Sabato 06 Giugno 2020
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Un carcere sano fa bene a tutti PDF Stampa E-mail
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I Forum regionali per il diritto alla salute delle persone private della libertà personale hanno un senso perché gli occhi e le orecchie della riforma della sanità penitenziaria, a diversi livelli, sono i volontari, le associazioni, i sindacati, che devono tenere attentamente sotto controllo la sua applicazione

 

Fabio Gui lavora all’Ufficio del Garante dei detenuti della Regione Lazio ed è segretario del Forum nazionale per il diritto alla salute delle persone private della libertà personale. Si occupa da anni di questioni riguardanti la salute dei detenuti, fin da quando associazioni, sindacati, tante realtà del Terzo settore hanno deciso di mettersi insieme per tenere sotto controllo e monitorare il passaggio della Sanità penitenziaria al Sistema Sanitario nazionale. Lo abbiamo incontrato in redazione, per ragionare insieme sulla costituzione di Forum regionali. Un passo sempre più urgente anche nel Veneto, in un momento in cui la riforma sta in una specie di limbo, particolarmente pericoloso in una situazione pesante come quella attuale, con un sovraffollamento che moltiplica, inevitabilmente, tutti i problemi riguardanti salute, prevenzione, continuità delle cure.

 

Ci puoi raccontare perché la storia di questa riforma è stata così sofferta?

Vorrei partire dal principio che si afferma nel primo art della Riforma sulla sanità in carcere (DLGS 230/99). L’art ribadisce che i cittadini privati della libertà hanno lo stesso diritto di avere prestazioni efficaci in materia di prevenzione, diagnosi e cura. Affermazione su cui è difficile non essere d’accordo, non mi sembra una rivoluzione o un discorso particolarmente complesso. È vero però che dal 2000 questa riforma è stata fortemente osteggiata, ha avuto grosse resistenze, per diversi motivi : economici (riforma fatta a costo zero, anzi le regioni hanno avuto pochissimi soldi, la complessa gestione del personale..), culturali e professionali (perché fuori, anche nelle aziende sanitarie locali  non si accetta molto facilmente che ci deve essere una sanità per tutto il territorio e che  il carcere fa parte di questo territorio).

Da subito poi  ci è stato chiaro che si trattava di governare una riforma nata in un contesto politico che era quello del Centrosinistra (fine anni ’90) , e che si sta realizzando oggi in un contesto politico, sociale diverso, e in una fase di oggettiva crisi economica difficile. Insomma una riforma complessa, che  è sembrata  capitata all’improvviso, come se non ci fossero stati anni di sperimentazione in diverse regioni d’Italia. Riforma resa irreversibile del DPCM del  2008.

Da quella data è iniziato un percorso a ostacoli e che ci vede, come forum nazionale, consapevoli delle difficoltà di questo periodo di transizione ma vigili nel sostenere il diritto alla salute esistente per le persone detenute .

 

Come opera il Forum per la tutela della salute delle persone private della libertà personale?

Noi del Forum abbiamo ritenuto da subito di dover sostenere questa riforma, lo abbiamo fatto con iniziative politiche pubbliche aperte a tutti. A  Roma per esempio già nel ‘99 ci fu un’assemblea indetta dalla Lega delle autonomie Locali con la presenza di 700 persone, c’erano esponenti del terzo settore, del volontariato, delle organizzazioni sindacali, professionisti nel campo della salute. Perché questo possiamo fare come Forum, tenere alta la tensione , l’attenzione  per la Riforma nelle sedi più opportune, e quindi coinvolgere i ministeri interessati, il DAP, e le associazioni, cioè cercare di creare una rete di sensibilità e di cultura su questo argomento specifico.

Del carcere si parla molto quando avvengono episodi tragici, ed è giusto, ma a noi interessa far capire anche la realtà più generalizzata di un carcere, che non è sano, una delle prima cose che vorrei dire è come questa riforma abbia scoperchiato il vaso di Pandora sulla sanità in carcere.

Quello che prima sembrava funzionasse perfettamente, non era proprio così,  noi avevamo un sistema a macchia di leopardo con alcune regioni che magari avevano un approccio più efficace, in altre un’esperienza molto più negativa.

Invece il decreto disegna un sistema omogeneo, un sistema che stabilisce dei livelli nazionali di prestazioni per assicurare a TUTTE le persone detenute una adeguata tutela del diritto alla salute.

 

E qui è importante fare un’altra premessa: quale eredità, quali e quante attrezzature dedicate alla sanità (riuniti odontoiatrici, sale raggi x, attrezzature sanitarie, locali…), hanno trovato le ASL? In che condizioni erano e come sono state inventariate ? che cosa ha trovato questa riforma?  una situazione disastrosa, lo stesso Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dice che il 70- 80% delle macchine e dei locali che si utilizzavano in carcere, non avevano i requisiti per essere a norma con le “leggi vigenti” (per  esempio la  626, o sale a raggi x chiuse perché dannose anche per gli operatori ).

 

Oggi questa riforma attraversa una fase delicata, perché c’è il rischio che alcune regioni più virtuose, con dei modelli organizzativi più efficienti o con una sensibilità maggiore, anche economica, possano affrontare e dare delle risposte diverse da situazione a situazione.

Ed è per questo che il Forum dal 2008 ha cercato di intraprendere una strada regionale, a questo punto il gioco si svolge nelle Regioni, la cabina di regia, le responsabilità passano alle Regioni, mentre prima il nostro interlocutore era il governo, ora il nostro interlocutore è il sistema regionale.

È per questo che da una struttura nazionale abbiamo cercato di creare l’occasione nelle Regioni per attivare  dei Forum che in qualche modo siano il segno della società, il segno del volontariato e degli enti locali.

Forum regionali che devono essere occhi e orecchie dell’applicazione della Riforma, la voce dei detenuti e delle loro famiglie, in un meccanismo di dialogo e di confronto con le istituzioni locali per affermare e sostenere i diritti, sanciti nella riforma . 

I Forum regionali hanno un senso perché gli occhi e le orecchie di questa riforma, a diversi livelli, sono i volontari, le associazioni, i sindacati, che devono in qualche modo chiedere quello che c’è scritto nel DCPM. Il DCPM alcune cose le dice, dice per esempio che ci deve essere un osservatorio regionale, quel luogo preposto a verifica di quello che succede nelle realtà penitenziarie.

 

Perché tante Regioni faticano ad assumersi la responsabilità della salute in carcere?

Questa legge è nata in un contesto politico odierno difficile, la riforma è come una cornice che rimandava all’applicazione, e alla contestualizzazione nelle realtà delle singole Regioni, e qui viene il punto dolente, l’argomento è scomodo, l’argomento è imbarazzante, molte Regioni per tirarsi indietro ne hanno fatto un discorso economico, le risorse economiche che sono transitate dal Ministero della Giustizia a quello della Salute erano insufficienti, perché erano calcolate su 40.000 detenuti, adesso siamo arrivati a 69.000.

È tutto vero, però le responsabilità ora sono delle Aziende sanitarie regionali, sta a noi chiedere alle Aziende di fare quello che bisogna fare in carcere, ma sta anche a noi spiegare che cos’è la realtà sanitaria all’interno di un carcere. Perché noi abbiamo incontrato diversi operatori regionali, che davanti a questa riforma si sono trovati impreparati, e qui c’è un secondo aspetto che mi piace sottolineare della riforma, la riforma è anche un percorso culturale, è un pensiero nuovo sulla medicina, è un pensiero che va dalla presa in carico della persona, alla continuità terapeutica per eccellenza.

Paradossalmente in carcere possono nascere approcci a una condizione sanitaria che forse fuori non si può affrontare con tanta cura e attenzione, penso a tutta l’importanza che si dovrebbe dare al nuovo giunto, o al rischio suicidario, serve proprio un approccio del sistema sanitario pubblico in vista di una autentica prevenzione.

Questo implica una conoscenza della riforma, ma anche una conoscenza delle modalità operative del  Servizio Sanitario Nazionale, per cui noi assistiamo, al fatto che molti medici che prima erano nell’amministrazione penitenziaria si trovano paradossalmente a gestire lo stesso ruolo, cambiando semplicemente la giacca o il camice, la medicina e l’organizzazione dei servizi dedicati  a rispondere alle domande di salute dei detenuti e degli operatori che ci lavorano  ( Ser.T., DSM, prevenzione e profilassi …).

 

Allora c’è il rischio di cambiare tutto per non cambiare niente. Anche perché la riforma affronta in modo nuovo il nodo salute e sicurezza, precedentemente il rapporto lavorativo dei medici era in qualche modo incardinato in una struttura, quella penitenziaria, che è una struttura in qualche modo autoreferenziale, una struttura che privilegia la sicurezza.

Noi vogliamo invece dire che il concetto di salute è un concetto che ha pari dignità della sicurezza, quindi l’azienda sanitaria non entra in carcere in punta di piedi, ma entra con una dignità e responsabilità , tale e quale a quella del sistema penitenziario, non è un caso che si parli di leale collaborazione fra il ministero della Giustizia e il ministero della Salute, questo è importante.

Oggi è giusto chiedere alle Aziende sanitarie, ma anche ai Comuni, di assumersi le loro responsabilità, ricordo soltanto che il sindaco di Montelupo Fiorentino, davanti ad una situazione di sovraffollamento dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario presente sul suo territorio, ha fatto il suo mestiere, ha detto: queste stanze, queste celle non sono agibili. Ne è nato un putiferio: come può il sindaco di Montelupo Fiorentino interfacciarsi con l’amministrazione penitenziaria? lo può fare, perché il sindaco è il rappresentante del bene e della salute di quel territorio.

 

Ricordo che la prevenzione, come per le tossicodipendenze, già dal 2000 è transitata alle Regioni, teoricamente è dal 2000 che le aziende sanitarie dovrebbero avere una mappatura dei rischi degli ambienti penitenziari.

Allora la verità è questa, che il carcere ha una sua comodità se è isolato e se è messo da parte, reso invisibile, ha una sua comodità se se ne parla in alcuni contesti, ma quando bisogna fare una presa in carico delle persone, è lì che nascono le difficoltà, che noi come Forum vogliamo in qualche modo affrontare, dicendo anche agli operatori, alla polizia, agli educatori, che un carcere sano fa bene a tutti.

 

Le Regioni spesso sanno ancora poco di Sanità penitenziaria, chi si occupa oggi di formazione del personale?

È anche per questo che abbiamo fatto un protocollo con l’Istituto nazionale per la lotta alla Povertà, insieme al professor Aldo Morrone, perché crediamo di dover sostenere la riforma anche con la formazione, anche con dei percorsi  che entrano  nel merito delle competenze che le Regioni devono assumersi .

Il DPCM individua alcune aree, la prevenzione, la specificità della salute delle donne, il benessere inteso non come assenza di malattia, ma come equilibrio psicofisico, ecc …. Bene, crediamo che le Regioni di fatto non siano del tutto attrezzate a questo passaggio. Non è un caso che della riforma non si parla quasi più, la riforma nell’agenda dei politici è un argomento spinoso, noi siamo invece un po’ controtendenza, vogliamo parlarne, anche perché, conoscendo la realtà delle carceri, abbiamo la responsabilità civile, quando sentiamo che la vita in carcere si fa disumana, di non essere complici di chi ha provocato questa situazione, facendo leggi che stanno riempiendo le celle oltre ogni limite, ma di lavorare perché chi deve rispondere della salute dei detenuti lo faccia davvero.

È per questo che è importante partire al più presto possibile con i forum regionali, che diano voce ai detenuti, perché sono loro i primi che devono dare dei segnali di un cambiamento, “riprendendosi” in mano la loro vita.

 

Ma come si rapporta il Forum nazionale con i Forum regionali?

Per prima cosa possiamo dire che i forum regionali costituiti sono attualmente 4 : sono i forum del Piemonte, della Toscana, del Lazio e della Campania.

Ogni Forum in ogni Regione ha una storia a sé, per esempio in Piemonte c’è stata una persona, Anna Greco, educatrice all’interno del carcere torinese, che ci ha cercato, ci ha contattato e in qualche modo, utilizzando quella rete che andava da Antigone, al Garante, al Terzo Settore, con lei e con il sostegno operativo della CGIL,  abbiamo organizzato una riunione presso la camera del lavoro regionale da lì siamo partiti con il Forum del Piemonte. E’ stato il primo forum regionale ad organizzarsi.

Noi chiediamo ai Forum regionali di identificarsi in questo statuto, che sottolinea semplicemente alcuni punti-chiave, a partire dal fatto di essere apolitici, apartitici e di fare queste attività da volontari in modo del tutto gratuito, questo discorso per noi è fondamentale.

In Campania sono stati dei volontari cattolici a cercarci. Allora  con la comunità di Sant’Egidio, con i cappellani, con la Garante regionale,  diverse associazioni di volontariato, medici siamo partiti. Dopo la fondazione e l’applicazione dello statuto, il Forum della Campania ha organizzato una giornata di lavoro e di approfondimento regionale sull’applicazione  della riforma in carcere a Secondigliano a luglio 2010, Alla presenza del Provveditore Regionale, dei direttori dei carceri, di diversi consiglieri regionali, della referente dell’osservatorio Regionale, di diversi operatori sanitari, hanno fatto il punto o la fotografia dello stato d’arte del passaggio e delle diverse criticità emerse. 

In Toscana a partire sono state la Fondazione Basaglia con Bruno Benigni e la Fondazione Michelucci con Alessandro Margara, con loro il Terzo Settore, e le associazioni che fanno parte delle  Conferenze Regionali del Volontariato Giustizia.

Nella Regione Lazio, il Forum regionale ha partecipato e sostenuto l’organizzazione di un convegno che si è svolto nella prima rotonda all’interno di Regina Coeli. Alla presenza dei detenuti, attraverso le loro domande , le istituzioni preposte (DAP, Regione, politici, sindacati…) hanno dialogato e risposto  a domande dirette spesso non facili. 

l’occasione del  convegno era di dare voce ai detenuti e alle loro famiglie che in questa riforma sono i grandi assenti.

Stiamo inoltre lavorando per attivare forum in Umbria, Sicilia e naturalmente in Veneto.

Forum regionali che lo ripeto servono anche per porre alcune domande:

1) come si fa a parlare di salute in un contesto di sovraffollamento?

2) oppure per chiarire alcuni aspetti, tanto per cominciare vorremmo che le Aziende sanitarie alcune cose le chiarissero. Guardate per esempio che il DPCM spesso è stato utilizzato per far pagare le medicine ai detenuti. Sono cittadini equiparati agli altri, dicono, perciò devono pagare i farmaci in fascia “C””. Ma il DPCM dice un'altra cosa, il DPCM dice che il medico, se è consapevole dell’opportunità e dell’importanza della prestazione, la segna a carico dell’azienda sanitaria. Allora sta a noi chiedere quello che nel DPCM è scritto, quindi i farmaci in fascia C presenti nel prontuario ospedaliero territoriale, possano essere erogati gratuitamente.

3) avviare screening sulla popolazione detenuta (monitoraggio della TBC, epatiti, HIV, salute mentale …) oppure le cure odontoiatriche. Se non le affrontano e se nessuno glielo ricorda, questa forse è anche una nostra responsabilità.

 

C’è da essere preoccupati sullo stato della riforma o comunque le cose stanno andando nella direzione di un cambiamento anche culturale importante?

Certo se vogliamo fare il punto sullo stato della riforma della sanità, c’è da essere preoccupati, ma in qualche modo non vogliamo essere rassegnati o schiacciati da tutte queste difficoltà che ci sono, che quasi fanno dire a molti operatori e a molti detenuti che si stava meglio prima.

Ma prima non si poteva parlare, sicuramente il sistema era più autoreferenziale.

Prima tante difficoltà potevano essere celate con improvvisi trasferimenti da un carcere all’altro, prima non si conosceva o non si era cercato di dare un sistema di risposta il più possibile omogeneo alla diffusione di tante malattie che in carcere ci sono, e non penso soltanto al disagio mentale che è in aumento, penso a tutta la diffusione di quelle malattie legate alla promiscuità, agli ambienti malsani, al sovraffollamento. Non è un caso che non esista un dato omogeneo, prima del 2008, sulla condizione di salute dei detenuti.

Io ritengo che il passaggio al Sistema Sanitario Nazionale, a una medicina del territorio, sia stato giusto, importante. È una tappa di civiltà, perché in qualche modo ha svelato un sistema che ha sicuramente garantito la salute, ma con dei limiti troppo pesanti.

Il Servizio Sanitario Nazionale in qualche modo è un’occasione,  una chance in più per far sì che tutti capiscano questo concetto, che un carcere sano è meglio per tutti, e non si disinteressino dello stato delle galere, e di chi ci vive dentro.

Anche qui sta a noi chiedere, per la nostra parte, quello che la legge ha già scritto.

E poi ci sono delle battaglie di libertà da fare comunque, anche se siamo in questo momento una minoranza. Io credo che la battaglia per il diritto alla salute di chi è privato della libertà personale, e quindi anche della possibilità di occuparsi direttamente delle proprie condizioni di vita quotidiana, è una battaglia importante da fare, e con i forum regionali possiamo coinvolgere tanti altri operatori che lavorano ed operano nel “sistema carcere” . 

 

 

 

 

 


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