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Alcune riflessioni sull'incontro del ministro Orlando con i direttori delle carceri PDF Stampa
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a cura della redazione

 

Ristretti Orizzonti, 9 settembre 2015

 

È da tempo che sosteniamo che nel nostro Paese è assurdo che con lo stesso Ordinamento si possa gestire un carcere aperto come Bollate e carceri chiuse e rigide come Parma, e che per il detenuto ogni trasferimento sia un terno al lotto, con il rischio di capitare in un carcere dove perde tutto quel poco che aveva e si ritrova più "ristretto" che mai. In queste ore il Ministro Orlando si sta confrontando con i direttori delle carceri italiane.

E noi ci stiamo chiedendo quale sarebbe la prima domanda che faremmo a questa platea se fossimo nei panni del Ministro. Allora è fin troppo facile, la prima domanda sarebbe appunto "come mai ci sono modalità così diverse di interpretare ed applicare la legge? Come è possibile che possano coesistere nello stesso sistema modi di amministrare le carceri che sono addirittura opposti?". Questa è sicuramente la questione cruciale a cui non riusciamo a dare una risposta accettabile.

Troppo spesso si giustificano le situazioni esistenti con la carenza di risorse e personale e immaginiamo che questa sarà un'affermazione ricorrente nell'incontro di oggi. È senz'altro vero che la situazione è grave e induce i direttori che credono nell'impostazione "trattamentale", nel mettere al centro i percorsi rieducativi e risocializzanti delle persone detenute, a salti mortali e soluzioni creative, mentre concede agli altri un alibi perfetto per restare immobili; ma è anche vero che la carenza di risorse non può essere un mantra ripetuto ad ogni tentativo di miglioramento delle condizioni delle persone detenute. Gli agenti, gli educatori, gli amministrativi, sono lavoratori ed è giusto che i loro diritti siano tutelati, ci mancherebbe. È giusto che abbiano le ferie, il riposo settimanale e tutto quello che gli spetta e che non è sacrificabile. Ma perché il diritto dei detenuti "al trattamento", a fare un percorso di reinserimento, è invece sacrificabile? Perché le attività sono considerate un optional cui poter rinunciare e si permette che alle due, alle tre di pomeriggio nel carcere cali la notte e cessino tutte le attività?

È necessario un rovesciamento del punto di vista, che metta al centro la persona detenuta attorno alla quale deve ruotare l'organizzazione dell'istituto, questo non perché si debbano considerare solo le esigenze dei detenuti, ma perché altrimenti si rischia di vanificare il lavoro e gli sforzi di tutto il sistema che, non dimentichiamolo, deve tendere alla funzione rieducativa della pena.

A noi dispiace che gli agenti siano costretti a turni pesanti, però la soluzione non può essere la diminuzione delle attività e delle possibilità rieducative per il detenuto, vanno tentate strade nuove. La responsabilizzazione del detenuto è una di queste; un lavoro con le persone detenute che punti alla loro responsabilizzazione eviterebbe ad esempio situazioni in cui le persone detenute devono essere accompagnate passo passo in ogni corridoio, con conseguente impiego di numerosi agenti.

Ci sono poi altre iniziative che renderebbero migliore la vita della persone detenute e non riguardano la cronica assenza di personale: perché, per esempio, in alcuni istituti i direttori non concedono i colloqui con terze persone? Perché le telefonate possono essere effettuate solo in determinati giorni? Perché in alcune carceri non è nemmeno preso in considerazione di consentire l'uso del computer in cella? O perché in alcune realtà non si possono chiamare i cellulari in un'epoca in cui il telefono fisso è sempre meno diffuso? Questi sono solo alcuni degli esempi che ci vengono in mente, che potrebbero migliorare la situazione delle persone detenute senza ricorrere all'incremento di personale. Ma il fatto che in molte realtà queste misure non vengano attuate suggerisce che troppo spesso la carenza di personale è un alibi dietro il quale si nasconde l'inerzia di un sistema ormai inadeguato.

 

 

 

 

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