari e i colloqui di sostegno con autori di reato". Questo il nome del corso che ha preso il via venerdì 15 ottobre nella Sala Morone del Convento di San Bernardino per i volontari delle associazioni di volontariato penitenziario impegnati nella corrispondenza con i detenuti e nei colloqui in carcere: ma tra i presenti c’erano anche persone interessate a raffinare la loro capacità di gestire relazioni impegnative anche in altri ambiti educativi. Condotto da Lucia Di Palma, psicologa con profonda esperienza del mondo carcerario, quello di venerdì è stato il primo degli otto appuntamenti del corso in programma.
Un incontro dedicato ad approfondire le motivazioni della scelta di dedicarsi al volontariato, con una particolare attenzione al volontariato diretto alle persone carcerate: è infatti indispensabile che chi si propone di aiutare un detenuto attraverso lettere o colloqui - strumenti comunicativi di grande impatto - abbia acquisito piena consapevolezza delle proprie motivazioni. Queste, ha spiegato la Di Palma, sono fondamentalmente di due tipi: egoistiche o altruistiche. Sono egoistiche quelle motivazioni che si propongono di ricavare dall’azione di volontariato un qualche beneficio (aumento dell’autostima, sollievo dal disagio provocato dalla sofferenza altrui, acquietamento di personali sensi di colpa, etc.), mentre sono altruistiche le motivazioni nate dall’empatia e dalla solidarietà con l’altro che soffre. C’è però una via che dalla motivazione egoistica porta all’altruismo, che consiste nell’esperienza della reciprocità che soddisfa i bisogni sia di chi chiede aiuto sia di chi lo offre. Per questo il volontario non deve temere di riconoscere le proprie motivazioni profonde, anche quelle egoistiche: solo riconoscendole potrà avviarsi a maturare una motivazione autenticamente solidale.
Lucia Di Palma ha focalizzato poi l’attenzione sulla corrispondenza con le persone carcerate e sollecitato le testimonianze dei volontari presenti, che sono intervenuti esponendo i motivi e le circostanze della propria scelta, offrendo così un interessante quadro di esperienze e riflessioni. Da queste la psicologa ha preso spunto per delle analisi che mettono in risalto l’importanza dell’attività di corrispondenza: ad esempio, in risposta all’osservazione di una volontaria che ha indicato nel silenzio e nella meditazione i presupposti della corrispondenza epistolare, la Di Palma ha richiamato l’attenzione sull’importanza del silenzio, essenziale in tutte le relazioni più significative. La lettera nasce nel silenzio e nel raccoglimento e induce il detenuto a fare silenzio nel momento in cui legge, in una disposizione di ascolto attento e partecipe. Pertanto scrivere una lettera a persone carcerate vuol dire permettere loro di vivere quel silenzio benefico e accogliente di cui il più delle volte è mancata l’esperienza e che è quasi del tutto assente in carcere, luogo caratterizzato da frastuono e rumori sgradevoli.
Scrivere una lettera, e poi attendere la risposta, e costruire così una relazione, fa sperimentare inoltre l’importanza del tempo: un tempo calmo, da vivere senza fretta, secondo un ritmo interiore che ciascuno segue liberamente. Solo a queste condizioni - il silenzio, l’ascolto, il tempo di confrontarsi con se stessi - la corrispondenza, come il colloquio, diventa non solo espressione, ma luogo di cambiamento, favorito più dalle piccole conquiste che dalle grandi lotte.
 

 

 

 

 


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