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Difendere la scuola in carcere vuol dire produrre sicurezza PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 21 febbraio 2011

 

Sono stati quasi ottomila nello scorso anno scolastico gli studenti-detenuti, la scuola in carcere è forse una delle poche cose che ancora funzionano, nonostante il sovraffollamento. Ma gli insegnanti dell’ITC Gramsci e due studenti dal Due Palazzi ci scrivono per chiederci di difenderla insieme, questa scuola, che oggi rischia di essere ridotta e svuotata, e invece è importante perché permette alle persone di acquisire gli strumenti culturali per rientrare dignitosamente nella società, alla fine della pena.

 

Riforma dell’istruzione per i detenuti ecco quello che non dobbiamo perdere

 

Tra le tante novità che si prospettano nella scuola italiana, le notizie che circolano sul futuro della scuola in carcere sollevano qualche preoccupazione in noi, docenti dell’Istituto Tecnico Commerciale “A. Gramsci”, che da molti anni ci lavoriamo. Sembra, infatti, che sia nelle intenzioni del Ministero assimilare in modo indifferenziato la scuola in carcere a tutta la restante educazione degli adulti. Se questa ipotesi di riforma si concretizzasse, le conseguenze, secondo la nostra più che decennale esperienza, sarebbero molto gravi.
Innanzi tutto il percorso scolastico, fin qui sviluppato nell’arco di cinque anni, verrebbe ridotto a tre soli anni: le classi prima e seconda da svolgere in un unico anno con docenti dei Corsi per Adulti, le classi terza e quarta, analogamente, in un unico anno e solo la quinta in un anno intero. Questa riduzione del percorso però non tiene conto della natura peculiare degli alunni in carcere i quali, nella maggior parte dei casi, provengono da esperienze scolastiche a dir poco irregolari: molti hanno compiuto la totalità del percorso scolastico in carcere; quelli che viceversa hanno conseguito la licenza media nella vita “di prima”, lo hanno fatto in un periodo molto distante nel tempo e per la vita che hanno fatto, difficilmente hanno mantenuto una qualche dimestichezza coi libri. Ma non è tutto, in carcere a Padova è attivo un Polo universitario: parecchi degli alunni che si sono diplomati in questi ultimi anni si sono iscritti all’università. Ebbene, in tale ipotesi di riforma, è prevista la possibilità di iscriversi all’università col diploma conseguito? E se anche così fosse, come si può pensare di fornire in soli tre anni una preparazione sufficiente? Temiamo fortemente che non sia così. Infine, la divisione del percorso tra Corso per Adulti e secondaria superiore avrebbe probabilmente una ulteriore, grave, conseguenza e cioè la progressiva perdita di identità della scuola superiore in carcere. Ed è invece, questa, una identità da salvaguardare perché costruita da una esperienza più che decennale, che si traduce in memoria storica e quindi in capacità di formare i docenti che per la prima volta affrontano l’esperienza della scuola in carcere, ma che consiste anche in prestigio acquisito nel rapporto con tutte le altre componenti che operano in carcere, con l’amministrazione carceraria e con gli agenti, gli educatori e gli psicologi, i magistrati di sorveglianza, i volontari e le cooperative che in carcere lavorano. L’assunzione quotidiana di responsabilità che la scuola richiede, senza offrire nulla di tangibile e immediato in cambio, costituisce un aspetto importante nel percorso di ciascuno studente - detenuto, una tappa fondamentale in un processo rieducativo che dovrebbe essere lo scopo fondamentale della detenzione. Non è il diploma che si consegue la cosa più importante, come invece avviene nelle tradizionali scuole per adulti, bensì il percorso in sé. Ridurlo sarebbe svilirne la finalità.

 

Docenti ITC “Gramsci” sezione carceraria Due Palazzi

 

Una finestra che si apre sul mondo per essere più responsabili e meno isolati

 

La scuola superiore in carcere non riveste solo una funzione di approfondimento della cultura, ma offre un importante spazio di relazione con gli insegnanti che sono sempre disponibili a dialogare su qualsiasi argomento, anche di attualità, e portare così chi è recluso a conoscenza di certe realtà che molto difficilmente potrebbe apprendere da altre fonti.
In pratica per i detenuti frequentare la scuola superiore è un po’ come affacciarsi a una finestra aperta sul mondo esterno, il che li fa sentire meno estranei e un po’ partecipi della vita sociale. Ci sono anche altre motivazioni che spingono dei detenuti adulti a frequentare le scuole superiori e la principale è l’uso del tempo, che in carcere si può impiegare in maniera costruttiva, ma anche sprecare senza costruire niente di utile. In taluni casi quando si è costretti all’ozio forzato, perché non c’è lavoro, né scuola, la persona finisce che si abbrutisce, perché lo stare nell’ozio impedisce all’individuo di uscire dal circolo vizioso e criminogeno nel quale si trova.
Io mi trovo in carcere a scontare una lunga condanna e chi è nelle mie condizioni non può vivere solo facendo cella - passeggio, perché in questo modo rischia di invecchiare senza migliorarsi mai e senza concludere niente di concreto. Una volta arrivato a Padova ho pensato di iscrivermi a Ragioneria, in quanto due anni della stessa scuola li avevo già fatti al carcere di Secondigliano a Napoli. La cosa che più mi ha convinto è stata la presenza sia della scuola superiore che dell’università. Questo è un particolare importante perché permette a uno che è fresco di diploma di continuare con gli studi universitari senza aspettare, magari per anni o inutilmente, di essere trasferito in qualche carcere dove ci sia un Polo universitario. La continuità nello studio per uno studente adulto è fondamentale in quanto si fa in fretta a dimenticare le cose imparate e se c’è un’interruzione solo di uno o due anni si rischia di dimenticare quanto si è fatto prima, mentre se la cosa è continua si arriva senza sforzo al traguardo che ci si è posti.
L’Istituto di Ragioneria nel carcere di Padova, grazie anche alla serietà e competenza dei professori, svolge egregiamente il suo compito portando tutti gli anni un buon numero di studenti alla maturità, nonché dando a decine di loro l’opportunità di uscire quelle 5 ore al giorno dalle loro piccole e sovraffollate celle a respirare quello che si può dire un surrogato di libertà.

 

Antonio Floris

 

Dal vuoto quotidiano sono passato a dare valore al tempo

 

Dopo due anni di corso di cultura generale quest’anno ho avuto la possibilità di iscrivermi a ragioneria. Da subito ne ho visto i benefici, passando dall’ozio quotidiano fatto di consuetudine e di tempi meccanici, ad un’attività mentale completa. Io che ho “arsura di sapere”, mi sono trovato a mio agio nel potermi occupare di qualcosa che mi accresce sul piano culturale.
Dal vuoto quotidiano sono passato a dare valore al tempo e non solo, dato che i riflessi positivi sono molteplici. Per luoghi come il carcere poter parlare d’altro è una notevole apertura al mondo, ti schiude quegli spazi che altrimenti rimarrebbero invalicabili. Gli stimoli si susseguono come una sorta di gioco del domino ove un argomento ne investe subito un altro.
Per me è certamente importante lo studio, è un’opportunità che consiglio a tutti, soprattutto a chi vuole migliorarsi culturalmente ed umanamente, dato che lo studio dà anche modo di guardarsi dentro, e di sviluppare capacità critica, come avviene anche nella realtà esterna. Mi affascina molto anche l’aspetto competitivo che automaticamente si innesca con me stesso quando affronto lo studio non più da adolescente. Il mio più vivo auspicio è che questo corso di ragioneria che sto frequentando in carcere continui senza alcun problema negli anni futuri. Mi auguro anche che siano ampliate in questi istituti altre attività culturali per non far logorare i detenuti dall’ozio e dalla noia con cui vivono quotidianamente.

 

Gaetano Fiandaca

 

 

 

 

 


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