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Como: medici del carcere in rivolta, siamo pronti a dimetterci tutti PDF Stampa E-mail
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Corriere di Como, 29 dicembre 2010

 

“I muri degli ambulatori sono scrostati, non abbiamo una connessione a internet, i locali sono così freddi che dobbiamo visitare i pazienti con guanti e giacca. E la remunerazione è bassa. O le condizioni cambiano in fretta, oppure siamo pronti a dimetterci”. I medici del Bassone alzano la testa: la settimana scorsa gli agenti di polizia penitenziaria del carcere comasco avevano annunciato uno stato d’agitazione, per denunciare - tra le tante cose che non vanno - una carenza di almeno ottanta uomini.

Ora, agli agenti si uniscono anche i sei medici del Sias (Servizio d’integrazione assistenza sanitaria), il pool di dottori che si occupa dei detenuti. Il loro incarico sarebbe comparabile a quello di un medico di base, ma indossare un camice in un carcere significa essere sempre in prima linea e occuparsi di pazienti psichiatrici, prestare primo soccorso a chi tenta il suicidio o a detenuti e agenti che vengono aggrediti o feriti.

“Il primo problema - spiega la dottoressa Teresa Cera, portavoce del pool di medici - è la condizione igienico - sanitaria in cui lavoriamo. Gli ambulatori della sezione maschile e femminile sono in condizioni totalmente inadatte: in quello femminile ci sono dieci gradi, a volte dobbiamo visitare con guanti e giacca. Soltanto da quest’anno abbiamo una stufetta elettrica che riscalda un po’ l’ambiente dove viene utilizzata. Nell’ambulatorio maschile la temperatura oscilla tra i 12 e i 16 gradi. I caloriferi perdono, l’intonaco cade e c’è muffa nel bagno e nell’ambulatorio. Due settimane fa - conclude Teresa Cera - è andata a fuoco un presa ed è saltato un pc. Non abbiamo un fax personale e nemmeno una connessione a Internet, che servirebbe anche per l’elettrocardiografo. Oltretutto, dal 2005 prendiamo 23 euro lordi all’ora, a qualsiasi ora di qualsiasi giorno dell’anno. Da due anni non dipendiamo più dal ministero della Giustizia, ma da quello della Salute, e le nostre condizioni sono invariate: o la situazione cambia - conclude Teresa Cera - oppure saremo pronti a dimetterci”.

 

 

 

 

 

 


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