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Per violazioni del Codice della strada i lavori di pubblica utilità, invece della prigione PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 1 dicembre 2010

 

Ogni anno sono circa 5 mila i morti per incidenti stradali, è come se scomparisse un paese. Nel 40% circa degli incidenti stradali l’alcol ha avuto un ruolo determinante nell’alterazione della capacità di guida. I più spericolati al volante hanno meno di 30 anni (a stabilirlo è una ricerca dell’Università La Sapienza) e sono circa 2 mila i giovani italiani che ogni anno muoiono sulle strade per colpa dell’alcool. Secondo il nuovo Codice della strada chiunque venga sorpreso a guidare in stato di ebbrezza è punito con l’arresto fino a un anno e un’ammenda fino a 6000 euro. Ma la pena detentiva e quella pecuniaria possono essere sostituite con quella del lavoro di pubblica utilità, consistente in una prestazione di lavoro non retribuita a favore della collettività da svolgere in via prioritaria nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale. Il Codice prevede anche che dall’anno scolastico 2011-2012 il Ministero dell’Istruzione predisponga programmi di educazione stradale. Una forma di prevenzione interessante già la fa il Comune di Padova, proponendo dei percorsi ai quali partecipano anche alcuni detenuti con le loro testimonianze. Ne riportiamo due, assieme alla testimonianza drammatica di un padre, che ha perso un figlio ucciso sulla strada, e anche lui va nelle scuole a fare “vera prevenzione”.

 

Ragazzi incoscienti: manca la percezione del rischio

 

La maggior parte delle persone, nei confronti di reati come quelli che hanno a che fare con incidenti stradali, fa presto a mettersi nei panni delle vittime o dei loro parenti. Io credo però, per le esperienze che ho avuto e per le persone che ho conosciuto in tutti questi anni in carcere, che a commettere reati del genere siano persone normalissime, che magari, in momenti di leggerezza o di incoscienza, non percepiscono il rischio che corrono. La droga e l’alcol portano a sottovalutare qualsiasi rischio. Quando facevo uso di sostanze stupefacenti mi mettevo alla guida convinto di essere padrone delle mie azioni, di essere lucido, ero strasicuro che non mi sarebbe mai successo niente, perché mi ritenevo in possesso di tutte le mie facoltà. In realtà mi sono reso conto di quante volte ho rischiato, e quante volte tanti ragazzi rischiano senza essere consapevoli. Ecco perché bisogna fare prevenzione. Siamo arrivati alla conclusione che per raccontare il reato bisogna anche raccontare la storia di come si arriva a commetterlo. I ragazzi all’inizio sono convinti che se uno commette un reato è perché lo ha voluto e prima di sbagliare è ben consapevole dell’errore che fa. Nel mio caso, racconto tutti i passaggi che riguardano l’uso delle sostanze, dalle prime sigarette di nascosto, alle canne, al progressivo spostamento di ogni limite, fino alla dipendenza. Noi incontriamo ragazzi dai 13 anni ai 19, per cui, se all’inizio sono rigidi perché condizionati da tanti fattori, e in particolare da un’informazione che spinge ad essere sempre più duri e intransigenti sulle pene poi però la reazione è quella di essere più disposti ad ascoltare, e probabilmente di riuscire a dire finalmente: sì, io posso essere vittima di un reato, ma se poi faccio un percorso di vita simile a quello che mi avete appena raccontato, potrei arrivare anch’io ad essere autore di un reato. Credo che questo sia il risultato più importante.

 

Andrea

 

La galera non può essere l’unica risposta alla devianza

 

Sono detenuto da diversi anni e mi capita sempre più spesso di incontrare nei cortili del carcere persone arrestate per reati di lieve entità, appartenenti a tutti i ceti sociali. Posso affermare, tuttavia, che il carcere così come è organizzato spesso non svolge alcuna funzione rieducativa, perciò è importante che per certe tipologie di reato ci siano delle sanzioni alternative. Normalmente, il periodo necessario per compiere l’osservazione della personalità, che poi potrebbe permettere di accedere alle misure alternative, è di almeno due anni e, paradossalmente, chi entra in carcere con pene brevi praticamente non riesce neppure a iniziare quel percorso di reinserimento, che potrebbe condurre alla concessione dei benefici penitenziari, e rischia di restare in galera a non far niente fino alla fine della pena. Io credo che sarebbe molto più equo se questa tipologia di reati venisse sanzionata con un periodo di attività gratuita di lavoro di pubblica utilità. Il Codice della strada ha aperto una porta che conduce a un ripensamento del sistema penale: la galera non può essere l’unica risposta alla devianza. Sarebbe interessante se i giovani sorpresi a guidare sotto l’effetto di sostanze fossero mandati a svolgere attività socialmente utili negli ospedali e nei centri per politraumatizzati, per vedere come se la passano le vittime delle loro bevute. Qualcuno propone anche che vengano condannati a entrare ogni mattina nelle carceri, magari a fare un tirocinio insieme agli studenti che si alternano presso la redazione di Ristretti Orizzonti nella Casa di reclusione di Padova, per «toccare con mano» la galera e portare la loro esperienza alle classi.

 

Bruno T.

 

Spero che dalla morte di mio figlio nasca un aiuto

 

Sono Roberto Merli, il padre di Alessandro, un ragazzo di 14 anni che ha perso la vita per colpa di un automobilista ubriaco. Quando succedono queste tragedie ti chiedi perché si devono perdere i figli così sulle strade, perché a chi ha ucciso mio figlio, sebbene fosse ubriaco, non hanno fatto né la prova del palloncino, né gli esami del sangue, mentre a mio figlio hanno fatto l’autopsia. Ognuno poi elabora il lutto in modo diverso, io avevo bisogno di parlare e ho pensato che, come io stavo cercando qualcuno che mi potesse aiutare, se mi fossi fatto portavoce dell’Associazione familiari vittime della strada, forse avrei potuto aiutare gli altri. Il nostro scopo è di essere vicino alle famiglie, offrire un conforto, un’assistenza psicologica e legale: abbiamo aperto dei consultori permanenti. E poi continuare a sensibilizzare a 360 gradi, perché sappiamo cosa vuol dire perdere un affetto. Io entro nelle scuole, parlo con i ragazzi per prevenire: con la nostra testimonianza, abbiamo la speranza che altri si godranno la vita con la loro famiglia. E’ difficile, perché ha un costo psicologico raccontare sempre la storia di tuo figlio, però siamo convinti che sia la strada giusta. Non andiamo a dire “dovete fare questo o quello”, raccontiamo solo quello che è successo a noi e perché si deve cambiare, perché prendiamo con troppa superficialità la realtà, fatta ogni anno di migliaia di morti, 300 mila feriti, dei quali 30 mila disabili gravi.

 

Roberto Merli

 

 

 

 

 


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