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Uno sportello che “ce la mette tutta” per rendere il carcere più umano PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 14 marzo 2011

I cittadini che hanno rapporti con la Pubblica Amministrazione sperimentano quotidianamente le difficoltà nell’ottenere una puntuale e completa soddisfazione dei loro bisogni. Se questo è vero per i cittadini “liberi”, figuratevi come si moltiplicano le difficoltà per i cittadini detenuti. In questo contesto lo Sportello di Orientamento giuridico e Segretariato sociale nella Casa di Reclusione di Padova tenta di semplificare la vita ai detenuti, almeno nel rapporto con le strutture interne ed esterne al carcere.
Quando entri in carcere tutto diventa più difficile e per arrivare a piccoli risultati devi spendere grandi energie. Noi che entriamo da liberi ce la mettiamo tutta per rendere ogni giorno il sistema più umano, ma l’efficienza è un difficile obiettivo, anche se a Padova incontriamo sostanziale collaborazione con il personale penitenziario, perché dopo anni c’è sempre più gente disposta ad ammettere che lavoriamo in silenzio, nell’interesse di tutti, e per questo ci rispettano.
Siamo un manipolo di volontari che si impegna ad ascoltare e tenta di dare soluzioni concrete ai piccoli e ai grandi problemi che le persone detenute sottopongono alla nostra attenzione.
Ci chiedono di tutto, ma le nostre regole di “ingaggio” sono chiare: quello che ci prendiamo in carico cerchiamo di portarlo a compimento, per il resto diciamo tanti no, purtroppo. Ma la verità è che non vogliamo illudere nessuno.
Siamo un gruppo di persone con professionalità variegate, supportato efficacemente da alcuni detenuti che con la loro esperienza ci fanno capire meglio la vita del carcere.
Ovviamente la nostra attività prosegue e si fa più difficile fuori dal carcere, dove di vera lotta si tratta per portare ai detenuti i risultati da loro sperati. Quando non abbiamo da offrire soluzioni concrete siamo noi i più dispiaciuti e spesso sono i detenuti a risollevare il nostro morale: “Non importa, grazie lo stesso per il vostro impegno”!
Però risolviamo anche tanti casi e attraverso la nostra mediazione la maggior parte dei detenuti che accedono allo Sportello viene sostanzialmente soddisfatta. Anche la nostra esperienza è aumentata nel ricercare metodi efficaci per ottenere risultati positivi per coloro che si rivolgono a noi. E in ogni caso fungiamo da qualificato punto di ascolto.
Una cosa ci piace sottolineare, proprio perché non è scontata né facile da perseguire: lo Sportello giuridico è un posto in carcere dove si entra e non si viene giudicati. Questo mi sembra il valore aggiunto della nostra attività, e forse è la chiave di volta del nostro modo di conquistare la fiducia di chi chiede il nostro aiuto.

Salvatore La Barbera, volontario dello Sportello

Chi ha commesso un reato non perde il diritto ad una vita degna

Io penso che formare cittadini responsabili debba essere una delle priorità del carcere oggi, e attività come quelle dello sportello in cui si ragiona concretamente sui diritti e sui doveri dei cittadini, anche quando sono detenuti, siano fondamentali.
Certo però non è facile far capire alle persone “fuori” che in carcere si perde la libertà, ma non gli altri diritti. È diffusa l’idea che quando una persona ha commesso un reato, soprattutto di sangue, questa perda qualsiasi diritto ad una vita degna. L’unico diritto concesso è quello ad essere vivi.
In questo clima è difficile anche affrontare il tema della tutela dei diritti del lavoratore detenuto. In tanti si chiedono: ma come, vogliono pure l’indennità di disoccupazione? E io, che sono stra-precaria e non posso chiedere la disoccupazione per via del tipo di contratti di lavoro che ho, dico comunque che è giusto che l’Inps paghi la disoccupazione ai lavoratori detenuti, credo anzi che il rispetto dei diritti delle persone detenute rientri in quell’educazione alla legalità così assente nel nostro Paese. Sono proprio le persone che hanno violato la legge a dover sperimentare il sistema di leggi che ci governa, nel rispetto dei diritti e dei doveri di ognuno.
Io, persona “libera”, né troppo buona, né troppo cattiva, mi chiedo che tipo di persona vorrei veder uscire dal carcere e credo che vorrei avere vicino un cittadino che ha capito la sua responsabilità, che conosce i suoi diritti e i suoi doveri e li esercita, che sente di far parte di una comunità. E questo lo desidererei non solo perché credo che le persone debbano avere una seconda possibilità, ma perché mi sentirei più sicura di sapere che la persona che magari abita vicino a me ha compreso il senso di una vita onesta ed è in grado di immaginare un benessere che non significhi solo soldi e lusso.
Per questo credo che preparare una persona a un lavoro per il dopo carcere, sostenendola attraverso percorsi di tutoraggio e accompagnamento, sia fondamentale per aumentare i livelli di sicurezza della società tutta.
Davvero chiediamoci come vorremmo che le persone uscissero dal carcere. Siamo così sicuri che un detenuto abituato alla passiva accettazione di regole che a volte nemmeno capisce, e alla dimostrazione di un rispetto dell’istituzione che spesso è solo apparente, sia funzionale alla sicurezza della società fuori? Che un sistema che umilia, infantilizza e scoraggia qualsiasi spinta critica possa preparare dei buoni cittadini? Io sono sicura di no.
Aiutare le persone detenute a rinsaldare per esempio i rapporti con la propria famiglia, come cerca di fare il nostro sportello, risponde a una logica di reinserimento, verso cui anche la collettività, spesso ossessionata dalla “sicurezza”, dovrebbe mostrare maggior interesse. Umiliare il corpo e lo spirito, svuotare la persona della dignità che le spetta, significa invece aggravare la pena in modo controproducente per tutti, detenuti, familiari e anche la collettività che comunque, presto o tardi, si troverà ad accogliere un individuo isolato e mutilato da un punto di vista affettivo e sociale.

Francesca Rapanà, operatrice dello Sportello

Da detenuto, faccio volontariato per aiutare chi sta peggio di me

Il carcere del sovraffollamento è anche il carcere della disperazione, e a viverci dentro ho cominciato a capire che cosa significa per chi è privo di risorse trovarsi da solo a lottare contro un mondo che non ammette l’ignoranza e non riconosce il diritto alla povertà.
In carcere almeno la metà dei carcerati assume psicofarmaci per lenire l’ansia della galera e alleviare le sofferenze della carcerazione. In queste condizioni difficilmente le persone riescono a difendere i loro diritti, specialmente quando non hanno la possibilità di pagarsi gli avvocati. Teniamo presente che nelle carceri il 30% dei detenuti è tossicodipendente, gli immigrati sono oltre il 40%. La maggior parte non ha parenti in Italia che possano assisterli. Perciò sono un po’ abbandonati a se stessi e lo Stato non provvede neppure a garantirgli la telefonata settimanale alle famiglie residenti nei Paesi di origine.
In questa situazione i detenuti che hanno studiato e conoscono un po’ le leggi diventano gli avvocati dei compagni più sfortunati. Io presto opera di volontariato presso lo sportello di orientamento giuridico. Qui ogni settimana raccogliamo decine di richieste di aiuto. Quando torno in cella dedico buona parte del mio tempo a scrivere istanze di ogni tipo per cercare di risolvere i problemi dei miei compagni di pena.
Molto spesso la disperazione spinge le persone a chiedere aiuto per situazioni che in realtà sono irrimediabili, ma anche sapendo che ci sono cause perse in partenza, diventa fondamentale affrontarle ugualmente. Io ricordo molti casi come questi in cui alcuni compagni di pena si rivolgevano a noi per avere una parola di sostegno o per vedere nascere la speranza e poter continuare a vivere.
Troppo carcere e troppi in carcere significa una società che non riesce a individuare altre risposte da dare per la sicurezza. Le carceri sono piene per questo motivo e oggi i governanti non sanno più come risolvere il problema, con il risultato che il problema viene ignorato e si creano sacche di sofferenza ai limiti della tortura.

Bruno Turci

Che cos’è lo Sportello?

Lo Sportello di Orientamento giuridico e Segretariato sociale, gestito da volontari dell’associazione Granello di Senape, è attivo nella Casa di Reclusione di Padova dal novembre 2007. Le questioni giuridiche vengono affrontate grazie alla collaborazione di un gruppo di avvocati del Foro di Padova che prestano gratuitamente la propria consulenza.
 

 

 

 

 


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