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L'istruzione in cella è un investimento sulla sicurezza PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 18 maggio 2010

Quando si racconta che la Casa di reclusione di Padova è un carcere che ha un punto di forza nella cultura e nell’istruzione, perché dà la possibilità ai detenuti di completare il ciclo di studi, dalla licenza media, alla scuola superiore fino all’Università, qualcuno storce il naso e pensa che questo sia un lusso che non va concesso a chi ha commesso reati, e non merita nulla. Invece bisognerebbe convincersi che lo studio è un investimento sulla sicurezza, e per recuperare una persona non c’è niente di più efficace della cultura, che aiuta a darsi gli strumenti utili per cambiare.

Dare la possibilità di poter studiare

Il carcere Due Palazzi di Padova è sicuramente uno dei migliori per quanto riguarda l’istruzione scolastica. Quello che io conosco meglio è la scuola superiore, cioè l’Istituto Tecnico Commerciale Gramsci, che dal 1998 ha una sezione all’interno del carcere. Ci sono diversi professori che vengono ad insegnare e sono seri e preparati. La scuola è anche attrezzata con i computer.  I primi a trarre beneficio dalla scuola sono sicuramente i detenuti più giovani. Nei loro riguardi l’istruzione assume la funzione di strumento imprescindibile di integrazione sociale. Poi, il 40% della popolazione detenuta è composta da stranieri, buona parte dei quali non comprendono la lingua italiana e non riescono a comunicare né con gli operatori né con i compagni di detenzione, e si può capire allora quale ruolo può svolgere l’istruzione di base. A questo scopo sono stati creati all’interno della scuola dei corsi di lingua italiana per stranieri.  Invece per me frequentare la scuola è stato un po’ come affacciarmi su una finestra aperta verso il mondo esterno, in quanto gli insegnanti sono disponibili a dialogare su qualsiasi argomento, anche di attualità, e a portarci così ad approfondire temi su cui difficilmente si può ragionare qui dentro. La scuola aiuta davvero a riorganizzare ed accrescere le nostre conoscenze generali.  Nelle carceri italiane il diritto all’istruzione viene garantito a tutti, teoricamente, ma nella realtà ci sono però parecchie difficoltà. Ad esempio, non solo non esistono spazi all’interno delle celle che consentano lo studio e la concentrazione, ma mancano pure i locali idonei e le attrezzature. Sarebbe importante allora che si creassero condizioni tali da rendere effettivamente possibile agli studenti l’applicazione allo studio, difficile quando, in celle pensate per una persona sola, sono stipati tre detenuti costretti a leggere, a scrivere e a mangiare in branda.

Antonio F.

Sono più attrezzato per affrontare la vita

Spiegare i motivi che mi hanno spinto a studiare in carcere non è facile, poiché dovrei raccontare i primi anni di detenzione, il rifiuto di accettare una realtà così estranea rispetto alla mia vita precedente, e le difficoltà di relazionarmi in carcere con persone così diverse dalle mie normali amicizie di prima della galera. Ho ripreso gli studi per uscire da quel vortice di autodistruzione che sono stati i miei primi anni di carcere, una specie di curva a U in cui ho tirato il freno a mano per tornare indietro alla ricerca di una esistenza, che prima avevo disprezzato perché considerata insoddisfacente. Studiare tra i banchi della galera mi ha fatto ripensare a quelle piccole cose che avevo avuto prima di venire via dall’Albania, e non avevo saputo apprezzare, nonché riconsiderare tutte le convinzioni che mi ero fatto del mondo.  Mi sono iscritto alla facoltà di Scienze politiche e ho terminato tutto il percorso. Studiare scienze politiche mi ha portato ad approfondire quei trattati di tutela dei diritti fondamentali che molti stati si sono impegnati a rispettare, e ad arrivare così a una consapevolezza importante, per uno che sa di essere considerato l’ultimo degli ultimi - perché straniero e perché in carcere - che ti dà la forza per non arrenderti al clima di disprezzo che ti circonda: appartenere all’ultimo gradino della società porta una persona ad avere prevalentemente due tipi di atteggiamenti contrapposti, cadere nell’autocommiserazione o ancora peggio, nella convinzione rinunciataria che non esista un’alternativa a quella vita, oppure mantenere vivo il desiderio di riscattarsi dai pregiudizi e sopravvivere con dignità alla intolleranza. Ecco, io credo di appartenere a questa seconda categoria, e ogni giorno mi siedo sui libri come atto di rifiuto della condizione in cui mi trovo. Certo non è facile studiare in galera, con le difficoltà della convivenza in un ambiente sovraffollato: il caos, i rumori, lo stress, i conflitti e la solitudine. Nei primi anni, in cui ero detenuto in un reparto «normale», studiavo nel bagnetto della cella, l’unico luogo al riparo dai rumori. Poi è stata aperta una sezione a parte per gli studenti universitari, e da allora il silenzio non è stato più un problema. Se la speranza per me era di uscire dal carcere migliore di prima, per lo meno il fatto che io abbia studiato aumenta le probabilità che ciò avvenga. Sicuramente, con tutti gli anni passati sui libri e le conoscenze acquisite, mi sento più attrezzato per affrontare la vita fuori.

Elton K.

Un grande aiuto dai volontari

In carcere ci sono arrivato che ero quasi un analfabeta di ritorno, ma proprio in carcere sono riuscito a portare a termine gli studi superiori e mi sono iscritto al corso di laurea in Diritto dell’economia no profit. Ho deciso di intraprendere questo percorso di studi principalmente per due motivi. Il primo di tipo etico: visto che per tutta la vita ho perseguito il lucro, ho voluto scoprire cosa si cela dietro un’economia che non ha come unico scopo l’arricchimento fine a se stesso, l’accumulo. Costruire qualcosa da cui si può trarre il massimo vantaggio per tutti gli attori coinvolti, regala soddisfazioni che vanno aldilà del mero guadagno personale. Il secondo motivo è di tipo pratico. Ho ritenuto opportuno iscrivermi a un corso di studi, che una volta concluso possa essere effettivamente speso per un percorso di reinserimento nella società. Non bisogna dimenticarsi che persone come noi detenuti avranno sempre problemi a trovare un lavoro all’esterno, e il mondo delle cooperative dà forse qualche possibilità in più.  Durante il mio percorso universitario ho trovato un aiuto formidabile nei volontari che ci seguono e ci forniscono tutto quello di cui necessitiamo: dai testi necessari alla preparazione degli esami a un aiuto per il pagamento delle tasse universitarie. Da parte sua, l’Amministrazione ha predisposto per noi un luogo idoneo alla preparazione degli esami, il cosiddetto polo universitario, dove possiamo studiare, consultare una biblioteca messaci a disposizione dai volontari e sostenere gli esami. Prima di venire al polo universitario studiare non era semplice, poiché condividevo una cella, in cui lo spazio è esiguo, con persone che avevano interessi diversi dai miei. Adesso tutto è diventato più semplice, perché sono con persone che hanno il mio stesso obiettivo: impegnarsi al massimo per l’ottenimento di una laurea che possa dare una svolta alla propria esistenza. Laurearmi rappresenta il sogno di una vita, che presto potrebbe divenire realtà. Un sogno che forse, anzi sicuramente, non sarei mai riuscito a realizzare fuori dal carcere.

Pietro P.
 

 

 

 

 


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