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Un detenuto spiega perché un coltello rovina la vita PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 7 dicembre 2010

 

Padova, accoltella in classe il compagno "per scherzo". È accaduto nell'aula di fisica dell'istituto Natta: i protagonisti hanno entrambi 14 anni.
Ravenna, lite davanti a scuola. Grave uno studente accoltellato.
Venezia,  lite all’Istituto navale Venier. Studente di 17 anni viene accoltellato alla gola

Da quando è iniziato l’anno scolastico, è successo più volte che studenti di 14, 16, 17 anni si siano scontrati, tirando fuori i coltelli. È inquietante che dei minorenni vadano a scuola armati di coltelli e alla prima occasione non esitino a usarli, sono fatti gravi che però vanno inquadrati nella giusta dimensione, perché coinvolgono dei giovanissimi con una gran carica di incoscienza e di aggressività. È importante allora riflettere soprattutto su come gli adulti possono affrontare queste situazioni. Quella che raccontiamo è un’esperienza che stanno facendo proprio in una scuola, dove si è di recente verificato un episodio di violenza tra giovanissimi: invece di pensare a misure come la sospensione, si preferisce avviare i ragazzi a un percorso di volontariato, una specie di “lavoro socialmente utile” per responsabilizzarli. E poi riportiamo la testimonianza di un detenuto in permesso premio, che nelle scuole racconta ai ragazzi cosa vuol dire girare con un coltello, e quanto sia facile poi che la situazione ti sfugga di mano e quel coltello rovini la vita a te, e a chi ti sta intorno.

 

Nessuna sospensione all’Itis, ora si fa “rieducazione civile”

 

Quello dell’educazione al rispetto delle regole, assieme alla comprensione del loro significato e valore, è un impegno di grande responsabilità, che ogni Scuola accetta di sottoscrivere nell’esatto istante in cui accoglie l’iscrizione di ciascun allievo.
Se tutto il senso di quanto appreso sui banchi fosse ricondotto al solo trasferimento di nozioni da un libro all’allievo attraverso un mediatore, il “professore”, penso che dovremmo accettare l’ineluttabile progressiva sostituzione dell’insegnante con il succedaneo informatico di maggiore diffusione, l’imprescindibile quanto seducente personal computer.
Tuttavia, proprio perché la Scuola non è un luogo di scambio di sole informazioni, anche dove la lezione si fa più nozionistica, la stessa Scuola resta, assieme alla famiglia,  luogo d’elezione perché ogni allievo sperimenti quella relazione in cui diventa parte attiva della più grande trasformazione che lo riguarderà nella vita: la trasformazione da ragazzo ad adulto, da allievo a cittadino.
Consapevoli della grande responsabilità, ma ancora di più dell’imperdibile opportunità che questa relazione porta con sé, nell’affrontare la questione delle sanzioni disciplinari nel nostro istituto, l’I.T.I.S. G. Natta di Padova, abbiamo attivato da un paio d’anni una collaborazione con il CSV (Centro Servizi per il Volontariato della Provincia di Padova) per mettere in azione esperienze da proporre agli alunni in sostituzione delle “sospensioni”, altrimenti conosciute come “allontanamento dalle lezioni”, per una durata commisurata alla gravità dell’infrazione commessa.
Proprio perché siamo parte attiva nella relazione educativa con i nostri allievi e consideriamo la ‘sospensione’ un messaggio potenzialmente incoerente, esposto a facili fraintendimenti, ci siamo chiesti infatti se non fosse il caso prima di tutto di fare insieme alcune riflessioni, poi di rendere disponibili delle occasioni di confronto con alcune situazioni-stimolo a quegli alunni,  che dimostrano maggiore propensione alla trasgressione e all’inosservanza delle più comuni regole della convivenza civile. Così, una volta comminata la sanzione ad un alunno, il Consiglio di Classe gli propone, in luogo della sospensione, un’attività sostitutiva che, se accettata, comporta un primo incontro presso il CSV con il responsabile Alessandro Lion, da parte dell’allievo stesso, i suoi genitori e almeno un docente referente per l’attività. In questa prima fase ognuno può esprimersi e, spesso per la prima volta, è accaduto che ci fosse modo di accorgersi di malesseri fino ad allora insospettati.
La grande esperienza dei volontari e la disponibilità dei docenti permettono la costruzione di esperienze, progettate caso per caso. La stessa assegnazione ad una associazione piuttosto che ad un’altra per lo svolgimento delle esperienze di volontariato, tassativamente in orario non scolastico, diventa un’occasione di confronto con altre realtà, a volte lontane dalla propria, o con altre simili, ma con problematiche anche molto diverse da quelle già conosciute.
È proprio da questi “incontri”, con un’umanità che spesso deve fare i conti con  alcune situazioni di disagio personale o con un vissuto particolarmente pesante, che scaturiscono riflessioni spontanee, si creano relazioni nuove non solo tra allievi, volontari e persone con una qualche disabilità ma anche tra allievi e scuola, poiché proprio investendo tempo ed energie in questi interventi la scuola stessa dimostra il proprio interesse per la qualità della relazione con i suoi allievi.
Le esperienze sin qui vissute ci confortano e rassicurano del lavoro e dell’impegno profusi.

 

Stefano Cappuccio, docente dell'I.T.I.S. G. Natta di Padova

 

Averlo in tasca e tirarlo fuori mi è costato 16 anni

 

Anch’io, come il ragazzo che in questi giorni a Padova ha dato una coltellata a un suo compagno di classe, sono sempre stato abituato a girare con un coltellino in tasca, e anch’io, probabilmente come lui, ho sempre pensato che non l’avrei mai usato, se non per difendermi o far prendere paura a chi mi infastidiva, solo che io poi ho finito per commettere un omicidio. Oggi ho trent’anni, ma il mio reato l’ho commesso quando ne avevo 23, ero arrivato da poco in Italia dalla Tunisia, e non riuscivo a tenermi lontano dalle zone pericolose e dalle cattive abitudini. Mi era capitato già di vedere molti litigi, botte, qualche minaccia col coltello, più o meno come fanno gli ultras allo stadio, ma non avevo visto mai nessun fatto particolarmente grave. Poi ho litigato con un mio coetaneo e durante la rissa ho tirato fuori il coltellino e l’ho usato. Credevo di averlo colpito  alle gambe, perché non volevo ucciderlo, e sono scappato, solo che lui è morto per la perdita di sangue e io sono diventato un assassino. Quando mi hanno arrestato, ho confessato il mio reato e mi sono assunto tutte le mie responsabilità. Per questo ho avuto una condanna a sedici anni e sto scontando la mia pena in carcere da quasi otto.
Quando nei mesi scorsi ci sono stati due omicidi di miei connazionali in una stessa notte a Padova,
e i giornali locali hanno dedicato per giorni intere pagine alla notizia, il clima in città è diventato incandescente, è cresciuta a dismisura la rabbia nei confronti degli immigrati, ma nel frattempo sono apparsi nella cronaca nera dei quotidiani altri accoltellamenti, solo che questa volta  non sono nordafricani che hanno litigato di notte e nelle piazze dello spaccio, ma ragazzi che si sono accoltellati di giorno e nel luogo maggiormente frequentato dalle persone “normali”: a scuola. Eppure c’è una differenza abissale tra il modo con cui i giornali hanno trattato il fatto che aveva per protagonista i nordafricani, e quello in cui a prendersi a coltellate erano giovani studenti, spesso anche italiani.
È curioso vedere come, quando si tratta di delinquenti stranieri, la forma più usata per delineare un quadro di allarme è quella di andare ad intervistare le persone comuni – il negoziante, il pensionato al parco - e raccogliere testimonianze di preoccupazione del tipo “abbiamo paura di uscire di casa!”. Io non sono né italiano né padre, ma se lo fossi, mi preoccuperei molto di più se nella scuola di mio figlio un ragazzo avesse accoltellato un altro ragazzo, perché rispetto alla delinquenza da strada nelle zone di degrado troverei più inquietante sapere che a scuola, se nasce un conflitto, sempre più spesso si tirano fuori i coltelli.
Vorrei precisare che non sto dicendo che noi immigrati siamo santi, ma la cosa che mi fa star male è che i nostri famigliari, che lavorano da anni qui in Italia senza avere preso mai neanche una multa, per colpa di certe forzature della politica e dell’informazione, subiscano anche loro la diffidenza solo perché sono nordafricani, oppure i nostri figli siano guardati con diffidenza a scuola, perché sappiamo benissimo che la cronaca nera tante volte influenza anche l’opinione pubblica.

 

Salem Rachid

 

 

 

 

 


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