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Lettere: le ragioni contro la lunga prescrizione PDF Stampa
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di Nicola Ferri (Ex Sostituto procuratore generale Corte di Cassazione)

 

Corriere della Sera, 12 luglio 2015

 

La "sessione estiva" del Parlamento potrebbe concludersi senza una decisione definitiva sulla questione dei termini di durata della prescrizione. Secondo la proposta di legge approvata dalla Camera il 24 marzo e da oltre tre mesi all'esame della Commissione Giustizia del Senato, la prescrizione viene allungata per tutti i reati (fino a 18/21 anni per quelli più gravi), poi si interrompe per due anni dopo la prima sentenza di condanna, e per un altro anno fino alla sentenza definitiva.

Il pendolo di questa riforma sembra dunque nuovamente rallentare, anche per il necessario coordinamento con le più pesanti sanzioni anticorruzione. Non è detto però che questo eventuale standby non possa servire al Parlamento per riflettere ulteriormente - circa la corruzione - in direzione di forti interventi endoprocessuali volti a fronteggiare l'estrema pericolosità sociale dei white collar crimes, quali la custodia cautelare obbligatoria in carcere e il giudizio direttissimo ovvero il giudizio immediato, nonché termini ristretti per i gradi di appello e di Cassazione.

Quanto al progetto di legge sulla prescrizione va ancora una volta ribadito che, se non si accelerano i processi penali secondo la "ragionevole durata" imposta dall'art.111 della Costituzione, è inutile dilatare i termini prescrizionali poiché è dimostrato che più questi vengono allungati più aumenta la durata dei procedimenti. Infatti, la prescrizione non è l'effetto della "lunga notte della giustizia" (130.000 processi svaniti ogni anno), ma ne è la causa: per cui il vero rimedio è quello previsto da altri ordinamenti e suggerito dai magistrati che operano sul campo, ossia la cessazione di ogni effetto della prescrizione con la sentenza di 1° grado, e il suo inizio non dal momento di consumazione del reato, ma da quando esso viene scoperto.

E a chi sostiene che la prescrizione sia l'ancora di salvezza degli imputati contro le disumane lungaggini dei processi si deve ricordare che la ratio ispiratrice dell'istituto, per il codice penale del 1930 tuttora vigente, risiedeva nella teoria per cui, a causa del lungo tempo trascorso, la memoria dei reati sbiadiva o addirittura scompariva dalla coscienza pubblica, e pertanto venivano meno l'interesse e la necessità della loro repressione da parte dello Stato.

Una ratio che, nell'epoca moderna, non ha più alcun fondamento poiché l'interesse dello Stato alla punizione dei colpevoli, specie per i più gravi delitti di allarme sociale, non viene affatto meno con il passare del tempo, così come non si affievoliscono, negli anni, l'attesa e la speranza di giustizia delle parti offese e della intera collettività.

 

 

 

 

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