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Lettere: ogni anno, con l'occasione delle feste, torno alla mia galera di Pisa, a farmi visita PDF Stampa
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di Adriano Sofri

 

Il Foglio, 6 gennaio 2015

 

C'è ormai una tradizione. L'onorevole Paolo Fontanelli, il professor Michele Battini e io compriamo i panettoni - quest'anno si risparmiava, solo 220 panettoni. A volte la Coop ce li regala, e non è nemmeno mafiosa. Li andiamo a caricare con un furgone della cooperativa dei detenuti guidato dall'ingegner Bigarella.

Li scarichiamo in modo che vengano distribuiti insieme ai doni procurati dal cappellano, monsignor Filippini. (Nella tradizione c'era un posto centrale per suor Cecilia, ma i regolamenti del suo Ordine l'hanno richiamata altrove, e, con tutto il rispetto, è stata una gran perdita per i carcerati di ogni fede). Poi visitiamo a lungo il carcere.

Parecchi detenuti sono habitué - recidivi, li chiamano: si capisce che chi commette piccoli reati non può che commetterli spesso, per sbarcare il lunario; se si ruba all'ingrosso, basta un colpo, e tuttavia si direbbe che anche i ladri grossi subiscano una coazione a ripetere, ma è raro incontrarli in galera, a Pisa nemmeno uno.

Così nonostante gli anni che passano, i detenuti miei amici - e anche gli agenti - restano numerosi, ed è tutto un abbracciarsi. Ormai ci sono anche i loro figli, e ci si abbraccia lo stesso. I veterani mi dicono: "Non sei cambiato", e intendono: "Azzo, come sei invecchiato!".

Sorridono, e io tengo il conto dei denti in meno dall'anno precedente: i detenuti non riempiono i buchi dei denti perduti, e le pareti del carcere non suturano le loro crepe. Il numero ridotto di detenuti sembrava un buon segno, se non fosse che ci sono sezioni chiuse, compreso il femminile e il centro clinico.

Fervono i lavori, per così dire, come vuotare il mare col secchiello. Il direttore, Fabio Prestopino, ci ha illustrato equanimemente le toppe volenterose (anche i veri progressi, per esempio telefoni a scheda nelle varie sezioni) e le falle riaperte. Sono proprio falle, crepe nei muri, sale chiuse perché ci piove dentro, pavimenti insorti, eczemi di intonaci.

È tutto di un'insensatezza suprema. Il sistema penitenziario si regge su un'insensatezza così smisurata da far dubitare della possibilità di metterci mano: se si riducesse l'insensatezza, crollerebbe tutto. I direttori e le direttrici di carcere, quando non sono cattivi, suscitano una gran solidarietà, come capitani di traghetti lasciati in balia del naufragio. Peccato davvero, perché saprebbero che cosa farne della loro nave, se gli dessero una bussola. Il caffè l'abbiamo preso in una cella di napoletani: un buonissimo caffè.

 

 

 

 

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