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Giustizia: non solo applicare le leggi ma anche farle, tutto il potere ai pm PDF Stampa
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di Francesco Petrelli (Segretario Unione Camere Penali)

 

Il Garantista, 26 maggio 2015

 

Parrebbe a qualcuno segno di una positiva presenza democratica il fatto che un magistrato offra un contributo alla riforma del processo penale ed alla elaborazione di adeguate ed efficienti norme anti-mafia e anti-corruzione. Ma non è così. Se i magistrati sono soggetti solo alla legge, è proprio perché in questo assoggettamento si è individuata la chiave di volta della loro stessa indipendenza. Oltre questo limite si apre un pericoloso segno di squilibrio istituzionale.

Quanta strada ancora ci separa dalla normalità? La varietà delle opinioni è certamente una ricchezza e la contrapposizione ideologica un fatto di vivacità culturale. Ed in un contesto di normalità ogni critica costruttiva dovrebbe essere apprezzata.

L'attribuirsi la prerogativa di fare e di disfare quelle stesse leggi che dovrebbero costituire il limite e la garanzia della loro stessa azione diviene un evidente e pericoloso segno di squilibrio istituzionale e di una altrettanto grave alterazione dei rapporti fra il potere giudiziario e il potere legislativo.

Ha forse ragione il dottor Gratteri a meravigliarsi del fatto che sino ad un quarto d'ora prima che il neopresidente del Consiglio salisse al Quirinale con i nomi del suo Governo, fosse certa la sua nomina a ministro della Giustizia. Non perché non conoscesse quella regola non scritta consolidata nella nostra costituzione materiale che inibiva ad un magistrato requirente, attivamente impegnato sui diversi fronti giudiziari, di varcare il soglio di via Arenula, ma perché i tempi sembravano maturi, lui che al suo autorevole sponsor, per svecchiare quella regola obsoleta e proiettare nel futuro cielo del Paese le magnifiche sorti e progressive di una nuova era, nella quale la giustizia e la legalità tutta fosse nelle mani della magistratura. Non soltanto la tutela della legalità nelle aule di giustizia, ma la fabbricazione sociale della sua stessa idea, la sua autorevole costruzione nei ministeri, la sua quotidiana applicazione nelle amministrazioni regionali, provinciali e comunali.

Come un coltello affondato nel burro di una realtà politico-istituzionale in decozione questa prerogativa di poter insegnare la legalità - quell'idea di legalità - in esclusiva si è spinta in profondità nel corpo sociale senza trovare ostacoli. Anzi! Quando nuove Autorità Nazionali, garanti della sfida alla corruzione, sono state insediate lo si è fatto consegnandole tetragoni a un magistrato. A noti magistrati, senza tentennamenti, sono stati affidati nuovi assessorati alla Legalità, a Roma come altrove, pensando che solo la magistratura e non certo la politica potesse sanare se stessa.

La magistratura non si occupa dunque più dì accertare la responsabilità di chi viola la legalità, ma la amministra, ne costruisce e somministra in esclusiva l'immagine sociale, ne pensa i presupposti normativi, forgia gli strumenti ideologici e materiali della sua stessa applicazione. Abbiamo letto nel parere di recente espresso dal Csm aspre critiche sulle nuove norme anti-corruzione, ritenute troppo deboli e del tutto insufficienti, ed abbiamo letto che sarebbe necessaria una "rivoluzione epistemologica" nella riforma del sistema penale. Abbiamo poi appreso dal plenum dello stesso governo autonomo della magistratura che si trattava invece di una buona riforma, equilibrata ed efficiente. Potremmo dire che siamo lieti di questo ripensamento, che rivede una posizione giustizialista, se non fosse che né luna né l'altra opinione ci sembrano rispettose dei compiti assegnati a questo organo autorevole.

Il Csm non dovrebbe affatto invadere il campo della politica legislativa del Governo e del Parlamento, non dovrebbe fare campagna elettorale per la propria idea di processo e di legalità, mostrando le sue molteplici facce politiche e correntizie, perdendo con questo la propria autonomia e la propria autorevolezza.

La tanto proclamata autoriforma sembra su questi presupposti una impossibile chimera, o peggio una truffa delie etichette. Se davvero si volesse autoriformare il Csm dovrebbe semplicemente ripartire da qui, ripensare i suoi stessi limiti, iniziare richiamando i troppi magistrati insediati nei ministeri, laddove si consuma un'insopportabile contaminazione fra potere giudiziario e potere esecutivo, cambiare subito le regole sulla candidabilità dei magistrati alle elezioni politiche ed amministrative, e richiamare quindi i magistrati dagli assessorati, e farla dunque dentro di sé, quella bella "rivoluzione epistemologica", lasciando riformare ad altri le leggi, applicandole bene, ove possibile, e senza interpretazioni creative.

Interpretazioni la cui ondivaga espansione all'interno del nostro sistema penale l'Europa - quella stessa Europa che secondo il dottor Gratteri non dovrebbe "darci lezioni" - ha recentemente censurato. Ma è solo un'utopia. E ancora troppo lunga la strada per la normalità. Ha ragione il dottor Gratteri a meravigliarsi del perché non sia divenuto ministro, avendo chiesto ed ottenuto "carta bianca sulla riforma della giustizia", quando invece la società sembra essersi arresa consegnando di fatto a dieci, cento, mille Gratteri la riforma della giustizia e le sorti della legalità.

 

 

 

 

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