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Como. al carcere del Bassone vita dura per i medici, turno di 36 ore a Capodanno PDF Stampa E-mail
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La Provincia di Como, 27 dicembre 2010

 

Il tappo di spumante, per la dottoressa Teresa Cera, salterà tra le mura dell’ambulatorio medico del carcere del Bassone. Un brindisi lungo 36 ore, quante quelle del suo turno di lavoro a cavallo tra 2010 e 2011.

Teresa Cera è una dei sei medici in forza nella Casa circondariale comasca: decisamente pochi per garantire una copertura in servizio “acca” ventiquattro e 365 giorni l’anno. Capita così che qualcuno si debba far carico di questa carenza di personale, entrando in servizio alle ore 20 della notte di San Silvestro per far ritorno a casa alle 8 del mattino di due giorni dopo.

Ma al Bassone, questa, non è considerata emergenza. Bensì prassi. Al punto che i medici di guardia in carcere, dopo anni di promesse rimaste senza risposta, hanno deciso di mettere sotto l’albero di Natale una minaccia che rischia di mettere in ginocchio il servizio: dimissioni di massa.
La lettera dei desideri - destinatario non già Babbo Natale, ma l’azienda ospedaliera Sant’Anna - dei medici che quotidianamente prestano servizio in un ambulatorio umido, dove piove dal soffitto, in cui la temperatura invernale fluttua tra i 13 e i 16 gradi, e che manca di tutto o quasi, inizia proprio da una richiesta di strumenti e strutture più adeguate per un luogo deputato a essere punto di riferimento sanitario per non meno di seicento persone.

“Da due anni - spiega Teresa Cera - il decreto Prodi ha fatto passare la sanità interna agli istituti di detenzione dal ministero della Giustizia a quello della Salute. Noi, dal 2008, siamo sotto l’azienda ospedaliera Sant’Anna. A distanza di due anni non abbiamo visto nessuno miglioramento. Non solo: ma da mesi nessuno risponde neppure più alle nostre istanze”.

Ma quali sono queste istanze? “Abbiamo chiesto strutture e strumenti più efficienti, ma a distanza di due anni abbiamo avuto il primo telecardiografo, che non è neppure possibile utilizzare al pieno delle sue potenzialità perché non abbiamo il collegamento a internet per poter inviare i dati raccolti alla cardiologia del Sant’Anna”. Detto del discorso strutturale e delle condizioni di un ambulatorio “in cui le norme sono a zero”, non mancano le questioni economiche: “Noi dal 2005 non abbiamo alcun rinnovo contrattuale. Il ministero ci impone di fare formazione, ma nessuno ce la propone.
L’ultima volta è stata nel 2008. Il nostro compenso è di 23 euro lorde all’ora che, tra ritenute, tasse, contributi oscilla tra i 13 e i 15 euro all’ora”. Ma l’aspetto economico è importante fino a un certo punto: “Uno dei problemi principali è senz’altro l’esigenza di rinforzi. Attualmente siamo in sei. Un collega è in aspettativa. Uno si è dimesso ai primi di dicembre dopo dieci anni. Un altro, appena assunto, si è dimesso dopo la prima notte trascorsa in ambulatorio perché nessuno l’ha preparato a lavorare in carcere”.

Parla del suo lavoro con orgoglio, la dottoressa Cera: “Nel 2003 un collega mi ha proposto di fare questa esperienza lavorativa. Mi ha detto: “è unica, provaci”. Aveva ragione. I contatti umani che crei, l’attività che fai come medico, la crescita professionale sono impagabili. Fai tutto, soprattutto di notte: sei l’unica figura sanitaria di valore che rimane per quasi 600 detenuti. Ti ritrovi a fare lo psicologo, lo psichiatra, il chirurgo e hai contatto con esperienze umane che sono uniche”. Ma l’entusiasmo non cancella i problemi: “Chiediamo al Sant’Anna di intervenire. Di considerarci finalmente medici. Altrimenti saremo costretti a dimetterci. A malincuore”.

 

 

 

 

 

 


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