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Stefano non era un santo né un “bravo ragazzo” PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 26 ottobre 2010

Di Stefano Cucchi si è parlato tanto, la sua storia la conosciamo soprattutto dalle parole di Ilaria, la sorella che cerca con ogni forza la verità sulla morte, per cause tutt’altro che chiare, di quel ragazzo di 31 anni, avvenuta a pochi giorni dall’arresto per possesso di droga, nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini di Roma. Ma ora Ilaria la storia di quel fratello che “non era un santo né un ‘bravo ragazzo’” ce la racconta insegnandoci una cosa straordinaria: il coraggio di una famiglia, che ha deciso lei per prima di dare il “buon esempio” alle istituzioni, non nascondendo niente di quel ragazzo che continuava a “tradire” la sua fiducia facendo credere di essere uscito dalla droga, e invece ne era ancora più che mai schiavo. Nel libro “Vorrei dirti che non eri solo” (edizioni Rizzoli), scritto in collaborazione con il giornalista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi, Ilaria racconta anche che sono stati i suoi genitori, andando nell’appartamento in cui Stefano viveva da solo pochi giorni dopo la sua morte, a scoprire droga e strumenti per lo spaccio, e a decidere di non tacere niente di questa amara verità. In cambio di questo grande senso di responsabilità, hanno avuto dalle istituzioni poco coraggio e poca chiarezza.
Di fronte a Ilaria Cucchi però c’è stata una rappresentante dell’Amministrazione penitenziaria, Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate, che ha saputo dire parole importanti per tutti, per una famiglia che si è vista restituire dal carcere un figlio morto, ma anche per chi opera nelle carceri, e deve avere il coraggio di fare il suo mestiere dando sempre la precedenza su tutto all’umanità.  Quello che segue è l’intervento che Lucia Castellano ha fatto pubblicamente, di fronte a Ilaria Cucchi, in occasione di un convegno nella Casa di reclusione di Padova.

Una catena di deresponsabilizzazione collettiva, di Lucia Castellano

Per me è molto difficile essere vicina a Ilaria Cucchi e parlare con lei, senza provare per l’Amministrazione penitenziaria che rappresento quanto meno un senso di inadeguatezza.     
Io credo che le situazioni siano chiaramente sempre molto complesse, da un lato c’è la responsabilità penale, che è personale, e lì pagherà chi ha sbagliato, e come si dice con formula di rito “abbiamo piena fiducia nella magistratura”, e questo è un punto. Ma un altro punto è la responsabilità delle istituzioni, che è qualcosa di diverso, che va un po’ oltre la responsabilità penale del singolo, non soltanto nel caso di Stefano Cucchi, ma in altri casi in cui le Amministrazioni dello Stato avrebbero dovuto essere trasparenti e non lo sono state, si sono trincerate di fronte a una catena che comunque in qualche modo portava ad una deresponsabilizzazione collettiva, e secondo me questo è l’errore più grande, al di là, ripeto, della responsabilità personale.
Alessandro Margara, che è stato un grande magistrato di Sorveglianza e uno dei padri della Riforma penitenziaria, disse che quando capitano queste situazioni, l’Amministrazione deve avere il coraggio di andare a fondo al suo volto violento, perché noi siamo fatti come persone, di bene e di male, e anche come Amministrazione di bene e di male, e soprattutto nel carcere il volto violento c’è e non è colpa del singolo poliziotto o del singolo direttore. È colpa di un modo di concepire questo lavoro o questa istituzione. Questo volto violento però noi ce l’abbiamo insieme ad un altro volto, che è invece il volto delle centinaia, delle migliaia di poliziotti che fanno il loro lavoro, e ringrazio veramente Ilaria Cucchi per averlo sottolineato, delle centinaia di direttori, di educatori, di psicologi che fanno il loro lavoro. Ma se noi quando capitano questi episodi non abbiamo il coraggio di andare a fondo a quello che è successo, la parte buona dell’Amministrazione la soffochiamo, in qualche modo la infanghiamo e non facciamo il suo bene.
Allora secondo me bisogna fermarsi e vedere l’umanità dell’altra persona, in qualunque situazione, vedere questa contaminazione tra la mia umanità in divisa e l’umanità di Stefano Cucchi senza divisa o l’umanità del detenuto, l’umanità del parente del detenuto.
Io credo che noi dobbiamo come Amministrazione delle scuse alla famiglia Cucchi e dobbiamo delle scuse a quelle famiglie con cui non ci siamo rapportati, non l’abbiamo fatto così  come tante volte, purtroppo, non lo fanno neanche negli ospedali, per esempio. Io per motivi famigliari ho molta consuetudine con gli ospedali e riesco a distinguere quando un ospedale ha un volto umano e quando invece ha il volto del potere sul malato.
Ecco perché ritengo che le istituzioni debbano scusarsi con i loro utenti tutte le volte che non riescono a farsi contaminare, cosa che è molto difficile, ma fondamentale, dall’umanità della persona che hanno di fronte, e a rispondere con altrettanta umanità.

Ma il libro di Ilaria Cucchi fa pensare anche per altri motivi, primo fra tutti perché ripercorre il calvario di una famiglia, che per anni ha vissuto il dramma di un figlio che non riusciva a uscire dalla droga.
In carcere si raccolgono spesso testimonianze sulle sofferenze delle famiglie di persone tossicodipendenti, di cui non si parla forse abbastanza.  Quella che segue è la storia di un giovane uomo, che racconta la devastazione della droga, di fronte alla quale nemmeno la figlia di pochi mesi riusciva in qualche modo a contare per lui. Storie come queste ce ne sono tante, la famiglia Cucchi ha ridato, in un certo senso, a chi le sta vivendo dignità e coraggio.

Gli anni infernali che ho vissuto e ho fatto vivere alla mia famiglia per la droga

Oggi, dopo aver preso una certa distanza dalla droga, mi sforzo di cercare un significato a quell’esperienza, nella speranza di ritrovare il punto di partenza, e il punto di arrivo, degli anni infernali che ho vissuto e che mi hanno lasciato solo pochi fili di speranza, che cerco di riannodare per ridare un senso alla mia vita. Per quegli anni bruciati vorrei poter almeno soffrire, ma non posso fare neanche questo perché tutte le energie le devo mettere nel cercare di prendermi le mie responsabilità: gli sguardi di mia moglie e mia figlia nella mia immaginazione non mi lasciano neanche un istante, vedo le braccia dei miei famigliari aperte, che mi invitano a tornare da loro, al mondo reale. Mia figlia, che ho lasciato nella culla, oggi ha tre anni ed é affidata a mia suocera; fino ad ora non ho potuto vederla perché devo portare avanti per prima cosa il percorso terapeutico che ho intrapreso da pochi mesi, da quando sono uscito dal carcere per andare in comunità. Ero un egoista senza filtri, sia nel linguaggio che nelle azioni, tutto il mio tempo apparteneva a me solo e alla mia storia di drogato, nessun altro poteva avere una parte di quel tempo, neanche mia figlia quando piangeva perché aveva bisogno di essere pulita e di un cambio di pannolino, o altro. Per me mia moglie era una estranea e quindi era come se non ci fosse, non l'avvisavo mai se ritardavo, non rispettavo gli orari e la cercavo solo per i miei interessi; il dialogo fra me e lei era inesistente, era un rapporto basato solo su interessi miei personali, io non la consideravo più né come donna e neanche come la madre di mia figlia.
Ora sono in comunità, e mi sento un sopravvissuto alla droga, non mi vergogno di dire che sono stato un drogato, anzi, posso dire che quella lunga storia di sofferenza causata dalla droga mi ha in qualche modo fatto crescere la capacità di comprensione.
Oggi, se dovessi vedere un drogato, sono certo che il primo pensiero che mi verrebbe sarebbe quello di cercare di aiutarlo, chiedendogli come è iniziata la sua storia nel mondo della droga, quale sia stato il motivo che lo ha spinto nel tunnel, per fargli capire che quello che sta vivendo è solo un’illusione, come un velo sottile che lo separa dalla realtà, e che esistono tanti modi semplici per scavare nella propria interiorità, così da vedere quali sono i propri problemi e poterli affrontare, a volte basta solamente una penna per iniziare a raccontare e trasformare un’azione inconscia in una azione conscia, liberandoti dal problema che ti causa sofferenza.

M. A.
 

 

 

 

 


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