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Giustizia: tra burocrazie carcerarie e mercati criminali PDF Stampa
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di Valter Vecellio

 

lindro.it, 9 settembre 2015

 

Il mercato criminale della droga prodotto dalle leggi proibizioniste vale oltre venti miliardi di euro. Che cosa accade, oggi, in città? Il Governo presenta la "Relazione sulle Dipendenze al Parlamento"; meglio, la data ufficiale reca scritto: 30 giugno, solo ieri, 8 settembre, se ne sono potuti conoscere i contenuti. È un "malloppo" di ben 691 pagine, ma a prima vista non sembra essere il solito barboso rapporto con riflessioni ai quattro formaggi e analisi a un tanto al chilo. Almeno questo è il giudizio del radicale Giulio Manfredi, che si è specializzato nell'analisi di documenti governativi e ministeriali, e spesso li valuta e giudica con occhio severo e critico. Non sembra essere questo il caso: "È impossibile riassumere 691 pagine; ma a prima vista emerge la serietà del lavoro di redazione, che ha coinvolto per la prima volta le regioni ma anche le associazioni del privato sociale ed i servizi pubblici".

Manfredi coglie alcuni dati indicativi: la stima del numero totale di spacciatori al dettaglio è pari a 389.956 persone (ultimo anno di riferimento il 2009); la stima di 4.506.624 consumatori di cannabis, 1.165.763 consumatori di cocaina e 530.193 consumatori di oppiacei produce una stima del fatturato complessivo annuo del mercato criminale delle droghe (prodotto dalle leggi proibizioniste) di quasi 23 miliardi di euro (pag. 15 e 16 della Relazione). Il sistema proibizionista costa in termini di carceri, Polizia e magistratura ben 1,4 miliardi di euro, pari a una spesa media pro-capite di quasi 24 euro all'anno, bambini e anziani compresi (pag. 89 e 90 della Relazione).

È augurabile, a questo punto, che è che la Relazione 2015 non sia lasciata ammuffire nei cassetti del Parlamento come le precedenti, ma sia utilizzata come documento-base per quella Conferenza Nazionale sulla Droga che il Governo italiano, in base alle leggi dello Stato, dovrebbe indire ogni tre anni, e che invece attende di essere convocata da sei anni (l'ultima è del 2009, Governo Berlusconi).

Che cosa accade oggi in città? Dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari i 'pazientì sono stati trasferiti con i detenuti comuni; le necessarie strutture però non sono state ancora approntate; non, almeno, come dovrebbero. Con immaginabili conseguenze. Il bilancio è inquietante: quotidiani episodi di feroci mutilazioni e automutilazioni; devastazione delle celle; gli operatori delle carceri spiegano che in molte strutture 'ordinariè, già sovraffollate di loro e in precarie condizioni, con la "migrazione" di decine di detenuti malati di mente, si sono trasformate in veri e propri inferni.

Scene raccapriccianti. A Treviso un detenuto azzanna la mano di un agente penitenziario e gli stacca di netto una falange. A Sanremo, un altro detenuto malato di mente amputa con un morso la mano di un altro detenuto. Un episodio simile in un carcere del Molise. A Genova, un agente è aggredito e privato a morsi di una parte dell'orecchio. "La situazione è diventata insostenibile", dice Michele Lorenzo, Segretario regionale del Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria ligure. "Le carceri comuni sono diventate le succursali degli Ospedali Psichiatrici con conseguenze davvero inimmaginabili non solo per gli agenti di custodia ma anche per gli stessi detenuti. Il caso di Genova Marassi è quello più significativo di questa situazione: la clinica psichiatrica interna al carcere ha un numero di posti letto limitati che dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici è sempre esaurito. Quando arrivano altri detenuti con problemi mentali, il carcere non può rifiutarli, quindi l'amministrazione è costretta a liberare posti letto e a trasferire i soggetti pericolosi all'interno della IV sezione del carcere, in mezzo ai detenuti comuni".

Che cosa succede oggi in città? Che il corpo di una detenuta suicida del carcere don Bosco di Pisa resti per una ventina di giorni in una cella frigorifera; come mai? Manca un fax. Incredibile? Vediamo. I familiari di Ramona (così si chiamava la detenuta suicida) denunciano il "nessun rispetto per questa morte". Non l'hanno potuta vedere nemmeno quando la salma è stata loro riconsegnata. La cassa di legno non è stata riaperta. Tutto per un disguido. "Il sostituto procuratore aveva dato l'ok per la sepoltura di Ramona il 19 o il 20 agosto, dopo l'autopsia", dice la sorella della ragazza. "Ma il fax non è mai stato trasmesso. Che la situazione era stata sbloccata lo abbiamo saputo qualche giorno fa dall'impresa funebre che ha organizzato il funerale di mia sorella. È stata tenuta venti giorni in una cella frigorifera. Le hanno fatto male in vita e anche da morta".

Che cosa succede oggi in città? Questa è una storia di ordinaria burocrazia, raccontata dagli aderenti all'associazione di volontariato Liberarsi di Firenze; che tra le varie cose porta avanti un progetto di una collana di libri, intitolata "L'evasione possibile". Gli autori sono detenuti, con lunga pena (spesso ergastolani) e reclusi in sezioni speciali (41bis). La collana, stampata dall'editrice Sensibili alle Foglie ed è nata con l'appoggio della Chiesa Valdese. Il libro in questione è stato scritto da Salvatore Ritorto, condannato all'ergastolo, detenuto nella sezione a 41 bis del carcere di Viterbo.

Ritorto ha intitolato il suo libro: "Il prigioniero libero", pensieri, emozioni, considerazioni dall'ergastolo; è uscito nel giugno 2015, ma non l'ha mai potuto vedere. Perché ai detenuti nelle sezioni a 41 bis non possono essere mandati libri, né dai familiari, né dagli amici, né dai loro avvocati: l'unico modo è acquistarli tramite l'impresa interna al carcere, quella che vende i dentifrici e i detersivi (per esempio).

Nel caso di Ritorto, dicono all'Associazione, "non sappiamo per quale motivo non gli hanno comprato una copia del suo libro, anche perché la corrispondenza tra la nostra associazione e il nostro amico detenuto è stata bloccata e non ne conosciamo i motivi". I motivi indubbiamente ci saranno; ma quali? Piacerebbe saperlo. Però ammetterete che non capita spesso che un autore di un libro non possa vedere la sua opera, una volta stampata.

 

 

 

 

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