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Giustizia: agenti abbandonati, Gratteri ha proposto una riforma che resta nel cassetto PDF Stampa
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di Sergio Luciano

 

Italia Oggi, 21 luglio 2015


Vivono in prigione senza essere mai stati condannati. L'agente di custodia di Trentola Ducenta che ha fatto una strage per una lite sul parcheggio è stato chiaramente travolto da un raptus di follia, ma l'eccezionalità funesta del suo gesto comunque richiama alla mente - di chi la conosce, cioè pochissimi italiani - la situazione d'emergenza psicologica permanente in cui vive una delle categorie più "a rischio" della pubblica amministrazione, appunto quella degli agenti penitenziari.

Un'emergenza che genera stress e disagi psichici di ogni sorta. E che una riforma, proposta al premier, su richiesta, dal Procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri, risolverebbe probabilmente alla radice. Nel quadro di quella più generale riforma della giustizia chiaramente improcrastinabile e reclamata a gran voce dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Eppure, per ora, niente.

Guardiamo i dati. Le statistiche dimostrano che ogni anno si suicidano 12 agenti di custodia, frustrati da un lavoro che definire ingrato è eufemistico. Condividono, di fatto, la vita reclusa dei detenuti, di cui devono subire insulti e angherie perché non possono reagire, e guai se lo fanno. Così ogni anno circa 400 agenti devono farsi medicare per ferite o percosse, costretti - come sono - a girare disarmati nei reparti (sarebbe peggio se i detenuti si impadronissero delle loro armi!) e quindi ad affrontare corpo a corpo eventuali aggressioni.

Sono consapevoli di presidiare un angolo buio e malsano dell'organizzazione pubblica, visto che nelle carceri vive regolarmente un 25% in più della popolazione consentita. Insomma, un vita infame, che genera stress e depressione.

"Al centesimo catenaccio, alla sera mi sento uno straccio", cantava Fabrizio De Andrè, nella sua celebre "Don Raffaè", dedicata appunto alle depresse confessione di "Cafiero Pasquale", agente di custodia "a Poggioreale dal 1953", ridotto ad adepto del boss Don Raffaè (si suppone, Cutolo) che rappresentava per lui l'unica concreta autorità raggiungibile. E veramente, come la poesia sa cogliere intuitivamente, la condizione carceraria peggiore, è, per certi versi, quella degli agenti.

Strutturalmente sotto-organico, mai adeguata all'accresciuto numero delle presenze medie in carcere (oggi circa 55 mila), la polizia penitenziaria non ha neanche dalla sua la reputazione di cui, nonostante tutto, ancora gode la polizia "normale", e ancor più i carabinieri. I frequenti casi di abusi o peggio (chi non ricorda la morte assurda di Stefano Cucchi?) commessi, in questo contesto, dagli stessi agenti, aggravano una situazione già marcia.

La situazione è talmente grave che Gratteri, nella sua proposta di riforma, pone una riconversione radicale delle funzioni della Polizia penitenziaria al centro delle operazioni. Secondo Gratteri, la polizia penitenziaria, sgravata di alcune incombenze, dovrebbe avere ben altri avrà compiti. Dovrebbe dotarsi ad esempio di un ufficio scorte per la sicurezza dei palazzi a rischio (tribunali, procure, ecc.) e sarebbe chiamata ad occuparsi in via esclusiva di pentiti e collaboratori di giustizia.

L'uso scriteriato delle traduzioni dei detenuti dalle carceri alle sedi dei processi e ritorno - che assorbe annualmente il lavoro di 10 mila agenti, più di un quarto del totale - andrebbe eliminato grazie all'uso massivo della videoconferenza, permettendo così di rimpolpare i ranghi operativi con gli uomini risparmiati, aprendo - oltretutto - grazie al loro ritorno all'opera, numerosissime porzioni degli edifici carcerari oggi vuoti perché non "gestibili".

 

 

 

 

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