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La droga oggi riempie le carceri di ragazzi sempre più giovani PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 28 marzo 2011

È iniziato in questi giorni il processo in cui sono imputati tre agenti, sei medici e tre infermieri per la morte di Stefano Cucchi, il ragazzo arrestato a Roma la notte del 15 ottobre del 2009 per detenzione di stupefacenti e morto il 22 ottobre successivo nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini, dove non gli sarebbero state prestate le cure necessarie, nonostante il suo stato di totale debilitazione, dovuto forse a maltrattamenti subiti. Per capire il calvario di Stefano, ma anche di tanti tossicodipendenti che stanno in carcere, e invece avrebbero bisogno di stare in luoghi di cura, riportiamo una testimonianza della sorella di Stefano, Ilaria, e poi di un detenuto e di una detenuta, che in galera ci sono finiti per problemi legati alla droga.


Vogliamo restituire dignità alla morte di mio fratello

Si parla spesso di quanto la vita può cambiare quando in una famiglia qualcuno viene arrestato, la nostra vita è cambiata drasticamente, la vita mia e dei miei genitori in particolare, e allora alla difficoltà del lutto in questo caso si aggiunge la difficoltà a comprendere il non senso di quello che è accaduto a mio fratello Stefano. Al di la della giustizia che ci auguriamo possa arrivare, il nostro problema in questo momento è arrivare alla verità, perché ad oggi è tutto ancora molto confuso. Quindi per elaborare il dolore e riuscire in qualche modo ad andare avanti è indispensabile avere delle risposte.
Sicuramente quello che ritengo abbia vissuto Stefano nei suoi ultimi sei giorni di vita è un grande senso di abbandono, di solitudine, e il non rispetto più totale di quelli che sono i diritti fondamentali dell’essere umano.
In quelle condizioni Stefano ha concluso la sua vita e con quelle stesse modalità all’inizio hanno cercato di trattare noi famigliari, dicendoci solo “Stefano si è spento”, ma le cose non stanno cosi e noi abbiamo deciso di andare avanti, perché volevamo restituire dignità alla sua morte. Nel fare questo però ci rendiamo perfettamente conto che se c’è qualcuno che in questa situazione ha sbagliato, quel qualcuno è una persona, sono dei singoli, e non è sicuramente l’intera istituzione.
Io ritengo che sia fondamentale che le istituzioni intervengano, proprio per una questione di rispetto nei confronti di tutti coloro che invece svolgono un lavoro cosi complicato, come la Polizia penitenziaria, come gli stessi medici, in maniera dignitosa, rispettando la vita umana, che è un concetto fondamentale che non deve mai venir meno. Intervengano magari individuando le responsabilità e non coprendole, perché coprire vuol dire che in qualche modo domani qualcun altro si sentirà legittimato ad agire nella stessa maniera. E allora se questa battaglia sicuramente non potrà restituirci Stefano, mi auguro potrà evitare che capiti in futuro, potrà forse essere modo per una presa di coscienza da parte di tutti.
Per noi è importante anche semplicemente un gesto per dire “Non siamo tutti cosi”, dopo di che voglio aggiungere che quello che è accaduto a noi, a Stefano, può veramente succedere a chiunque, perché mai nella vita avrei potuto immaginare che potesse capitare a noi, si tende un pò tutti forse, anche per una sorta di autodifesa, a dire “Tanto se era in carcere, qualcosa aveva fatto, in qualche modo se l’era meritato”.
Indubbiamente mio fratello aveva sbagliato, chiunque di noi può sbagliare, mio fratello però doveva pagare in maniera diversa, e io mi auguro e ho piena fiducia che, a questo punto, qualcuno se ne sia reso conto, e che alla fine ci arriverà una qualche giustizia.

Ilaria Cucchi



La droga allora mi sembrava l’unico rifugio

Sono stata molto sola nella mia infanzia e adolescenza, ma forse queste sono solo scuse, l’ho capito col tempo. Erano gli anni 80 e 90, dove la gente lavorava tenacemente per dare un avvenire ai figli, invece io ho preso una strada sbagliata ma ero troppo piccola per capire realmente che la droga è una momentanea calma, che poi si scatena per farti entrare in una voragine dove non vedi oltre. Nel periodo in cui dovresti andare a scuola, avere i primi batticuori, a me aveva già tolto tutto. Vivevo per lei. Quante volte sono scappata di casa per aggregarmi ad altri sbandati come me! Ma non capivo, cercavo l’affetto in quella droga che allora mi sembrava l’unico rifugio. Ho rimosso tanti dolori che mi sono capitati, troppi. Ho iniziato molto presto a giocare con la mia vita, perché è realmente un vero suicidio mentale, spirituale, fisico, ma sono sopravvissuta, e di questo devo ringraziare la mia piccola grande figlia. Ho smesso quando sono rimasta incinta, immediatamente. Farsi male da soli è un conto, ma non puoi fare male a chi ti vive nel grembo. E così ho fatto un lungo periodo di vita tranquilla crescendo quella figlia tanto voluta e amata. Finché un cancro al colon ci portò via suo padre in 6 mesi. Dove rifugiarsi da un dolore così grande, da un lutto mai elaborato? L’inquietudine mi fece ricadere in quel vortice, anche se ormai ero grande e sapevo a cosa andavo incontro. Eppure per anni nessuno si è accorto di niente, avevo un buon lavoro, poi è crollato tutto perché ho commesso un reato legato alla mia dipendenza.
Quanto soffro quando vedo entrare qui dentro delle ragazzine che vorrei consigliare, parlando loro della mia esperienza, ma come non ascoltavo io allora non ascoltano neanche loro. E spesso forse mi rispecchio in loro e vorrei tornare indietro col tempo.
Quando prendi coscienza che hai fatto tanti errori nella tua vita, inizia il lungo cammino per risalire. Non voglio dire che il carcere mi ha rieducata, ma certamente non ci voglio tornare. La rieducazione viene dal dentro, da una figlia che piange ai colloqui, da una madre anziana che mi ha detto un giorno: “Se potessi la farei io al tuo posto la carcerazione, ma non posso”. Era la prima volta che ho sentito l’affetto che mia madre e la mia famiglia provano per me. Ho capito una cosa di tutta questa vita incasinata, per lenire i rimorsi, le sofferenze e gli errori dovrò sicuramente ripartire dal centro di me: quale figlia, quale madre, quale donna adesso realmente sono e voglio essere.

Laura


Nel corso degli anni “farmi” era per me l’unica ragione di vita

Mi chiamo Nicolò, ho cominciato a fare uso di sostanze stupefacenti a 12 anni, non immaginando assolutamente le conseguenze che ne sarebbero potute derivare. Adesso, a 50 anni, posso fare un’analisi della mia vita e raccontare a chi ancora ha poca esperienza a che cosa si può andare incontro facendo uso di certe sostanze, che all’inizio vengono prese alla leggera, soprattutto perché il loro effetto è “molto piacevole”. La sensazione di piacevolezza è proprio la ragione per cui si entra in un vortice dal quale non si esce.
Io, contrariamente alla convinzione comune per cui si pensa che uno passi per gradi dalle droghe leggere a quelle più pesanti, ho iniziato con le pesanti, più che altro per la curiosità di provare. Le prime volte è stata un’esperienza di gruppo, poiché, essendo ben consapevoli di fare una cosa sia proibita che pericolosa, si vuole dimostrare al gruppo che si ha il coraggio di rischiare. Poi si diventa sempre più disinvolti e audaci e si aumenta la quantità delle dosi, e di conseguenza aumenta il piacere. In quell’esplodere di nuove sensazioni sempre più eccitanti, non ci si rende conto che il fisico si sta assuefacendo. Ci si accorge di questo solo quando si rimane per un pò di giorni senza. Allora iniziano i malesseri, dolori alle ossa, vomito, però uno pensa che si tratti di una forma di influenza o di qualcosa che si è mangiato.
Nel caso mio, dopo circa una settimana che stavo male, incontrai dei ragazzi del mio vicinato e, parlando del mio stato di salute, loro mi dissero semplicemente che ero così perché ero “in bianca”. Solo allora ho capito che ero diventato dipendente della sostanza, ma tanta era la sofferenza che l’unica maniera per riprendere a stare bene era quella di “rifarmi”. E così ricominciai a fare uso delle sostanze anche più di prima.
Nel corso degli anni “farmi” era la sola ragione di vita, come aprivo gli occhi la mattina pensavo a bucarmi, e l’unica maniera per procurarmi le dosi era rubare. La prima volta che sono finito dietro le sbarre avevo 14 anni compiuti da tre giorni. In totale sono stato arrestato e scarcerato una decina di volte, sempre per reati legati alla droga, collezionando oltre 23 anni di carcere. Adesso che ho 50 anni, la metà dei quali passati in carcere, mi rendo conto di aver sprecato la mia esistenza senza aver concluso niente o quasi di positivo. Penso che se solo avessi avuto la forza di smettere all’inizio avrei potuto fare tante cose, avrei potuto avere una famiglia mia e forse sarei stato un signore, perché a dire la verità le buone occasioni non mi sono mancate.

Nicolò

 

 

 

 

 


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