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Brescia: incontro con Don Gallo; “il carcere è un metodo pedagogico criminogeno” PDF Stampa E-mail
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Brescia Oggi, 13 dicembre 2010

 

“A Ghedi avete missili atomici sotto il culo e avete paura di questi qua?”, chiede indicando i quattro ragazzi della gru presenti sul palco al suo fianco don Andrea Gallo, della Comunità di San Benedetto al porto di Genova, a Brescia sabato, in una giornata dedicata “alla necessità di liberarsi dal carcere”, come lui stesso ha voluto intitolare l’incontro serale.
Un momento conclusivo di una giornata trascorsa al carcere di Verziano e sotto quello di Canton Mombello, organizzata dalla Rete Antifascista di Brescia e dal Centro Sociale 28 maggio di Rovato. Ospite d’onore il prete “angelicamente anarchico”, come è stato definito questo uomo di chiesa fuori dagli schemi, nei comportamenti, nel linguaggio, nelle idee.
“Angelico non perché non pecco, perché come farei a conoscere la misericordia di Dio se non fossi peccatore?”, precisa in uno dei tantissimi momenti di ironia che con brio e un’energia da giovincello l’ottantaduenne don Gallo ha offerto alle centinaia di persone che gremivano la sala Buozzi della Cgil.
Aneddoti al vetriolo, inviti alla resistenza e alla lotta, battute e frecciate contro tutti i potenti, dai cardinali ai governanti, senza escludere i politici del centrosinistra; il tutto con parole nette, chiare, senza falsi pudori, per colpire al cuore e alla mente degli ascoltatori: “A Verziano ho detto che se fossi carcerato evaderei, perché il carcere è una malattia sociale, una devianza, un metodo pedagogico criminogeno”, denuncia riprendendo le parole del garante per i detenuti Mario Fappani, che lo aveva preceduto nel dibattito, e di Angelo Canori, presidente dell’associazione Vol.Ca di volontari che operano in carcere.
Entrambi avevano sottolineato le condizioni inumane di Canton Mombello, dove sono rinchiuse 546 persone su 206 posti: “Così non è possibile alcun recupero, che invece dovrebbe essere il fine del carcere. Così esprime solo la parte vendicativa della pena”, insiste Canori. E Fappani rincara la dose: “Da anni chiedo che sia istituita in Italia la figura del garante nazionale, affinché denunci con autorevolezza e sensibilizzi tutta l’opinione pubblica. Il carcere lede l’articolo 27 della Costituzione che prevede che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Costituzione che don Gallo si porta sempre appresso, “perché i primi dodici articoli sono la mia preghiera”, spiega, in una concezione del verbo divino molto originale, se si considera che don Gallo conosce cinque e non quattro Vangeli: “Il quinto è quello di De Andrè, perché la sua frase “in direzione ostinata e contraria” è la sintesi stessa del Vangelo”.
Parole che il prete genovese ripete da una vita, da quando era partigiano a 16 anni, da quando ha preso i voti per stare con gli ultimi, i drogati, le prostitute, i carcerati, subendo spesso attacchi dai vertici della chiesa ai quali don Gallo ha sempre risposto con rispetto e decisione, come racconta nel suo appassionato, spumeggiante, eclettico discorso. Ed è senza ombre il messaggio di solidarietà di questo prete, che invita tutti, non da ultimo la sua chiesa al coraggio di schierarsi, perché “io non posso conoscere la natura di Dio, come mi si chiese durante un convegno con tanti professoroni: quando mi rivolsero la domanda su Dio risposi: a me basta che sia antifascista”. E su questa frase il minuto ma massiccio prete intona Bella Ciao, in chiusura di una serata emozionante e intensa.

 

 

 

 

 


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