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Detenuti sempre più poveri. Dove sono Chiesa e istituzioni? PDF Stampa E-mail
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In Veneto, 25 ottobre 2010

Monsignor Chiot, Don Girelli, Don Sergio Pighi, Fra Beppe Prioli e don Maurizio Saccoman. Sono solo alcuni dei nomi che appartengono a quelle figure religiose che, in passato come oggi, hanno rappresentato e continuano a rappresentare punti di riferimento importanti per molti carcerati.Carcerati che – ha sottolineato Monsignor Carlo Vinco parroco di San Floriano e presidente della Pia Opera Ciccarelli durante la tavola rotonda organizzata dall'associazione La Fraternità "Dalle povertà ai reati: spezzare la catena nella tradizione dei grandi Santi veronesi" – sono sempre più spesso poveri non solo economicamente, ma anche culturalmente e nella sfera degli affetti. “Oggi molti detenuti sono stranieri – ha specificato don Vinco –. Non hanno le loro famiglie in città e si ritrovano soli. Per questo la presenza attiva dei preti è fondamentale, anche se non tutti la comprendono”. Da qui una bacchettata proprio alla categoria dei parroci, la cui assenza in sala per don Vinco non può essere giustificata. “Un buon parroco non può chiudere gli occhi sulla dimensione del carcere”, ha insistito il presidente della Pia Opera.
Tirata di orecchie poi anche ad assessori e consiglieri comunali, ma in questo caso a puntare il dito contro la mancanza dei colleghi è stato l'assessore alle politiche sociali Stefano Bertacco: “Quando parliamo di carcere nelle commissioni, sono tutti pronti a dire la loro, a volte anche a sproposito. Ma in occasioni come queste, in cui si può davvero approfondire la tematica, assistiamo a una generale latitanza”.
Secondo Bertacco per risolvere alcune delle problematiche di chi esce dal carcere, la necessità primaria è quella di costruire reti stabili che creino occasioni concrete di reinserimento. “Non si tratta di carità, ma di lavorare per dei veri inserimenti nella società. Verona si deve interrogare. Chi va riconosciuto è l'uomo, non il suo passato, altrimenti non avremo mai una vera sicurezza, parola che ormai sono stufo di sentire pronunciata nei termini in cui viene trattata. Bisogna costruire percorsi e nuove possibilità, e a farlo non può essere solo il terzo settore, che al momento sta agendo là dove lo Stato non riesce ad arrivare”.
Che le risposte durature spettino alle istituzioni lo pensa anche Maurizio Mazzi, presidente della Conferenza Regionale Volontariato Giustizia del Veneto e volontario della Fraternità. “I volontari devono stare attenti a non accettare tout court la delega di prendere tutto il carico dei bisogni interni al carcere. Tra i reclusi ci sono spesso stranieri, tossicodipendenti, persone malate di aids o psicolabili e anche per la polizia penitenziaria l'accompagnamento e il sostegno psicofisico sono compiti sempre più difficili da reggere, oltretutto con una formazione sommaria”.
Ma se l'obiettivo è quello che dal carcere escano persone migliori, anche il “trattamento” è importante. Continua Mazzi: “A Verona gli educatori sono saliti di numero: da 4 a 7. Ma il sovraffollamento impedisce di guardare a questo dato come a una chiave di volta. Quello a cui si assiste sia a livello nazionale che regionale è piuttosto un continuo taglio delle risorse, e con esse delle attività dedicate al trattamento e al reinserimento dei detenuti”.
Del resto, che il carcere sia un luogo di contraddizioni a metà via tra la dimensione contenitiva e quella correttiva e soffocato dalla burocrazia, non è una novità. Quello che forse è un dato nuovo, è l'aver pensato a una pena detentiva anche per reati non gravi, come la clandestinità. La pensa così il sostituto Procuratore della Repubblica dì Verona Beatrice Zanotti, secondo cui la funzione della pena, anche nei termini in cui viene trattato chi è recidivo, sta sempre più diventando quella di “eliminare temporaneamente un problema”. “Di fronte a una recidiva bisognerebbe ammettere che il recupero della persona è fallito – precisa – ma la legge dice che la pena non deve essere contraria all'umanità e deve tendere alla rieducazione”.
 

 

 

 

 


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