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Lettere: le petizioni popolari e la legittimazione del giudice PDF Stampa
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di Paolo Auriemma (procuratore capo di Cassino)

 

Il Tempo, 12 luglio 2015

 

Caro Direttore Ma ci siamo capiti? Eppure sono passati duecentocinquanta anni da quando Montesquieu diceva che la tripartizione dei poteri è uno dei cardini della democrazia. L'altra sera vagando distrattamente tra tanti canali sono andato a sbattere in una trasmissione in cui un parente di una ragazza scomparsa tanti anni fa chiedeva che venisse sottoscritta una petizione ad un giudice perché non chiudesse in tempi brevi un processo.

Faccio il magistrato ma non ho capito niente: si chiedeva ad un giudice civile che negasse una dichiarazione di prescrizione di un processo penale. Una cosa però ho capito, che quella petizione per cui si chiedeva l'avallo di quante più persone possibile, voleva convincere quel giudice della erroneità di una tesi, della correttezza della tesi opposta.

Tutti i discorsi che affermavano che la legittimazione della magistratura non promanava da un consenso popolare, perché questa è l'in-sé della politica, ma da una terzietà fondata dalla impossibilità di condizionamenti di qualsiasi tipo trasparenti o opachi, provenienti da legittimi portatori di interessi o da oscuri gruppi di potere, erano ad un tratto cancellati da un'ovvietà che travolgeva principi che consideravamo ormai insiti nella nostra cultura, nella nostra coscienza, nel nostro stesso modo di essere.

Il giudice non va condizionato, mai, per nessuna ragione, anzi no, se la causa è giusta gli si può mandare una petizione la cui forza peraltro non è nel valore dell'idea ma nel numero delle persone che la sottoscrivono. La drammaticità di tutto questo è nell'assoluta buona fede di chi vuole esser portatore dell'idea "giusta". Legittimazione attraverso il consenso popolare, quello che non può e non deve essere un sistema dì garanzia secondo le regole che fondano un sistema europeo.

Risuonano con paura, per chi crede nel meccanismo creato dal Costituente nel 1948, gli echi le sirene di chi ipotizza una elezione popolare per il magistrato che lo renderebbe uguale al politico, non un soggetto super partes ma il portatore di interessi particolari affannato dalla ricerca della soddisfazione della parte che lo ha votato. Addio a quel "potere che controlla il potere" di illuministica memoria: ora sembra chiedersi stessa estrazione, stessa sensibilità, stessa legittimazione.

Quella perfetta buona fede, quell'ingenuo portare il proprio punto di vista davanti al giudice, forte perché numeroso e non perché ragionato o a conoscenza degli atti, mi è risultato tanto più spaventoso perché sradicato da quelle fondamenta che credevamo di aver fissato in modo definitivo con la pena di migliaia di anni di storia.

Nessuna riflessione, nessun dubbio, nessun confronto, perché quando si vuole una cosa, anche giusta, saggia, buona, non esiste nessuna regola, non esiste nessuna riflessione e spazzato via qualsiasi principio. Il Ministro Orlando al congresso di un importante gruppo associativo, quello di Unità per la Costituzione, rappresentava il pericolo di future richieste dì consenso popolare per la magistratura, più banalmente di nuove proposte di giudici elettivi.

Un pericolo che scorrendo, annoiato e distratto, i canali televisivi in una calda serata d'estate si evidenzia infido e lampante nell'accorata istanza di un parente di una giovane ragazza scomparsa e nella inconsapevolezza di un giornalista forse più interessato ali 'audience che alla storia di un popolo che ha tanto sofferto per evolvere le proprie regole.

 

 

 

 

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