Sabato 06 Giugno 2020
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I detenuti protagonisti del cambiamento che riguarda la loro salute PDF Stampa E-mail
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Questo dovrebbe essere l’effetto del passaggio della sanità penitenziaria al Sistema Sanitario nazionale. Ne abbiamo parlato con Leda Colombini, presidente dell’associazione A Roma insieme, testa e cuore del Forum per la tutela della salute delle persone private della libertà personale

 

I primi passi in carcere Leda Colombini li ha fatti nel 1976, quando era assessore agli Enti locali e ai Servizi sociali della Regione Lazio. Erano da poco state varate la riforma dell’Ordinamento penitenziario e la legge sul decentramento amministrativo, e lei si occupava di traghettare le competenze dalle Regioni agli Enti locali nell’ambito dell’assistenza sanitaria all’infanzia, agli anziani, ai portatori di handicap e a tutta l’area della marginalità, carcere compreso. Il carcere da allora resta al centro dei suoi interessi, nel 1991 costituisce insieme ad altri l’associazione A Roma insieme, e poi continua ad occuparsi con passione e determinazione di bambini in carcere, e di salute, è lei a guidare un ampio movimento d’opinione che ha sostenuto per anni l’importanza della riforma della sanità penitenziaria, lei che, una volta attuata la riforma, ha promosso la costituzione del Forum per la tutela della salute delle persone private della libertà personale, che fin dalla sua nascita “tallona” le istituzioni perché portino a compimento la riforma. Del Forum è stata presidente fino a pochi mesi fa, quando ha deciso di “farsi un po’ da parte”, e al suo posto è stata eletta Livia Turco. In realtà, nessuno permette a Leda di farsi davvero da parte, nonostante lei rivendichi un po’ di pace per i suoi 82 anni. L’abbiamo intervistata perché pensiamo che in realtà sia lei ancora l’anima appassionata del Forum.

 

A proposito della sanità in carcere, sentiamo dire sempre più spesso la solita frase “Era quasi meglio prima”. Ci sono un sacco di cose che non funzionano, non funzionavano prima e adesso, con quasi 70.000 detenuti, ovviamente è ancora peggio, ma cosa risponderesti a queste persone, fra le quali ci sono anche molti detenuti?

Intanto la riforma non è conosciuta, nemmeno tra i detenuti. Il governo poi non ha ancora completato il trasferimento delle competenze in tutto il Paese, ci sono Regioni che sono ancora fuori, come quelle a statuto speciale; non sono ancora stati nominati i rappresentanti del governo nelle commissioni regionali per i trasferimenti delle competenze, quindi ci rendiamo conto come sia complicato e difficile questo percorso. Non dimentichiamoci che la situazione peggiora non per la riforma, che io credo sia stata un passo importante, ma soprattutto perché oggi c’è un sovraffollamento impensabile fino a pochi anni fa, ed è l’intero sistema che non regge. Poi tutta la campagna che c’è stata sulla sicurezza ha messo in discussione molte delle aperture previste dalla riforma, e anche questo spostamento di attenzione, che dovrebbe essere centrale, dalla sicurezza alla salute.

 

Quindi c’è anche una informazione scadente su questi temi?

Io sostengo che la riforma dovrebbe essere un’occasione anche di un maggior coordinamento e di unità di tutto il fronte composto da chi si occupa della tutela dei diritti delle persone private della libertà, quindi del volontariato, delle associazioni, dei sindacati, che dovrebbero lavorare insieme proprio per far conoscere la riforma, perché su una questione come questa l’informazione è decisiva, e  i detenuti tra l’altro dovrebbero essere protagonisti di questo cambiamento che riguarda la loro salute, le loro condizioni di vita.

 

Quali sono le Regioni che stanno lavorando meglio secondo te?

Naturalmente in primis c’è la Toscana, che è una delle Regioni che tra l’altro ha promulgato la legge di recepimento della riforma ancora prima che ci fosse il decreto, naturalmente con i limiti che questo comportava; poi c’è la regione Piemonte, che adesso ha una battuta di arresto, ma secondo me questo è collegato veramente al nuovo quadro politico, perché prima stava lavorando bene anche con il personale. Ma l’applicazione della riforma è andata e va avanti a macchia di leopardo, le cinque Regioni a statuto speciale sono ancora fuori dal trasferimento della sanità al Sistema Sanitario Nazionale, portano avanti l’assistenza sanitaria nello stesso modo in cui la portavano avanti prima, quindi è chiaro che il trattamento dei detenuti non migliora. Poi c’è il fatto che soprattutto le Regioni meridionali fanno molta fatica a farsi carico di questo problema, il Sistema Sanitario è in difficoltà già di per sé per gli utenti “liberi”, intanto perché con una crisi finanziaria come questa i finanziamenti fanno fatica ad arrivare e una riforma come questa non ha i finanziamenti che dovrebbe avere. Il costo della sanità in carcere è sempre stato sottostimato e ha visto negli ultimi anni un progressivo taglio di risorse.

 

La legge parla della Carta dei servizi che dovrebbe riguardare i servizi sanitari per i detenuti, ma ancora molte Asl questa Carta dei servizi non l’hanno approntata. Ci sono dei servizi che non vengono dati ai cittadini liberi, per esempio le protesi dentarie. In questo caso, quando si parla della Carta dei servizi bisognerebbe anche dire che ci sono dei casi in cui la persona detenuta ha bisogno di alcuni servizi che forse per il cittadino libero non sono così vitali, perché se uno è libero può darsi da fare, cercare le risorse. In carcere il problema delle protesi dentali sta diventando drammatico, se il detenuto non ha i soldi. I servizi riservati alle persone detenute dovrebbero tener conto delle condizioni in cui uno si trova, dell’impossibilità di lavorare che esiste in tantissime carceri e della povertà di tanti detenuti.

Credo che bisogna abbattere  un pregiudizio diffuso all’esterno del carcere, e anche comprensibile, per cui in tanti ritengono che queste cose non debbano venir garantite ai cittadini detenuti, quando poi non vengono garantite ai normali cittadini liberi.

Ma i cittadini che sono fuori hanno almeno la possibilità di scegliere, mentre il detenuto no e questo vale per le protesi, per le visite specialistiche, per tutta una serie di cose, allora la Carta dei servizi dovrebbe mettere insieme queste priorità, perché ad un certo punto, specialmente in un periodo di crisi, le priorità sono fondamentali e anche le scelte che si compiono, allora la scelta è che il detenuto deve avere quello per cui non può in alcun modo sostenere lui direttamente la spesa.

 

Un’altra questione che noi riteniamo sia ancora in alto mare è quella della tempestività delle cure, noi lo abbiamo visto nel caso di Graziano Scialpi, non riuscire ad avere una risonanza magnetica con urgenza è stata una tragedia. Si può fare qualcosa affinché non succeda più che il detenuto debba aspettare mesi per una visita che può essere determinante per la sua vita? Parlo di urgenze, non parlo della visita normale per cui anche il cittadino fuori a volte aspetta dei mesi.

Qui si torna ad un nodo difficoltoso che è quello del rapporto tra le priorità del carcere, che sono condizionate dalla sicurezza nell’esecuzione della pena, e il diritto alla salute e il ruolo dell’ASL: questi due poteri non hanno avuto, per tutto il periodo della riforma ma anche e soprattutto quello della sua applicazione, una direzione politica, tu non puoi fare un decreto e poi lasciarlo lì, devi governarlo. Noi avevamo chiesto una sorta di  cabina di regia tra i due poteri della giustizia e della sanità e il coordinamento delle Regioni, proprio per dare applicazione al decreto, dove tra l’altro sono previsti una serie di criteri e di modalità attraverso i quali, nel momento in cui c’è un’urgenza, si è sicuri di certi servizi, come per esempio che ci sia un’ambulanza che porta immediatamente il detenuto in ospedale.

Quindi salute e sicurezza entrano ancora spesso in collisione, in concreto l’ho visto recentemente nella storia di un bambino del nido di Rebibbia che doveva essere ricoverato, abbiamo dovuto addirittura organizzare noi le modalità per assisterlo, perché i responsabili della sanità dicevano una cosa, il carcere ne diceva un’altra, quindi se non si rivedono alcune delle norme che regolano proprio l’organizzazione interna, diventa veramente complicato garantire tempestivamente le cure necessarie, soprattutto in un momento come questo, dove i soldi sono meno e dove non riesci ad utilizzare al meglio le poche risorse, ma neanche le persone, dato che i direttori lamentano una carenza di personale del 30-40 per cento.

 

È chiaro che quello che non ha funzionato e non sta funzionando è il fatto che per realizzare una riforma  che mette insieme due realtà come quella della Sanità e della Giustizia serviva appunto una cosa come quella che hai chiamato una cabina di regia.

Sì, questa riforma doveva essere accompagnata fino alla fine del suo percorso, alla sua messa a regime. Perché con il passaggio della sanità al Sistema Sanitario Nazionale l’Amministrazione penitenziaria ha praticamente mollato tutto, ma dall’altro lato la sanità doveva offrire tutti i suoi servizi al carcere, e anche questo per ora non succede.

 

Purtroppo ci sembra che siamo ancora lontani da uno standard accettabile, qui in Veneto in tante carceri per esempio non c’è un responsabile dell’Ussl, non si sa a chi fare riferimento per chiedere il rispetto della riforma, e poi la prevenzione non si fa, quanti sono i dipartimenti di igiene pubblica che entrano nelle carceri? E quanti vi hanno introdotto la medicina preventiva?

Sì certo se questa scelta di stabilire dei responsabili fosse stata fatta razionalmente subito tramite le Regioni nei singoli istituti, sicuramente sarebbe stata molto utile. Qualche giorno fa, quando siamo stati ad un incontro con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, si è proprio discusso di questo. Abbiamo chiesto che ci sia questa cabina di regia, questo coordinamento, e che si riprenda a parlare della riforma. Ionta ha riconosciuto  che ci sono dei problemi che vanno affrontati e risolti e che c’è bisogno di un completamento della riforma, in modo che ci sia in tutto il Paese una uniformità nella sua applicazione. Come Forum abbiamo richiesto che ci sia una verifica delle risorse, e una trattativa per poter avere anche un aumento di queste risorse, che sono rimaste le stesse di quando c’erano meno di cinquantamila detenuti, oggi ce ne sono ventimila in più ed è un disastro.

La crisi obbliga a fare delle scelte, e secondo me la salute deve essere considerata come prioritaria.

A Ionta abbiamo posto anche la questione di una formazione congiunta degli operatori, sia del carcere sia dell’Ussl.

 

C’è il rischio di trovarsi in questa situazione assurda, che non cambia niente perché i sanitari sono sempre gli stessi di prima, e non c’è nessuna “linfa vitale” che arrivi dall’esterno, quindi non si fanno passi avanti. Forse se fossero tutti obbligati ad una formazione sarebbe meglio, no?

È quello che stiamo tentando di fare, e pare che siamo a buon punto nell’elaborazione di un progetto che verrebbe sempre portato avanti come Forum, ma con tutte la associazioni che vi aderiscono, mantenendo questo fronte ampio, perché secondo me una delle questioni grosse che in questa fase di stallo è sempre più urgente è che le associazioni trovino quella forza che abbiamo avuto per ottenere questa riforma, per realizzarla, quindi metterci d’accordo tutti sulle modalità con cui bisogna portarla avanti, sulle misure per far fronte al sovraffollamento, sulle battaglie per avere più fondi e più personale.

Non sempre questa unità che prima c’era c’è anche adesso, io sono convinta che un  passo avanti in questa direzione ci può aiutare, il progetto di formazione congiunta ci può aiutare, e l’altra cosa in cui io credo è che bisogna essere protagonisti di questa riforma anche attraverso il sistema delle autonomie locali, con al centro le Regioni, che adesso si sta cercando di sostenere come Forum, ma anche con i sindacati e le varie associazioni per avere una iniziativa nazionale forte, che affronti le questioni della salute in carcere con un progetto comune di conoscenza e di valutazione di tutta la situazione.

 

 

 

 

 

 


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