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“Chissà come sarà lì dentro”, storie e voci dall’IPM di Treviso PDF Stampa E-mail
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In Veneto, 5 dicembre 2010

 

Venerdì 19 novembre l’Associazione Cineforum Labirinto ha proposto, presso Palazzo Bomben a Treviso, il terzo ed ultimo incontro della rassegna “Uno sguardo dentro”.
Chissà come sarà lì dentro, questo il titolo di una serata ricca di immagini e parole, racconti e testimonianze di chi vive e opera in carcere quotidianamente.
La serata ha preso avvio con la proiezione di Ej. dove vai da solo?, uno spettacolo di video-teatro realizzato dal Laboratorio Teatrale dell'Istituto Penale Minorile di Treviso. Il soggetto del cortometraggio è stato ideato da un ragazzo magrebino ospite dell’Istituto e poi condiviso e ampliato dagli esperti di teatro e di video, dagli altri ragazzi dell’Istituto e da ragazzi provenienti dall’esterno. L’ispirazione è giunta da un’improvvisazione: i ragazzi sono stati lasciati liberi d’improvvisare, utilizzando alcuni strumenti musicali e il movimento dei loro corpi in uno spazio definito e, lentamente, hanno dato vita a una specie di sfida musicale tra bande.
Al termine della proiezione sono intervenuti diversi soggetti che operano nell’IPM, offrendo agli spettatori una pluralità di voci ed esperienze per riflettere insieme attorno ad un filo conduttore comune: le potenzialità rieducative della detenzione.
I primi a prendere la parola sono stati gli esperti di teatro, che da nove anni lavorano nell’IPM e ogni estate realizzano laboratori di video-teatro coi ragazzi dell’Istituto e anche con alcuni giovani esterni (al momento possono entrare al massimo 8 per volta). In particolare Nicola Mattarollo, regista, ha raccontato come la rieducazione per loro sia fatta di relazioni semplici, genuine, aperte, che permettono di creare una vicinanza con i ragazzi. Queste relazioni propongono stili di vita e valori “altri” rispetto a quelli di cui i giovani detenuti hanno avuto esperienza e l’attività teatrale permette loro di “vedersi” ed essere visti e riconosciuti per le loro capacità positive (come disse un ragazzo: “quando recito sono attore, non ladro”).
Le altre attrici-collaboratrici, Valentina Paronetto e Marica Tesser, hanno messo in luce aspetti molto intensi della loro esperienza con i ragazzi “ristretti” e hanno sottolineato come la rieducazione per alcuni di loro possa avvenire e per altri no, in particolare per chi fuori ha “il nulla”, sia quando entra, che quando esce dal carcere. I ragazzi hanno bisogno di sentirsi vicini a qualcuno, di poter non solo fare teatro, ma anche chiacchierare, passare del tempo assieme e condividere. “Insegnare” significa “segnare dentro”, ed è un processo reciproco: gli stessi operatori, infatti, portano con sé ricordi molto intensi di ciò che i ragazzi hanno insegnato loro.
In seguito a queste emozionanti testimonianze, è intervenuta Christine Gaiotti, che da nove anni segue le attività del Centro di formazione professionale dell’IPM e in particolare il progetto Bottega grafica, grazie al quale alcuni ragazzi creano prodotti grafici-multimediali (volantini, loghi, siti web, ecc.) per realtà esterne, quali associazioni di volontariato, ONG, Centro Servizi Volontariato e altri enti. Questa attività permette ai giovani di sperimentarsi in un lavoro vero e proprio, retribuito tramite una “borsa-lavoro”, ma anche di venire a contatto e confrontarsi con i committenti, che rappresentano un mondo molto lontano dal loro, quello di “quelli che lavorano gratis per gli altri”.
I giovani sono entusiasti di questa opportunità, di “poterci provare” e credere in persone che gli offrono strade positive; questo lavoro permette loro, inoltre, di esprimere la creatività e di realizzare cose positive e belle, sviluppando anche un senso di responsabilità e la capacità di assumersi l’impegno di un carico di lavoro.
La criticità maggiore riguarda il momento in cui i ragazzi escono dal carcere, perché a quel punto si interrompe il lavoro “comune” e spesso si ritrovano soli e senza possibilità: sarebbe quindi necessario attivare percorsi di accompagnamento all’esterno, magari coinvolgendo realtà associative e anche comunità immigrate.
Roberto Franzin, docente di italiano e storia, ha ribadito come la cosa più importante da fare con i ragazzi sia far sentire che sanno fare, sono capaci, possono cambiare. I rischi di recidiva a 18-20 anni sono un costo alto per l’intera società, pertanto è davvero importante investire molto su questi giovani. E il fatto di insegnare nell’Istituto Minorile è un investimento non solo per i ragazzi, ma anche per gli stessi insegnanti, che devono imparare a conoscere i nuovi valori e modi di essere dei giovani. L’IPM dovrebbe diventare, quindi, un punto di osservazione per scuola e università, per chi deve imparare a insegnare.
Renzo Trevisin, insegnante referente per il Centro Territoriale Permanente di Treviso e il progetto Scuola in IPM, ha precisato come i ragazzi possano seguire corsi di alfabetizzazione, di scuola primaria di primo e secondo grado e di secondaria (vari Istituti superiori di Treviso). Vi è, inoltre, una collaborazione della scuola rispetto al progetto di video-teatro, che è stato finanziato dall’Ufficio Scolastico Regionale.
Sono poi intervenuti due ragazzi, Elena e Tommaso, che hanno partecipato ai percorsi di video-teatro in IPM: Elena ha percepito un’atmosfera “rilassata”, in cui i giovani “ristretti” si sono sentiti liberi di raccontare le loro storie e i loro problemi (senso di umiliazione per la loro condizione, difficoltà familiari, fragilità varie). Tommaso, invece, ha evidenziato come all’inizio i ragazzi mostrassero un atteggiamento di sfida con i maschi “esterni”, ma come ben presto si siano instaurati rapporti più autentici “tra ragazzi, che insieme si divertono”.
Infine c’è stata l’interessante testimonianza dell’educatrice Maria Catalano, che lavora in IPM da 18 anni. Nel suo intervento ha spiegato innanzitutto come l’Istituto Minorile faccia capo a tutto il Triveneto e ai Tribunali per i Minorenni di Treviso, Venezia, Trento e Bolzano. Al momento ci sono 19 ragazzi e questo dato sta a dimostrare come, a differenza degli istituti per adulti, e secondo anche la legislazione per i minorenni, il ricorso agli IPM dovrebbe essere l’“estrema ratio”. Questo principio di residualità del carcere, tuttavia, purtroppo è valido solo per alcuni ragazzi (quelli di buona famiglia, che frequentano scuole “alte”), e dunque l’IPM spesso rimane l’unica risposta solo per i più disperati, gli esclusi, che in diversi casi non hanno neppure commesso i reati più gravi.
Molti dei giovani presenti nell’Istituto hanno, ad esempio, esperienze di abbandono scolastico, di tossicodipendenza e vi sono addirittura 4 ragazzi “psichiatrici”: si tratta, quindi, di persone che non hanno riferimenti territoriali o a cui il territorio non dà risposte (“come fanno minori psichiatrici a rimanere in un Istituto Penale…?”).
I ragazzi, secondo l’educatrice, non devono essere stigmatizzati per i reati commessi, perché, se vengono date loro occasioni positive, possono cambiare. Il problema principale, come già sottolineato da altri, è quello di offrire possibilità (casa, lavoro) ai giovani al termine della pena; spesso, purtroppo le leggi non consentono un effettivo reinserimento, soprattutto per gli stranieri, che non hanno una rete di sostegno e, secondo la normativa vigente, devono tornare nei propri Paesi (e a volte scontare nuovamente la pena nelle loro carceri).
È necessario, infine, che la società esterna si faccia carico del “pianeta” carcere e dei suoi problemi, perché la contrapposizione “dentro/fuori” non dovrebbe esistere.
La serata è stata davvero stimolante: il pubblico, composto da persone di varie età, ha partecipato attivamente con domande e curiosità e ha ringraziato per aver potuto conoscere questa realtà, a molti fino ad allora sconosciuta.
Tutti coloro che sono intervenuti hanno saputo raccontare in modo intenso e suggestivo le esperienze che portano avanti con passione e determinazione e hanno fornito riflessioni utili per cogliere davvero quello che dovrebbe essere il senso rieducativo della pena.

 

 

 

 

 


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