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Immigrazione: gli ispettori dell'Ue in Italia contro le fughe dei migranti PDF Stampa
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di Marco Zatterin

 

La Stampa, 22 luglio 2015

 

Oggi in Sicilia una delegazione di europarlamentari per valutare l'utilizzo dei fondi comunitari. I partner europei scettici su come avvengono i controlli vogliono garanzie.

Non si fidano dell'Italia. Lo suggerisce anche la Commissione Ue, laddove sottolinea che il sistema degli "hotspot" per il controllo e la registrazione delle genti che attraversano il Mediterraneo, e poi sbarcano sulle nostre coste, è "concepito come contributo per facilitare l'attuazione degli schemi di riallocazione" dei disperati nei 28 Stati dell'Unione. I centri di coordinamento saranno gestiti dalle forze nazionali d'intesa con le agenzie comunitarie: Frontex (vigilanza frontiere), Easo (ufficio per l'asilo), Europol ed Eurojust (coordinamento giudiziario). Sulla carta vengono ad aiutare i nostri uomini e donne; in pratica, hanno il compito di far girare la macchina.

È un modo per controllare i controllori e limitare le fughe verso il resto dell'Europa. Vogliono che il Bel Paese sia responsabile. Perché solo così gli altri potranno accettare di essere solidali. E da oggi a venerdì una delegazione del Parlamento europeo sarà in Sicilia e visiterà i centri di accoglienza di Pozzallo e Mineo, proprio per valutare l'utilizzo dei fondi comunitari per le politiche d'immigrazione e la creazione degli "hotspot". La delegazione, 18 eurodeputati, incontrerà, tra gli altri, il sottosegretario per le questioni legate all'immigrazione Domenico Manzione.

 

Niente impronte

 

Una parte rilevante del popolo in fuga da guerra e morte arriva in Italia e non ci resta. Spariscono in fretta, per lo più dopo aver rifiutato di concedere le impronte per evitare d'essere schedati e ricadere nelle regole di Dublino, quelle che prescrivono l'obbligo di restare nello Stato d'accesso. Sanno che da non c'è lavoro e credono che altrove le condizioni siano migliori. Più storie raccontano di vigilanti italiani che chiudono un occhio, se non tutti e due. Nel 2014, su 170 mila arrivati, solo 60 mila sono rimasti. Oltretutto, rimandiamo a casa appena il 20% dei clandestini espulsi. Gli atri svaniscono. Oltralpe.

La fiducia latitante è uno dei motori della grande discussione fra le capitali sulle riallocazioni volontarie dei migranti, triste balletto della solidarietà azzoppata. Molti Paesi lamentano i controlli "approssimativi" effettuati da italiani e greci. Dicono che saranno solidali solo se ogni singola testa sarà registrata. In pratica il nostro fardello sarà alleggerito in parte quando i partner Ue saranno sicuri che terremo quelli che restano.

"È ingiusto - ammette un diplomatico, però il rispetto delle regole potrebbe portare in futuro a un meccanismo di redistribuzione sistematica". Prima, però, meglio fare i compiti. Gli hotspot in Italia dovrebbero essere cinque. Il primo è già aperto in un Commissariato di Catania, in attesa di avere a disposizione una sede più grande.

Una nota interna e riservata di Bruxelles precisa che si occupa del coordinamento delle accoglienze ed è composto da quattro funzionari di Frontex e uno da Europol, Easo, Eurojust e di collegamento con la forza navale anti-trafficanti del Mediterraneo, Eunavfor. La piattaforma coordina i team operativi sul territorio: 6 squadre per lo screening (10 uomini di Frontex), cioè la registrazione e la presa delle impronte, compito che tocca agli italiani; 9 squadre per il debriefing (17 unità), cioè la raccolta di informazioni su chi arriva. Si attendono 45 funzionari dell'Easo per trattare i richiedenti asilo. Al Viminale non sono propriamente felici.

 

Tempi biblici

 

I problemi non mancano. Il concetto di Hotspot prevede il trattenimento dei migranti sino a domanda d'asilo trattata, il che funziona se le procedure di screening sono rapide. Da noi durano in media 5 mesi, nei quali andrebbero tenuti chiusi. Ma dove? La domanda non ha risposta. Il che porta alla necessità di avere una lista dei Paesi sicuri, quelli verso i quali il rimpatrio può essere automatico. L'Italia ne è priva, per ragioni politiche, nazionali e no. Aiuterebbe che a scriverne una fosse l'Europa. Il lavoro è iniziato. Ma ci vorrà tempo. E, ancora per questa stagione, bisognerà fare con quello che c'è.

 

 

 

 

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