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Detenuti, vittime e familiari: prove di dialogo PDF Stampa E-mail
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Redattore Sociale, 21 maggio 2010

 

Al Due Palazzi di Padova la giornata di studi di Ristretti Orizzonti. Interviene Agnese, figlia di Aldo Moro: "Bisogna riconoscere l'umanità dell'altro". Silvia Giralucci: "Vedevo un detenuto giocare con i suoi figli e ho capito che eravamo uguali".
Parlando di un reato, perlopiù si pensa solo a chi l'ha commesso e a chi l'ha subito. Eppure c'è un terzo soggetto a pagare un prezzo molto alto: i familiari di entrambe le parti in causa che, seppur in posizioni tanto distanti, condividono un dolore. L'ha spiegato bene Silvia Giralucci, cui le Br hanno ucciso il padre: "Vedevo un detenuto giocare con i suoi figli e ho capito che io e loro eravamo uguali: entrambi cresciuti senza un genitore". Dell'impatto sulle famiglie si è parlato oggi nel carcere Due Palazzi di Padova, nel corso dell'annuale giornata di studi organizzata da Ristretti Orizzonti, quest'anno dal titolo "Spezzare la catena del male". In una mattinata ricca di emozioni, lacrime e riflessioni, figli, genitori, compagni di vittime e detenuti hanno confuso le loro voci, per raccontare l'impatto sulle loro vite, da entrambi i lati della "barricata". Tra loro alcuni nomi noti, come Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, e Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo ucciso dal brigatista Walter Alasia. Ha parlato anche Lorenzo Clemente, marito di Silvia Ruotolo, uccisa per sbaglio in una sparatoria di Camorra.
"Dopo la morte di mio padre sono passata attraverso vari stadi - ha spiegato Agnese Moro -: all'inizio ho provato rabbia e rancore, che a lungo andare rischiano di rovinarti la vita. Superato quel momento ho capito l'importanza di spezzare la catena del male e ho compreso che spettava a me questo compito, cercando di riconoscere l'umanità dell'altro. È importante fare questo perché il male non si ferma da solo: l'ho capito guardando i miei figli, a loro volta danneggiati da quell'evento poiché in me, da allora, qualcosa si è spezzato".
Rabbia e rancore stavano per rovinare anche la vita di Giorgio Bazzega, orfano dall'età di due anni e mezzo, che stava affogando "nella cocaina e nelle cattive compagnie" come ha lui stesso raccontato. Fino alla svolta, nata dalla consapevolezza di non stare vivendo la propria vita. Attraverso il blog di Giovanni Fassanella ha conosciuto Mario Ferrandi, ex di Prima Linea: "All'inizio ci sono state delle grandi litigate, poi abbiamo imparato a discutere e confrontarci. Quando l'ho incontrato, poi, sono riuscito a sostituire i mostri che avevo nella mia testa in persone. Oggi non ce l'ho con chi ha ucciso mio padre ed è stato a sua volta ucciso, ma con chi ha indottrinato, armato e mandato al macello quel ventenne. Ora con Mario siamo amici e mi è capitato di cercare un contatto con suo figlio, che sente tutto il peso di un cognome ingombrante".
I figli, appunto: coloro che un detenuto chiama "vittime senza volto". "Oltre alla responsabilità sociale - ha detto il recluso - abbiamo la responsabilità di aver minato in modo indelebile le loro vite e le loro personalità. La parola più usata qui è "infame". Ecco, io oggi penso che non ci sia persona più infame di chi ha tradito il proprio figlio con i suoi atti e la sua assenza". E poi c'è chi, come Katia, moglie di un compagno e madre, sente di essere abbandonata da tutti. Mentre Jenny, sorella di un recluso, ha capito l'importanza di stare sempre vicino al fratello e di fargli sentire la presenza della famiglia perché "solo così si potrà spezzare la catena e reintegrare davvero una persona".

 

 

 

 

 


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