Sabato 06 Giugno 2020
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Minori italiani con disagio psichico, minori stranieri non accompagnati PDF Stampa E-mail
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Una comunità terapeutica e i suoi ragazzi con disturbi dell’età evolutiva. Nessuno li vuole, prendersi cura di loro costa troppo. A Padova se ne occupa con pazienza, e tanta fatica, l’associazione Famiglie

(Realizzata nel mese di gennaio 2006)

a cura di Ornella Favero e Stefano Bentivogli

Minori italiani con disagio psichico, minori stranieri non accompagnati, ragazzi che spesso nessuno vuole perché prendersene cura costa tanto ed è faticoso: è di loro che si occupa l’associazione Famiglie a Padova. Ne abbiamo parlato con Tina Ciccarelli, che dell’associazione è responsabile, e con Natalia Savani, psicoterapeuta che lavora con questi ragazzi “difficili”.

Tina Ciccarelli: L’associazione Famiglie da alcuni anni segue minori italiani e minori stranieri, i minori italiani con problemi psichiatrici, i minori stranieri non accompagnati che comunque molto spesso manifestano anche loro delle patologie che non vengono accolte, accettate, dagli enti pubblici perché diventerebbe molto più problematico gestirle. “Molto più problematico” uguale denaro, ecco l’equazione è questa, sono soldi da spendere per il servizio pubblico. Quello che mi lascia molto stupita è la situazione generale che riguarda questo tipo di patologie, e l’atteggiamento degli enti pubblici, che non accolgono in maniera assoluta queste istanze di disagio da parte nostra. Se poi si arriva nei tribunali, ci sono molti tribunali d’Italia, quelli per i minori, che non sempre sono attenti in questo tipo di valutazione. C’è quindi un tentativo di negazione del disagio per non affidare i ragazzi a strutture che ovviamente hanno costi molto più elevati, tipo quelli delle case famiglia per minori, d’altra parte questo tipo di strutture ha esigenze di personale qualificato che viene a costare molto di più che non la semplice struttura dove c’è un educatore, degli accompagnatori e basta.

Quali sono i meccanismi per cui si dovrebbe arrivare all’accertamento di una patologia di tipo psichiatrico?

Natalia Savani (psicoterapeuta): Dunque, tendenzialmente in comunità terapeutica arrivano soprattutto dei ragazzi a cui è stato certificato un disturbo dell’età evolutiva (es. disturbo della condotta, degli impulsi ecc.) e che tendenzialmente non sono autosufficienti, mentre nelle comunità educative assistenziali vengono inseriti ragazzi con disagio sociale e autosufficienti, quindi il lavoro che c’è da fare in comunità terapeutiche (C.T.) è completamente diverso da quello svolto in comunità educative assistenziali. La richiesta d’inserimento in comunità terapeutica può essere avanzata seguendo modalità diverse tra cui: 1) dal servizio di neuropsichiatria che ha in carico il minore; 2) dal servizio sociale territoriale (ad esempio i Centri servizio territoriali); 3) dal Servizio sociale del Comune di residenza nel caso in cui sia stato promulgato un decreto del Tribunale per i Minorenni di affido e/o allontanamento dal nucleo familiare al Servizio sociale del Comune. Qualora il neuropsichiatra o chi per esso (ad esempio l’assistente sociale) ritenga opportuno ed utile l’inserimento del minore in comunità terapeutica deve comunque ricevere il consenso sia dai genitori, soprattutto se non c’è un decreto del Tribunale per i Minorenni di affido ai Servizi sociali, sia dal minore.

Il consenso del minore?

Natalia Savani: Sì, se il minore ha un’età superiore ai 14 anni ha il diritto di essere ascoltato circa tutte le decisioni che lo riguardano, e a tale proposito esistono convenzioni internazionali in materia di audizione (ascolto) del minore.

C’è un’età a partire dalla quale ci può essere il consenso del minore?

Natalia Savani: Anche nei casi in cui il minore abbia un’età inferiore ai 14 anni è comunque utile ascoltarlo in merito all’ipotesi d’inserimento, e qualora sia contrario prepararlo all’inserimento, perché se non c’è collaborazione non c’è cambiamento (ovvero terapia). Dopo che è stato dato il consenso dal minore e dalla famiglia, almeno a livello informale, viene fatto un incontro tra i referenti dei sevizi sociali e sanitari (ULSS, ASL) che sono coinvolti nella gestione del caso. Questi incontri vengono chiamati Unità Operative Distrettuali e/o Valutative multidimensionali (U.O.D. o U.V.M.D.). A questi incontri solitamente partecipano i responsabili o referenti dei servizi sociali e sanitari coinvolti nella gestione del caso, ad esempio il neuropsichiatra che ha in carico il ragazzo, l’assistente sociale del Comune affidatario ecc. Durante questi incontri viene formulata una valutazione sia clinica (disturbi psichiatrici e/o psicologici)  che sociale (abitazione, condizione economica, culturale, penale) della famiglia del minore.

Sulla base del tipo di valutazione che viene formulata vengono definiti sia la finalità generale che gli obiettivi specifici del progetto di inserimento in comunità (per esempio: Finalità: protezione del minore; Obiettivi: assolvimento dell’obbligo scolastico, trattamenti psicoterapici per il minore e/o familiari). Sulla base del tipo di finalità e obiettivi progettuali, a fine incontro, viene definita la percentuale del contributo (retta di comunità) a carico del Comune e a carico dell’Unità Locale Socio-Sanitaria). Solitamente i Comuni (Servizi sociali) pagano la quota assistenziale educativa (per pagare educatori, insegnanti, attività sportive eccetera), mentre le ULSS quella sanitaria (per pagare psicologi, psicoterapeuti, specialisti vari).

Per fare un esempio concreto, quando arriva un ragazzo allontanato dalla famiglia mediante decreto del Tribunale per i Minorenni, solitamente in questi casi il 70% della retta è a carico del Comune mentre il rimanente 30% è a carico dell’ULSS; nei casi invece che la richiesta d’inserimento venga avanzata dal neuropsichiatra il 70% è a carico Ulss e il 30% è a carico del Comune. Il problema è dato dalla situazione per cui la sanità in Italia non riesce a coprire il fabbisogno di tutti i minori che ci sono in Italia e quindi quelli stranieri…! È già difficile aiutare quelli italiani, figuriamoci quelli stranieri.

State parlando di stranieri non accompagnati?

Tina Ciccarelli: Sì, ma non è che con gli stranieri residenti nel territorio nazionale e magari con la carta di soggiorno perché i familiari sono inseriti nel territorio, sia molto più facile…

All’interno del gruppo dei ragazzi che in qualche modo vi trovate a seguire, in che misura si può parlare di presenza di fenomeni di devianza, quindi ad esempio di comportamenti che sono al di là della legge, come l’uso di sostanze?

Esiste cioè un incontro tra le due definizioni di problematicità, la devianza e il problema psichiatrico, oppure sono due cose che vengono tenute separate?

Natalia Savani: Nei minori solitamente non si fa diagnosi a sé stante di devianza o tossicodipendenza, ma piuttosto si parla di disturbo della condotta (furti, uso di sostanze psicoattive quali alcol, cannabis eccetera), clinicamente i disturbi dell’età evolutiva subiscono un’evoluzione e si modificano in altri disturbi dell’età adulta se non vengono adeguatamente trattati durante l’età dello sviluppo.

Ci sono anche ragazzini che hanno comportamenti tipo bullismo, oppure no?

Natalia Savani: Noi di “bulli” non ne abbiamo ancora accolti in comunità… ma senza dubbio uno tra i primi sintomi di disagio in preadolescenza e adolescenza è rappresentato da difficoltà scolastiche, dell’apprendimento, o proprio dall’abbandono scolastico. Nei nostri casi, la prima segnalazione è sempre partita dalla scuola che segnala o al Servizio sociale del Comune di residenza, o nei casi più gravi addirittura direttamente al Tribunale per i Minorenni o alle Procure (come nei casi in cui un insegnante raccolga le confidenze di un minore che dichiara di aver subito comportamenti a connotazione sessuale da un adulto)…

E sul disagio dei ragazzi quanto pesa la disgregazione delle famiglie?

Natalia Savani: Penso ci sia una diatriba in merito agli effetti della separazione sui figli. Sono molto appassionata di questa tematica, della mediazione in caso di separazione e divorzio, e ritengo sia utile in tali situazioni ascoltare e dar voce ai figli in merito alle decisioni che i genitori devono prendere per loro. Quello che sembra accertato non sono tanto gli effetti nocivi della separazione sui figli quanto piuttosto il rischio rappresentato dalla durata e intensità del conflitto coniugale. Molti studi evidenziano che ciò che nuoce gravemente alla salute dei bambini non sono la separazione o il divorzio in sé quanto piuttosto il tempo di durata e il livello di intensità del conflitto tra mamma e papà. Ed è sulla variabile tempo e il livello di intensità del conflitto che bisogna intervenire, non si tratta certo di impedire la separazione o il divorzio.

Tina Ciccarelli: Noi abbiamo una fantasia che è quella di aprire una casa-famiglia per padri separati, mariti separati, non figli.

Natalia Savani: Quest’idea è nata da esigenze operative che rispecchiano una tendenza socio-culturale, il fatto cioè che nella maggioranza dei casi di separazioni e/o divorzi è il marito quello che lascia il tetto coniugale, che deve cercare una nuova abitazione, quello a cui non vengono affidati i figli, quello a cui spetta di pagare gli alimenti…

Tina Ciccarelli: Ma torniamo al discorso dei minori stranieri: molto spesso arrivano da situazioni completamente diverse dalle nostre, e poi un ragazzino di undici-dodici anni che viene sfrattato dal suo contesto familiare, qualunque esso sia, subisce comunque un trauma. E poi viene caricato di una responsabilità, si gioca sulla sua minore età e si gioca anche su quello che lui deve dimostrare ai suoi familiari. C’è l’emigrante che deve mantenere una famiglia povera o comunque con pochi mezzi nel suo Paese d’origine e che deve dimostrare che è riuscito nel suo intento qui, cosa molto difficile e non sempre così attuabile.

Natalia Savani: Quando un ragazzino arriva in Italia non si dà molta importanza alle aspettative che quel particolare minore ha, alla storia per cui è arrivato qui… quello che si fa solitamente è proporre una serie di interventi (inizio scuola, regole di comunità, corso di alfabetizzazione eccetera) e se ti va bene ti va bene, altrimenti ti adegui. Io penso che questo atteggiamento sociale rappresenti una “grossa porta aperta” sul mondo criminale, che molto spesso offre l’opportunità di avere molti soldi in poco tempo, soldi che poi vengono mandati alla famiglia nel Paese d’origine.

È vero che adesso arrivano tanti ragazzini che sono coinvolti dal giro dello spaccio subito, e che già la famiglia che li manda qui sapeva cosa venivano a fare e ha, in qualche modo, puntato su di loro per migliorare le proprie condizioni di vita?

Tina Ciccarelli: Ma non da adesso, da sempre. Il minore in situazioni difficili è uno strumento.

Natalia Savani: Sì, e forse bisogna evidenziare che da quando è in vigore la nuova legge sull’immigrazione questi ragazzini arrivano sempre più piccoli d’età e quindi sono sempre più a rischio… Prima della nuova legge i ragazzi stranieri arrivavano in Italia che avevano 16/17 anni, ora arrivano che hanno massimo 15 anni… e questo aumenta il rischio di strumentalizzazioni.

Tina Ciccarelli: A me viene in mente questo: c’è una schizofrenia comportamentale istituzionale da parte dello Stato. Allora noi italiani funzioniamo col cuore in mano, da un verso, dall’altro però, cosa c’è? C’è una mancanza di conoscenza e di senso dell’accoglienza, ma non tanto l’accoglienza col cuore in mano, quanto piuttosto un’accoglienza mirata, programmata, studiata degli stranieri. L’Italia è un Paese che è stato emigrante fino all’altro giorno, dimenticandosi però come sono stati gravi e difficili  le situazioni di quelli che sono andati a fare gli emigranti altrove. È una cosa che mi fa molta rabbia: siamo stati emigranti fino all’altro giorno e non siamo capaci di stabilire una cultura dell’accoglienza diversa?

Natalia Savani: Non bisogna poi dimenticare che i ragazzi arrivano in comunità a undici/dodici anni, e ciò vuol dire che minimo già da un anno sono in giro per l’Italia, e quindi hanno affrontato l’esperienza del distacco dalle figure significative precocemente. Tutto questo aumenta il rischio di manifestare poi una psicopatologia.

Ogni ragazzo sceglie la scuola, lo sport, il giorno delle telefonate

Per le famiglie che vengono colpite comunque da situazioni di questo genere, in cui un componente soffre di un disagio psichico, quanto ancora agisce il marchio che poi ti porta a vivere isolato o comunque segregato dal resto della società?

Natalia Savani: Tutta la vita. Si vergognano anche di dire che hanno un figlio in queste condizioni. Non è il problema tanto del ragazzino ma è più un problema sociale di consapevolezza di cosa vuol dire essere dentro a una comunità terapeutica. Abbiamo alcuni ragazzi le cui famiglie per prime si vergognano a dire che il figlio si trova lì e inventano scuse del tipo che è a casa di amici, parenti, o cose del genere.

Il ragazzo che vive in comunità poi però frequenta la scuola o corsi normali?

Natalia Savani: Noi abbiamo strutturato un progetto di comunità che io definisco “pilota”, nel senso che la comunità terapeutica non richiama né un ambiente ospedalizzato né istituzionale, ma piuttosto l’ambiente familiare: pochissimi ragazzi (massimo 5), tutte le attività cliniche vengono svolte al di fuori della comunità presso ambulatori o nella sede operativa dell’associazione, tranne il gruppo terapeutico settimanale. Ogni ragazzo sceglie la scuola, lo sport, il giorno delle telefonate. La comunità a vederla dall’esterno è un’abitazione civile. Ovviamente questa modalità di gestione è stata stabilita in accordo con i servizi.

Ci interessa anche capire, con la scuola che si è strutturata negli ultimi anni con gli insegnanti di sostegno e tutte queste belle cose, esiste poi qualcuno che faccia informazione, nel gruppo sportivo, nella scuola, nei vari ambienti che i ragazzi devono frequentare, su cosa è un problema psichiatrico e quanto possa essere vissuto in maniera integrata con gli altri?

Natalia Savani: Io per la mia esperienza devo dire che i nuovi insegnanti di sostegno, anche molto giovani e quindi con una nuova formazione, sono molto preparati. Il problema si pone secondo me ad un altro livello, non tanto nel rapporto insegnante di sostegno-ragazzo, quanto piuttosto tra chi gestisce il sistema scolastico, come il dirigente scolastico, e l’esterno della scuola, le famiglie.

Com’è strutturata la vostra associazione?

Natalia Savani: Come associazione siamo strutturati in quattro unità funzionali: 1) la cooperativa Diogene che gestisce un’utenza adulta con problematiche socio-sanitarie (tossicodipendenti, detenuti, malati HIV eccetera); 2) l’Unità di strada che gestisce l’utenza adulta che rientra nell’area della marginalità sociale; 3) l’Unità minori stranieri non accompagnati, composta da tre comunità alloggio di cui è responsabile la dottoressa Santaterra; 4) l’Unità minori italiani con disturbi della condotta e della sfera emotiva. La prima comunità che abbiamo aperto per i minori stranieri l’abbiamo aperta proprio perché con l’Unità di strada abbiamo trovato tanti  minori stranieri in condizioni di forte disagio.

Tina Ciccarelli: Io ho sempre in mente una cosa: l’infanzia negata, ecco questi sono minori a cui è stata negata l’infanzia perché sono stati costretti a vivere in strada, a dover dormire in case abbandonate, ad essere vittime di violenze sessuali, o ad essere vittime di parenti che li mandano a rubare o spacciare. Lavorare in questo ambito è molto difficile, noi gli offriamo un percorso di “normalità” che comunque deve avere una forte valenza affettiva. È principalmente questo di cui hanno bisogno.

 

 

 

 

 


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