Venerdì 07 Agosto 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Oggi siamo qui per ascoltare la vostra voce... PDF Stampa
Condividi

a cura di Elton Kalica

 

Ristretti Orizzonti, 9 settembre 2015

 

4 settembre 2015. Il Tavolo 2 degli Stati Generali incontra la redazione di Ristretti Orizzonti. "Oggi siamo qui per ascoltare la vostra voce. Vi invito a parlare come se steste rappresentando tutti i detenuti e a dire cosa vorreste cambiare per migliorare le condizioni di vita di tutti": con queste parole Marcello Bortolato, magistrato di Sorveglianza e responsabile del Tavolo 2 degli Stati Generali sull'esecuzione della pena, ha aperto l'incontro con la redazione di Ristretti Orizzonti.

Gli Stati Generali sono stati istituiti per realizzare un'ampia consultazione sulla riforma del carcere, e in questo ambito il Tavolo 2 ha deciso infatti di approfondire i temi che deve trattare proprio in un confronto con la redazione di Ristretti Orizzonti nel carcere di Padova. Guidato dal responsabile del Tavolo, Marcello Bortolato, il gruppo di lavoro composto da Silvia Buzzelli, Alessandra Naldi, Annamaria Alborghetti, Fabio Gianfilippi, Ornella Favero e Silvia Talini (assenti purtroppo i funzionari del Dap Federico Falzone e Mauro D'Amico), ha incontrato detenuti e volontari della redazione per ascoltare proposte e idee. Tra gli obiettivi del tavolo c'è quello di stabilire dei criteri di organizzazione della vita detentiva delle carceri italiane secondo l'interpretazione più conforme al principio del finalismo rieducativo (art. 27 co. 3° Cost.), nonché avviare un processo di responsabilizzazione delle persone sottoposte all'esecuzione penale.

Con ordine, tantissimi detenuti hanno preso la parola toccando molti argomenti. Restituire responsabilità ai detenuti è stata la richiesta principale. Sandro Calderoni ha chiesto che ci sia una vita detentiva più responsabile, con più stimoli, interessi, prospettive, e magari passioni, invece dell'attuale infantilizzazione.

Carmelo Musumeci ha ricordato come la vita in carcere deve assomigliare il più possibile alla vita in libertà, perché il detenuto diventa più responsabile se si mettono al centro le relazioni affettive e sociali, per tutti i detenuti, senza distinzione. Bisogna allora rivoluzionare tutto quello che riguarda la vita affettiva di chi è in carcere, perché un detenuto con legami famigliari sani è un detenuto più responsabile. Una cultura di responsabilità serve anche per rafforzare la questione della sicurezza in carcere, ha sostenuto Clirim Bitri. Una maggior responsabilizzazione del detenuto anche nella tutela della sua salute, è stata la proposta di Gianluca Cappuzzo che ha parlato di un diversa idea di salute, intesa anche come benessere psicofisico.

Occorre poi anche la politica dei rapporti disciplinari, oggi regolati dai Consigli di disciplina dove il detenuto non ha una difesa legale. Andrea Zambonini ha spiegato come il non "sapersi fare la galera", in particolare dei giovani detenuti appena entrati in carcere, porta spesso a tanti rapporti disciplinari, perdita della liberazione anticipata, denunce e altre forme sanzionatorie applicate in modo spesso automatico, senza tener conto di quanto le condizioni di vita determinarono certi comportamenti. Quindi bisogna ripensare la questione dei rapporti disciplinari e il peso che hanno nel percorso del detenuto.

Oggi il detenuto butta via troppo tempo senza fare nulla in un carcere fatto di lunghe attese. Angelo Meneghetti, portando la sua memoria storica, ha ricordato com'era la vita nelle Case di reclusione negli anni 80, quando i detenuti si muovevano liberi all'interno del carcere mentre oggi il carcere è segmentato da molti cancelli, e le lunghe attese che si incontrano nell'attraversarli spesso fanno venire voglia di un ritorno al passato. Anche ampliare gli orari e renderli meno rigidi) piccole cose come ad esempio poter scendere all'aria anche alla seconda ora) darebbe più possibilità di movimento all'interno del carcere, ha precisato Gaetano Fiandaca.

Mentre nella società di oggi la tecnologia è diventata un'importante parte della vita di tutti, anche l'utilizzo di un computer e di una stampante in carcere è spesso proibito, "un maggior accesso agli strumenti tecnologici evita che una persona possa uscire dal carcere come un "senzatetto-digitale", ha rivendicato Andrea Donaglio.

Introdurre l'uso della tecnologia anche per migliorare i rapporti con i famigliari, come l'introduzione delle schede telefoniche, in vista di una auspicabile liberalizzazione delle telefonate, e l'utilizzo di software di tele-chiamata come Skype per i detenuti che non fanno colloquio.

Non si può parlare comunque solo di questioni di spazi e orari, bisogna guardare anche alla qualità della vita dentro, e ci sono allora pratiche positive di mediazione dei conflitti che occorre prendere in considerazione anche all'interno del carcere. Da qui l'invito di Lorenzo Sciacca a portare la cultura della mediazione in carcere, sia dei conflitti tra detenuti e detenuti e tra agenti e detenuti, sia attraverso un possibile rapporto con le vittime (grazie a un lavoro di formazione fatta da mediatori penali), nell'ambito di percorsi di giustizia riparativa, dove i detenuti si confrontano con la società. "Il carcere deve aprirsi al massimo al confronto specialmente con le scuole superiori del territorio in un quadro di prevenzione, come avviene a Padova nel progetto carcere-scuole", ha ricordato Erion Celaj.

Da questi Stati Generali è emersa anche l'esigenza di una rappresentanza dei detenuti, ha ricordato Bruno Turci chiedendo al tavolo di aprire una discussione sull'introduzione di figure di rappresentanza dei detenuti ai fini di facilitare la comunicazione dei problemi collettivi all'amministrazione del carcere.

Bisogna poi ripensare anche ai circuiti. La separazione dei detenuti in categorie ha prodotto forme di sofferenza simili alla tortura, che possono durare molti anni. Tommaso Romeo ha spiegato come i circuiti sono un sistema che nel corso degli anni ha assunto un carattere estremamente rigido, che ti inchioda al tuo passato e non ti permette di distaccartene. Mentre Biagio Campailla ha ricordato che cosa è stato e come lo ha ridotto il 41 bis, la fatica di recuperare la propria umanità quando ne è uscito e quando poi è stato declassificato.

Dopo una carrellata di proposte e riflessioni esposte dai detenuti, si è aperto un intenso confronto tra i componenti del tavolo e i detenuti. Il dibattito ha coinvolto anche il direttore del carcere di Padova, Salvatore Pirruccio che ha seguito con attenzione tutto l'incontro, alcuni educatori e i volontari presenti.

"Dobbiamo lavorare per una carta degli standard minimi per una vita detentiva dignitosa e una pena che abbia un senso, da garantire in modo omogeneo in tutte le carceri", ha concluso Ornella Favero. "Creare un denominatore comune è oggi un'esigenza vitale, poiché veder gestire con uno stesso Ordinamento un carcere aperto come Bollate e un carcere chiuso e rigido come Parma è una contraddizione inaccettabile".

 

Dopo avere raccolto tutto il materiale prezioso per il loro lavoro, gli esperti che compongono il tavolo hanno promesso di far tesoro delle proposte. "Siamo convinti che lavorare su una Carta degli standard minimi da garantire per la vita detentiva sia la direzione giusta per il nostro tavolo", ha confermato Marcello Bortolato. Ora si aspetta che altri tavoli organizzino incontri simili con i detenuti per raccogliere spunti e idee per meglio realizzare gli obiettivi stabiliti. Sicuramente questo incontro ha sottolineato la ricchezza del confronto, soprattutto quando si ha l'umiltà di riconoscere il valore della voce delle persone direttamente interessate, specialmente quando queste persone hanno deciso di prendere il proprio destino in mano e lavorare per migliorare le proprie condizioni di vita, come i detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti.

 

 

 

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it