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La libertà odora d'amore. L'ergastolano e il primo permesso dopo 24 anni in cella PDF Stampa
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di Carmelo Musumeci

 

Il Mattino di Padova, 30 marzo 2015

 

Quando Carmelo Musumeci è arrivato nella Casa di reclusione di Padova, e poi è entrato a far parte della redazione di Ristretti Orizzonti, aveva una condanna all'ergastolo ostativo, quell'ergastolo che ti toglie ogni speranza di uscire un giorno dal carcere, a meno che tu non decida di "collaborare con la Giustizia". E lui però aveva scelto di farsi la galera, piuttosto che costringere i suoi figli a diventare "figli di un pentito" e quindi persone a rischio, costrette a nascondersi e a cambiare identità.

Per 24 anni ha lottato contro l'ergastolo ostativo, trovando pochi alleati, ma uno di assolutamente straordinario, Papa Francesco: "La pena dell'ergastolo, come pure quelle che per la loro durata comportano l'impossibilità per il condannato di progettare un futuro in libertà, possono essere considerate pene di morte occulte, poiché con esse non si priva il colpevole della sua libertà, ma si cerca di privarlo della speranza. Ma, sebbene il sistema penale possa prendersi il tempo dei colpevoli, non potrà mai prendersi la loro speranza".

E di recente a Carmelo è stata riconosciuta la collaborazione impossibile o inesigibile, e questo ha riportato nella sua vita la speranza. E anche un primo permesso, in cui ha potuto ritrovare il sapore di quella, per dirla con le sue parole, "libertà che odora d'amore".

 

Il primo permesso premio di un ergastolano

 

Concede a Musumeci Carmelo, sopra generalizzato, il permesso a recarsi a Padova presso la Casa di Accoglienza "Piccoli Passi" sita in via Po n. 261, accompagnato da un operatore volontario della struttura. Il detenuto uscirà dalla Casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 14 marzo 2015 e vi farà rientro alle ore 18.00 dello stesso giorno. (Ufficio di Sorveglianza di Padova).

Ho una compagna che mi aspetta da ventiquattro anni. Mi hanno arrestato nel 1991. Mia figlia aveva nove anni, mio figlio sette. Nel frattempo mio figlio mi ha dato due nipotini, Lorenzo di nove anni e Michael di sette. Per ventiquattro anni ho vissuto con la condanna all'ergastolo ostativo o se preferite alla "Pena di Morte Viva" o "Nascosta" come la chiama papa Francesco. Non ho mai creduto ai miracoli, anche se ci ho sempre sperato, fin quando nel mese di dicembre del 2014 il Tribunale di Sorveglianza di Venezia mi concede la collaborazione impossibile, perché anche se facessi i nomi dei miei complici i loro reati sarebbero prescritti. Questo significa che mentre prima non avevo diritto a nessun beneficio penitenziario adesso, dopo ventiquattro anni, potrei usufruire di qualche permesso premio. E sabato quattordici marzo 2015 mi concedono il primo permesso premio di nove ore da uomo libero.

La guardia mi chiama. Esco dalla cella. Arrivo al primo cancello. Esco dalla sezione. Scendo le scale. Secondo cancello. Entro nel corridoio centrale. Terzo cancello. Imbocco il corridoio secondario. Quarto cancello. Entro nel cortile. Quinto cancello. I cancelli sembrano non finire mai. Sesto cancello. E per un attimo mi viene paura che si può bloccare la chiave nella serratura di uno di loro. Settimo cancello. Finalmente arrivo all'ultimo. E vengo sbattuto fuori come uno straccio. Vedo la libertà. Mi manca l'aria. E mi gira la testa. Per un attimo mi dimentico di respirare. E per non cadere in terra mi ricordo di respirare di nuovo. Poi mi guardo intorno smarrito. Mi assale la paura. E mi viene voglia di rientrare dentro. Mi volto, ma il cancello è già chiuso. E la guardia è già andata via. Quando servono le guardie non ci sono mai. Faccio un lungo respiro. Fuori c'è un tiepido sole. Rimango abbagliato dalla sua luce. Non c'è vento. E anche se ci fosse, non lo sentirei. Finalmente una volontaria si avvicina. Mi prende in consegna. E mi fa salire nella sua macchina. Parte. E dopo pochi chilometri arriviamo in un edificio recintato. Scendo dalla macchina. E il mio cuore inizia a bruciare di felicità. La libertà incomincia ad odorare d'amore. Vedo i miei figli venirmi incontro. Il mio cuore barcolla. Si appoggia su di me per non cadere. Anch'io mi appoggio su di lui. La luce dei sorrisi dei miei figli illumina la mia anima. Li abbraccio e li stringo forte. Bacio ripetutamente sulle labbra mia figlia. Rimaniamo in silenzio. Parlano solo i nostri cuori. Lei non piange. Le ho insegnato a non piangere, ma so che lo fa di nascosto. L'ultima volta che l'ho vista piangere è stato quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis. Quando lei era ancora una bambina. Lei non mi poteva toccare. Io non la potevo accarezzare. Lei non mi poteva baciare. Io non la potevo stringere fra le mie braccia perché al colloquio eravamo separati da un vetro divisorio. Nel frattempo il mio cuore mi ricorda che c'è anche la mia compagna. Sento che accelera i suoi battiti. I miei occhi la cercano. La trovano. È la compagna del mio cuore. Sorrido. È ancora bellissima. E penso che forse in libertà si invecchia più lentamente che dentro. L'abbraccio. La bacio. E le sussurro: Grazie amore per tutti i giorni e gli anni che mi hai aspettato. Lei mi risponde: Non c'è stato bisogno di aspettarti perché tu non sei mai andato via... hai sempre abitato nel mio cuore. È stato facile amarti... impossibile è stato smettere di amarti. Poi abbraccio Alberto, il fidanzato di mia figlia, il mio angelo Nadia, Mita, Francio e tutti gli altri. Tutti mi circondano. E mi stanno vicini. Poi rimango un po' solo con la mia compagna. Le mie mani non la toccano e non la accarezzano da anni. I suoi baci sono buonissimi, non me li ricordavo più così buoni. Ne faccio una scorpacciata. E ne nascondo qualcuno dentro il cuore. Per i momenti difficili, perché non si sa mai che non mi faranno più uscire. Rimango un po' da solo, uno alla volta, anche con i miei figli. Poi qualcuno grida "a tavola". E mi sembra di essere a casa. Mi siedo a tavola con tutta la mia famiglia. Dopo tanti anni finalmente ho davanti a me posate, bicchieri e piatti veri. Poi iniziamo a mangiare. E penso che sono venti anni che non mangio più con la mia famiglia. A un certo punto la mia compagna, vedendo che guardo continuamente l'orologio, per farmi coraggio mi sorride. E mi sussurra: Non ci pensare. Ad un tratto è l'ora di andare via. Faccio tutto in fretta per cercare di non pensare. Abbraccio e saluto tutti. Non li guardo, perché il dolore si capisce osservando gli occhi. Io non voglio vedere la loro sofferenza. E non voglio neppure che loro guardino la mia. Alla fine mi volto. E vado via. La volontaria mi riaccompagna in carcere. Da fuori il carcere fa ancora più paura. Sembra ancora più brutto di quello che è. Ad un tratto il suo cancello enorme di ferro si apre. Sembra la bocca di un mostro. Il suo rumore metallico rimbomba nelle mie orecchie. Quella è la sua voce. Faccio un passo e sono di nuovo dentro. Mi sento malinconico e triste. Cammino lentamente. I miei passi per terra battono con lo stesso ritmo del mio cuore nel petto. Entro nella mia cella. Mi butto sulla branda. Penso di essere stato lo spettatore di un bel sogno talmente intenso ed emozionante, che non ho avuto tempo di viverlo. Ed incomincio a viverlo di nuovo.

 

 

 

 

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