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Voci di donne “travolte” in qualche modo dalla galera PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 13 gennaio 2011

 

C’è stato di recente un dialogo interessante tra donne nello spazio che il nostro sito dedica alle riflessioni dei lettori. Tutto inizia con un severo commento di Susy, una lettrice che è stata più volte vittima di reati e che si rivolge con una certa durezza ai detenuti, gli stessi che animano il sito con le loro testimonianze.

 

Vittime e carnefici non sono paragonabili

 

Gentili signori, mi dispiace per le vostre angosce ma, purtroppo, non riesco a condividere. Ho subito uno scippo di una catenina con tanto di mani al collo, un borseggio in autobus, lo scippo di una borsa, e dulcis in fondo, mi hanno svaligiato la casa. Perdonatemi il cinismo, ma non vedo perché dovrei comprendere le ansie di chi mi ha rubato la cosa più importante: la serenità. Mi alzo tutte le mattine e vado a lavorare per assicurare un futuro a mio figlio. In passato ho fatto anche le pulizie e la tuttofare per uno studio dove dietro lauto compenso di 150 mila lire al mese prestavo lavoro per 12 ore al giorno.
Perdonatemi, ma credo che la diffidenza con cui devono convivere i cosiddetti “signori ladri, signori assassini e signori quant’altro” sia nulla rispetto a quello che una persona onesta deve sopportare a causa delle loro azioni. Da quando un immondo essere si è permesso di entrare in casa mia non dormo più, ho paura di stare in casa, ho paura di stare fuori e non c’è prezzo per questo, non c’è pena detentiva che possa ridarmi quello che ho perso. E credo che la diffidenza sia il minimo.
Guardare le proprie atrocità negli occhi di chi ha perso una persona cara per mano di un altro è ancora poco, paragonato al dolore che chi resta si porterà dietro per la vita.
Come dite voi, indietro non si può tornare. Ma neanche noi che siamo sull’altro lato della barricata possiamo tornare indietro. Noi che subiamo, che siamo stuprati nell’anima con segni indelebili.

 

Susy

 

Susy è una vittima di quei reati, spesso sottovalutati in carcere perché ritenuti “contro il patrimonio”, invece sono reati che fanno male anche alle persone. A risponderle è ancora una donna, Giorgia, cui è capitato di essere anche lei vittima, in un’altra maniera: vittima perché sorella di un ragazzo finito in carcere, in una famiglia che tutto si sarebbe aspettata, tranne una fine del genere.

 

La “condanna” dei parenti di un carcerato

 

Mio fratello è da cinque mesi in carcere, cinque mesi da incubo. Dopo mesi di agonie indicibili, avevo bisogno di un appiglio, uno spiraglio... ho bisogno di parlare con chi è sulla mia stessa barca, anche se sembra più una zattera che sta andando in pezzi. Sono stati cinque mesi da incubo, non perché lo abbiano trattato male ma perché, alla sofferenza di dover scontare una pena, si aggiunge la difficoltà di sentirlo, vederlo, sapere come sta. Facciamo con lui un colloquio di un’ora alla settimana. Lui a volte è talmente stravolto, emozionato di vederci, che a malapena parla, è preoccupato per noi fuori e per la sua sorte là dentro. Sta pagando una pena altissima per un reato che non ha neanche commesso lui... ma non è questo il punto: lui è ovviamente colpevole, colpevole di essere stato infinitamente incosciente e di essersi ritrovato in un vortice più grande di lui. Poi, si sa, si toccano certe categorie e l’occhio attraverso il quale si analizza una vicenda non è più quello dell’imparzialità e della giustizia, ma diventa quello del pregiudizio, senza capire che è con la vita delle persone che si sta giocando, anche se si parla di persone che hanno sbagliato.
Mio fratello lo riconosce, vuole pagare i danni e le sue colpe, ma tutti noi a casa, sua mamma, noi fratelli e sorelle paghiamo la sua stessa pena amplificata. Siamo soli, ci manca, non sappiamo mai se sta bene, quando va bene riceviamo una lettera ogni due giorni e lo vediamo una volta alla settimana, e dobbiamo fare ore di macchina per raggiungerlo. Ci manca infinitamente e quel giudice che, incurante della vera situazione lo ha condannato a una pena tanto pesante, ha condannato con lui altre 7 persone che per lui vivono, la sua famiglia, che non ha nessuna colpa se non quella di volere infinitamente bene a una persona che ha commesso un errore che vuole pagare ma che ha anche bisogno di un’altra possibilità. Speriamo ce la faccia: noi cercheremo di stargli accanto e di fargli capire che fuori lo aspetta una possibilità... perché la merita... era semplicemente il passeggero accanto...
Mi rivolgo a Susy: voi dite di essere dall’altra parte della barricata. Significa che avete l’assoluta certezza che a voi certe cose non accadranno mai, e io non posso che augurarvi che abbiate ragione, sono sicura che anche mio padre, morto anni fa per una leucemia dovuta al lavoro, non avrebbe mai creduto che il piccolo dei suoi figli si sarebbe trovato a fare i conti con la giustizia... neanche mia madre avrebbe potuto immaginare una storia simile, visto che si è massacrata di lavoro per crescere me che sono laureata e faccio l’educatrice sociale, esattamente come il mio fratello che per una serie di eventi si trova a dover affrontare una situazione tanto devastante. Io non voglio fare pena a nessuno, ma sono certa che chi non è mai entrato in un carcere e non si è sentito chiudere dietro le porte, non possa capire di che cosa stiamo parlando. Le vittime hanno diritto a essere risarcite, capite, protette, tutelate, è ovvio: nella mia vita sono stata anch’io vittima di un investimento stradale da parte di un signore anziano che a una battuta di caccia aveva bevuto qualche bicchiere di vino in più... beh, io ho capito il suo dolore, la disperazione della moglie e della figlia e, badate bene, all’epoca la vicenda di mio fratello non solo non era ancora capitata, ma non avremmo neanche mai potuto prevedere che sarebbe successa.
Per questo, senza voler giudicare nessuno, resto fermamente convinta che tutti possono sbagliare, ma hanno anche bisogno di una seconda possibilità e di poter disporre dello stesso diritto che si difende per la vittima, quello a una vita nel rispetto dell’identità umana.
Le chiedo solo una cosa: se suo figlio crescendo si dovesse lasciar trascinare da cattive compagnie in qualcosa di poco regolare, in qualcosa di pericoloso, smetterebbe di amarlo? Io non credo. Ci rifletta, e pensi al figlio di suo figlio, e al figlio di suo figlio ancora... forse vi sarà più semplice capirci!

 

Giorgia

 

 

 

 

 


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