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Lettere: impresa e giustizia, il mondo dei diritti non obbedisce al mercato PDF Stampa
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di Armando Spataro (Procuratore della Repubblica a Torino)

 

Corriere della Sera, 12 luglio 2015

 

Caro direttore, intervengo nel dibattito sul rapporto tra magistratura e imprese (o tra giustizia e economia?) citando provocatoriamente alcune parole che l'allora "ministro di Grazia e Giustizia" Grandi rivolse al duce, nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 1940, dinanzi ad adoranti magistrati in divisa: "La Magistratura fascista vuole dichiararvi, Duce, che essa si sente consapevole della missione che Voi le avete affidato.

Il magistrato attua il comando del legislatore e la sua sensibilità politica deve portarlo talvolta oltre i limiti formali della norma giuridica". Proprio queste parole di Grandi mi sono tornate in mente leggendo ieri sul Corriere l'intervento di Antonio Gozzi: servono a far comprendere come appartenga ad altra storia e ad altro sistema la pretesa che la magistratura possa, per sensibilità politica e ragioni di opportunità, riporre il codice in un cassetto.

Forse non è questo che Gozzi, citando il caso Ilva, aveva in mente auspicando che magistratura e impresa "trovino un luogo" per confrontarsi ed "evitare il ripetersi di simili disastri", ma il rischio di equivoco esiste. È per questo, allora, che occorre rammentare come la nostra Costituzione preveda non solo il primato del diritto alla salute, ma anche, a garanzia della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, il principio di obbligatorietà dell'azione penale. E ciò in relazione ad ogni reato di cui il pm abbia comunque notizia.

Non intendo scendere in valutazioni del merito delle inchieste citate da Gozzi, né rispondere alle sue non accettabili generalizzazioni su magistrati disattenti al diritto e afflitti da senso di "superiorità castale". È un lessico che speravo appartenesse ormai ad anni passati. Sto affermando che tutti i magistrati sono puri e fini giuristi, insensibili alle lusinghe della società mediatica in cui viviamo? Certamente no, e basterebbero poche autocitazioni per dimostrare come sia convinto che i "vizi" dei magistrati debbano essere sempre denunciati quale condizione per porre in luce la diffusa qualità e le difficoltà del loro lavoro.

Ma le generalizzazioni non sono accettabili, come non lo sarebbe quella di un'accusa rivolta a tutto il mondo degli imprenditori di insensibilità rispetto alla salute dei cittadini o alla qualità dell'ambiente in cui le industrie operano. È lecito domandarsi, però, come mai nell'intervento di Gozzi non compaia neppure un cenno alle tragedie causate dall'inquinamento ambientale o dalla scarsa sicurezza delle condizioni di lavoro in fabbrica.

E perché mai, mi chiedo, attorno all'ipotizzato tavolo di discussione, dovrebbero confrontarsi solo magistrati e imprenditori? Dov'è il legislatore, dov'è la politica che per troppo tempo ha dovuto inseguire la non ricercata supplenza della magistratura per intervenire a tutela della vita e salute delle persone? È il Parlamento il luogo primo di attenzione a questi problemi ed è solo alle leggi approvate che il magistrato deve prestare assoluto ossequio.

Sto affermando che il magistrato deve procedere con gli occhi bendati? Certamente no, tanto da amare personalmente la bilancia in mano alla dea che raffigura la giustizia, ma non la benda che la rende cieca. Ma un conto è auspicare che il magistrato consideri ogni conseguenza del proprio agire, che accresca a tal fine la sua competenza specialistica, che consideri le ragioni di tutte le parti in causa, altro è pretendere che la giustizia sia influenzata dalla natura globale dei mercati o dalle necessità di innovazione delle imprese italiane. No, grazie! Se c'è un reato, si deve procedere nel migliore e più accorto dei modi, ma senza condizionamenti esterni di alcuna natura, da chiunque essi provengano. Sono d'accordo con Gustavo Zagrebelsky, Rodotà, Canfora ed altri: l'economia non può essere l'esclusivo o principale fattore condizionante la politica e finanche la giustizia. C'è un mondo, quello dei diritti di tutti, che deve prevalere secondo la scala costituzionale.

 

 

 

 

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