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Lettera sul volontariato in carcere e il senso della dignità PDF Stampa
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di Carla Chiappini (Direttore di "Sosta Forzata")

 

Ristretti Orizzonti, 30 marzo 2015

 

Dopo la chiusura della redazione di "Sosta Forzata", dopo la mia chiusura fuori dal carcere, è stato importante incontrare il volontariato che, silente, aveva accettato senza discutere la decisione del Direttore della Casa Circondariale di Piacenza. È stato importante incontrare i dubbi, le reticenze, le paure e le connivenze del volontariato. Per capire meglio e per coltivare ulteriori dubbi utili, forse, a capire ancora meglio!

E davvero non sto giocando con le parole ma sto piuttosto cercando di tracciare un percorso della coscienza, attraverso punti di vista differenti dai miei ma, non per questo, sbagliati a priori.

La grande questione che si è posta è la seguente: la chiusura del giornale, l'allontanamento della mia persona in quanto sgradita alla Direzione erano la conditio sine qua non per poter continuare a entrare in carcere a operare per il bene dei detenuti. Naturalmente, così stando le cose, anche per me è difficile sostenere di essere il giornale o io stessa più importanti del bene dei detenuti. I deliri di onnipotenza, lo so, sono patetici, pericolosi per se e per gli altri per cui cerco di starne lontana.

Ma, a mio avviso, la questione è più sottile e complessa. Qual è il senso della presenza della città libera all'interno del carcere, posto e acclarato che il fine ultimo e intangibile è il bene delle persone detenute? Non è forse quello di rendere meno opache le mura delle prigioni, di dare testimonianza di responsabilità e consapevolezza, di difendere e tutelare la dignità dei ristretti già fortemente compromessa dalla reclusione e dalle sue regole non sempre chiare e ragionevoli? Se è così, mi chiedo come sia possibile tutelare la dignità altrui rinunciando senza batter ciglio alla propria. E se la dignità è un valore irrinunciabile, dovrebbe essere garantita a tutti e ovunque, in particolar modo in un ambiente così complesso e innaturale come il carcere.

Dove convivono esseri umani con funzioni e ruoli così drammaticamente contrastanti: quelli che hanno le chiavi per chiudere e quelli che devono essere chiusi nelle gabbie. Quelli che devono osservare e valutare e quelli che sono sempre sotto esame. Quelli che hanno la responsabilità della struttura e quelli - come i Magistrati di Sorveglianza e i Garanti - che hanno il compito di tutelare i diritti. E infine i liberi cittadini che, a vario titolo, entrano e sono funzionali a tante attività previste dall'Ordinamento Penitenziario: studio, lavoro - pochissimo purtroppo, cultura, sport e intrattenimento ma anche ascolto delle persone ristrette e accoglienza dei loro parenti. Questa umanità così varia e complessa ha ruoli molto diversi, differenti responsabilità e un differente grado di fruizione dei diritti ma certamente pari dignità. Senza se e senza ma. Ed è lì che mi sembra sia molto, troppo debole il pensiero un po' pietistico e un po' modesto per cui tutto o quasi deve essere accettato e digerito per poter entrare nelle carceri a fare il bene delle persone detenute.

Naturalmente - spero sia molto chiaro - non si mette qui minimamente in discussione il rispetto delle regole, degli orari, dei tempi e del luogo!

Ho provato, comunque, a dialogare con me stessa e a mettermi in difficoltà, ma non riesco a cambiare idea. La dignità è il primo di tutti i beni. Occorre difenderla sempre e in ogni circostanza. Dopo, tutto il resto arriva in cascata. A questa certezza associo l'immagine di Leda Colombini che ho conosciuto poco o forse molto; il tempo di una serata, di un racconto per le vie di Roma. Una lunga passeggiata e una lunga narrazione: dall'Emilia alla Capitale. L'impegno politico e il volontariato nelle carceri. La stessa fierezza, la stessa dignità. La camminata lenta, le gambe un po' gonfie, negli occhi una luce da ragazza. È riuscita ad aprire le porte della città ai bimbi reclusi con le mamme nelle carceri di Roma. Non credo si sia mai piegata. Non ho cambiato idea, dunque. Ma chissà, magari ci sarà qualcuno che riuscirà a rimettere tutto in gioco, a farmi ripartire per un nuovo viaggio all'interno della mia coscienza. Perché no?

 

 

 

 

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