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Giustizia: il suicidio, moderno patibolo PDF Stampa
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di Rita Bernardini

 

Il Garantista, 21 luglio 2015

 

Prova sollievo il capo della Lega per il suicidio in una cella di Regina Coeli del presunto killer del gioielliere romano Giancarlo Nocchia. D'altra parte, quando c'è un fatto di cronaca nera, Salvini è sempre chiamato dai media a commentare: a lui bastano 142 caratteri per far rimbalzare i suoi stati d'animo in ogni canale televisivo, radiofonico, per non parlare della carta stampata e di Internet.

Quando gli scappa, lui la fa con grande naturalezza e, con altrettanta disinvoltura e scioltezza, il giornalismo italiano - succube culturalmente dell'elevato pensiero dello statista padano - rilancia, ritwitta, diffonde. Per i rom ci sono le ruspe, per i migranti i respingimenti possibilmente con coté di affogamenti, per gli autori di reati (non importa se reali o presunti) ci vuole la galera a vita meglio se insaporita con possenti dosi di istigazione al suicidio.

Quanto questa politica manettara e giustizialista - basata più sulla percezione indotta che su dati di fatto reali-sia poi efficace ai fini del governo dei fenomeni sociali del nostro tempo, ecco, su questo è impedito controbattere con dati, documenti, ricerche, riflessioni, dibattito. Tornando al suicidio verificatosi a Regina Coeli nella sezione Nuovi Giunti (Settima Sezione) non posso dimenticare quel che mi raccontava la compianta psicologa del carcere romano, Ada Palmonella: abbiamo pochi minuti per parlare con i ragazzi (spesso tossicodipendenti) appena entrati in carcere che, come si sa, sono ad alto rischio suicidano; li fanno vivere in celle immonde senza la minima possibilità di svolgere una qualsiasi attività, i momenti d'aria sono ridotti al minimo, per il resto passano tutta la giornata in celle piccolissime a disperarsi.

In quella settima sezione di Regina Coeli ci sono stata la scorsa Pasquetta con Marco Pannella. Ricordo che mentre passavamo cella-cella per parlare con i detenuti, gli agenti che ci accompagnavano abbassavano gli occhi per la vergogna perché attraverso la nostra presenza prendevano coscienza di una realtà di totale e immonda illegalità.

L'indomani da Radio Radicale chiedevo a Santi Consolo e al Ministro Andrea Orlando di venire con noi a visitare quella che viene chiamata la sezione di "accoglienza" di Regina Coeli, dove vi avrebbero trovato anche due transessuali murate vive 24 ore su 24 da ormai 21 giorni perché a loro venivano negati persino i venti minuti d'aria per il divieto d'incontro con i detenuti "maschi".

Chi si meraviglia dei mancati controlli che hanno portato al suicidio del presunto assassino del gioielliere, non conosce la realtà carceraria italiana e il suo stato di totale illegalità. Se vivessimo in uno Stato di diritto, realtà come quella dell'antico carcere romano non dovrebbero semplicemente esistere e, invece, non solo esistono ma sono costate e costano fior di miliardi prelevati direttamente dalle tasche dei cittadini.

Le carceri continuano ad essere luoghi oscuri, impenetrabili, dove può succedere di tutto. Può accadere, per esempio, che un ragazzo di trent'anni - è accaduto ad Enna recentissimamente - sia torturato e stuprato per tre settimane di seguito dai compagni di cella senza che il personale penitenziario, compreso quello sanitario, si accorga di nulla. Solo le urla della madre al colloquio, hanno salvato quel giovane: la donna si era accorta di una impressionante tumefazione ad un orecchio e ha chiesto spiegazioni alla Direttrice.

La vicenda del suicidio nella Questura di Milano, invece, ci descrive in modo chiaro come il ventiduenne Gianluca Mereu sia stato condotto nel posto sbagliato: essendo uscito di senno (aveva appena malmenato la madre urlando frasi sconnesse), avrebbe dovuto essere affidato ad un pronto soccorso psichiatrico per poi essere seguito dal Centro di salute mentale di riferimento. Ma anche nella ricca Lombardia il disagio mentale deve fare i conti con sempre più ridotte risorse sanitarie sul territorio così che accade frequentemente che la risposta la si trovi più sbrigativamente nella repressione delle forze di polizia. Insomma, in Italia è stata abolita la pena di morte, ma abbiamo ben salda e funzionante la pena che produce e conduce alla morte: ciò avviene nelle nostre carceri e, non di rado, nei commissariati di polizia. E la mano che dispensa morte, spiace dirlo, è quella di uno Stato sempre più canaglia rispetto ai suoi principi costituzionali e agli obblighi internazionali assunti.

L'effettiva praticabilità del diritto alla conoscenza da parte dei cittadini, soprattutto nei luoghi oscuri dove lo Stato esercita il suo potere, farebbe rapidamente scomparire o comunque ridimensionerebbe molto le violazioni di legge nei confronti dei diritti umani universalmente acquisiti. In questa direzione, potrei dire ostinata e contraria al senso comune sempre più nemico del buon senso, il Partito Radicale e i suoi soggetti costituenti hanno convocato per il prossimo 2 7 luglio a Roma la Seconda Conferenza Internazionale "Universalità dei Diritti Umani, per la transizione verso lo Stato di Diritto e l'affermazione del Diritto alla Conoscenza".

 

 

 

 

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