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In “gita scolastica”... questa volta al carcere Due Palazzi PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 12 aprile 2011

Chi passa in questi giorni nei paraggi della Casa di reclusione Due Palazzi, vede ogni giorno schiere di ragazzi che scendono dagli autobus, che si intruppano all’ingresso, che vengono accolti da agenti gentili e disponibili: sono gli studenti delle scuole, di Padova ma anche di altre città venete, che su iniziativa del Comune di Padova e di Ristretti Orizzonti entrano in carcere a confrontarsi con i detenuti. Studenti che ti fanno pensare che i giovani sono molto migliori di quello che tante volte ci mostrano certe trasmissioni televisive.
 Ma anche i detenuti, in questi incontri, sono “diversi” dai soliti stereotipi: non pongono al centro il disagio della loro condizione in tempi di sovraffollamento, ma accettano piuttosto la fatica di mettere a disposizione la loro esperienza negativa, perché almeno possa servire a qualcuno. Lo scambio di riflessioni tra un detenuto, Altin, e una studentessa, Federica, è un po’ il segno di questo incontro e confronto, che forse torna utile a tutti: agli studenti che possono vedere da vicino le conseguenze di certi comportamenti a rischio, ai detenuti che possono, nel raccontarsi, ritrovare la loro umanità.


Anche un omicida può sperare e meritare di uscire di cella


Dedico tempo ed energie da anni al progetto “Carcere e Scuola”, anche oggi ho partecipato a un incontro con alcune classi e, tra le domande che i ragazzi ci hanno rivolto, una mi ha colpito in modo particolare: “Come si fa ad affrontare una lunga carcerazione con il pensiero che hai perso tutto?”.
È una domanda che pure io mi facevo subito dopo il mio arresto. Avevo 20 anni e mi hanno condannato a più degli anni che avevo vissuto fino a quel momento. Mi sono trovato definitivo dopo i tre gradi di giudizio con una condanna di ventisei anni. Certo sapevo di essere dentro per un reato gravissimo, omicidio in una rissa, ed ero consapevole di ciò che avevo commesso, ma con l’ingenuità di allora pensavo che l’avvocato mi avrebbe fatto uscire. Ricordo che quando mi chiamarono in ufficio matricola per comunicarmi la condanna definitiva e mi chiesero di firmare la comunicazione, mi rifiutai, anche se ovviamente questo non cambiava niente, non potevo comunque sottrarmi alla pena. Se provo a guardare indietro ai diciassette anni passati qui dentro, mi viene male. Non è facile ricordare tutti i Natali e i compleanni trascorsi lontano da casa, la morte di mio padre, i matrimoni di mio fratello e di mia sorella, e tutti i desideri repressi nella solitudine della cella.
 Adesso che rifletto con me stesso dico che dietro tanti reati ci sono scelte che ti trasportano senza che tu ti renda conto di quello a cui puoi andare incontro. Nel mio caso il carattere e l’orgoglio sono stati alla fine autodistruttivi, e poi conta anche l’ambiente dove cresci, la mentalità inculcata magari da modelli sbagliati, che mi aveva fatto credere che per apparire un duro bisognava tenere un coltello, a tal punto che farlo era diventata una normalità. Dovevo essere forte, mai arretrare di un millimetro, se no temevo di essere considerato un debole. Fin quanto un giorno in una rissa il coltello l’ho usato e ho commesso un omicidio. Ora mi ritrovo con questa condanna, lontano dal mio Paese e lontano dai famigliari. E ho distrutto così la vita altrui e la mia. In diversi incontri con gli studenti ho sentito che, per il reato di omicidio, la pena non sembra mai abbastanza. Da persona che ha ucciso vorrei però capire quant’è la pena giusta. In realtà non saprei come convincere le persone che anche per me è giusto uscire un giorno, e avere un’altra possibilità. Io però posso dire che in ogni reato di omicidio c’è una persona e c’è una storia. Caino non è del tutto diverso da Abele, spesso è animato dalla stessa sensibilità e appartiene alla stessa specie umana, nonostante un momento, o un periodo di devastante offuscamento di quella sensibilità lo abbia portato, un giorno, a calpestare quei valori nel modo più atroce. Giusto che paghi, ma giusto anche riconoscergli comunque di essere un uomo. Io non mi sarei mai trovato dalla parte di Caino se il lato razionale del mio carattere non fosse stato oscurato da quel progressivo, ubriacante distacco dalla vita regolare e dalle sue convenzioni. Un uomo che uccide non è più lo stesso agli occhi degli altri, ma non può esserlo più anche nel chiuso della propria coscienza. Io vivo con la consapevolezza di quel che ho fatto che mi pesa ogni giorno addosso, e so che non me ne libererò neppure nel momento in cui tornerò libero. Quando si è dolorosamente consapevoli delle gravità del proprio reato, uscire dalle mura del carcere spaventa, per certi versi ti senti più libero in carcere che fuori, in quanto qui nessuno ti giudica diversamente da quello che sei. Là fuori devi muoverti in punta di piedi per non urtare la sensibilità della gente, e ogni volta in silenzio, e le uniche persone che ti sono vicine sono coloro che ti conoscono e comprendono come uomo e che credono in un tuo cambiamento. Ma il passato spesso ti sta addosso e ti impedisce di vivere il presente.


Altin Demiri


Confrontarsi è il migliore dei modi per fare prevenzione


Ciao Altin, ci siamo conosciuti il giorno in cui sono venuta con la mia classe a visitare il carcere. Non so da dove cominciare, sono tante le cose che vorrei dirti. Ricordo le tue parole, e quelle degli altri detenuti, come se le avessi appena ascoltate, mi hanno colpito molto e soprattutto mi hanno dato l’occasione di riflettere profondamente. Questa è la prima motivazione per cui sento il desiderio di ringraziarti. Ho ascoltato la tua testimonianza con attenzione, ma forse la cosa più significativa per me è stata il poter osservare la tua comunicazione non verbale. Le tue parole erano importanti, così anche le tue mani, che tremavano come la tua voce. Vedevo come alle volte fissavi un punto, pensando (o meglio cercando) le parole migliori per poter raccontare la tua storia. Mi è piaciuta la semplicità con cui hai avuto il coraggio di esporti ai nostri giudizi. Credo che difficilmente dimenticherò le parole di uno di voi: “Preferiamo avere dei giudizi, anche duri, non dei pregiudizi”. Penso che questo valga per tutti, ma soprattutto per voi. Credo di aver fatto una cosa molto importante quel giorno: ho lasciato i pregiudizi che avevo nei vostri confronti all’interno delle vostre mura, portando fuori la convinzione di dover conoscere le persone e i fatti prima di esprimere i miei giudizi. Ho visto nei tuoi occhi la speranza e allo stesso tempo la paura, per un futuro davvero incerto. Io quest’anno sto frequentando la quinta superiore, quindi a giugno il mio percorso scolastico terminerà. Si aprirà un’altra fase della mia vita e inizio a sentire la speranza di un futuro pieno di soddisfazioni, ma allo stesso tempo provo molta paura che i miei desideri non si realizzino e io possa fare scelte sbagliate. Ho questo timore per quello che sarà il mio futuro, anche se non è nemmeno paragonabile al tuo.
 Sono convinta che queste iniziative di collaborazione con le scuole vi diano la possibilità di confrontarvi con persone sempre diverse, ma allo stesso tempo anche l’opportunità di far uscire dal carcere un’informazione che purtroppo i giornali e i mass-media non riescono a trasmettere in maniera completamente veritiera, favorendo così lo sviluppo di inutili stereotipi. Saremmo potuti stare delle intere giornate sui libri a studiare cos’è un carcere e tutte le sue leggi, ma credo che non sarebbe state altrettanto efficace quanto voi. Sono convinta che la prevenzione migliore che si possa realizzare su noi giovani sia proprio questa, sicuramente più efficace di mille divieti. Penso che questi incontri siano utilissimi per voi ma soprattutto per noi, che prendiamo consapevolezza che le proprie scelte non riguardano solo noi stessi ma anche gli altri. Ciò che ho più apprezzato di te sono la sincerità e il coraggio nel cercare di non presentarti per quello che non sei.
 Penso che tu sia riuscito a trovare la forza di cambiare e di maturare in un ambiente non sempre favorevole a questo. Tengo a sottolineare che tutto ciò che ti ho scritto non vuole affatto essere un giudizio, ma una serie di pensieri che volevo condividere con voi. Ti ringrazio per quello che sei stato in grado, insieme agli altri detenuti, di trasmettermi con grande semplicità e umiltà. L’augurio più sincero che mi sento ora di farti è quello di non smettere di trovare la forza e il coraggio di affrontare le situazioni che incontrerai nel tuo percorso, superando tutti gli ostacoli e cercando la serenità che dovrebbe appartenere a tutti noi uomini.


Federica

 

 

 

 

 


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