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Il dialogo difficile tra i familiari delle vittime e i condannati PDF Stampa E-mail
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di Kenka Lekovich

 

Il Piccolo, 22 maggio 2010

 

Incontro nella Casa di Reclusione di Padova. Ilaria Cucchi: "Mio fratello ha pagato troppo duramente". Agnese Moro: ho conosciuto il male.
In questa Italia del tutti contro tutti, un incontro come quello tenutosi ieri nella Casa di reclusione di Padova dal titolo "Spezzare la catena del male", è un segnale che non passa inosservato. Tanto più se i dialoganti sono i familiari di vittime di reati e quelli di chi invece li ha commessi e perciò privato della libertà. Ma anche di chi, entrato in carcere e non di rado per reati minori e in attesa di giudizio, non ne è mai uscito vivo. Vittima di una "morte sospetta", una tra le tante su cui le Procure sono tenute a indagare, il più delle volte nel silenzio dei Media e nell'assenza dell'opinione pubblica, distratti dallo schiamazzo generale. Un dialogo per nulla scontato, tra cittadine e cittadini che portano nomi come Agnese Moro, figlia di Aldo Moro. Sabina Rossa, figlia di Guido, operaio ucciso dalle Br. Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, maresciallo di polizia ucciso dal brigatista Walter Alasia.
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane morto il 22 ottobre 2009 a Regina Coeli dopo 6 giorni di detenzione e che difficilmente dimenticheremo. E poi mogli, padri, familiari e detenuti che nel raccontare a una platea di 500 spettatori quanto duro sia trovarsi dalla parte sbagliata del destino, hanno lanciato una sfida che va ben oltre i singoli vissuti: la volontà di rompere non tanto un "Male archetipico" astratto, bensì quel diffuso clima di "cattiveria sociale" che non risparmia nessuno. "Conosco il male perché anch'io so fare il male e l'ho fatto", ha testimoniato Agnese Moro.
"E ho imparato che non si ferma da sé, se non c'è una decisione. Anche se dire basta non è sufficiente; bisogna essere in due a volerlo. Il male si ferma quando si ricuce un tessuto di umanità che è stato ferito". Che fare quando per l'altro il male è una scelta di vita, si è chiesto Lorenzo Clemente, marito di Silvia Ruotolo, uccisa a 39 anni per errore, durante un regolamento di conti tra camorristi. Trovando la risposta nel carcere minorile di Nisida, dove sono cresciuti gli assassini di sua moglie e dove fa il volontario con l'obiettivo di "levare figli alla Camorra".
Capovolgendo la situazione, un detenuto ha raccontato la sua esperienza in un progetto con le scuole, parlando di incontri "faticosi", che "mettono in imbarazzo, obbligano a essere schietti, con se stessi prima di tutto". Ma determinanti per far capire, come è stato ribadito a più voci, che dietro al "mostro" c'è sempre una persona e che quella persona di solito viene da una famiglia "normale". In una parola: non c'è una predestinazione a delinquere. E quando quel figlio finisce in carcere, resta un essere umano. "Mio fratello ha sbagliato, ma doveva pagare in maniera diversa" ha detto Ilaria Cucchi. "L'istituzione deve avere il coraggio di andare a fondo del suo volto violento. È il solo modo per tutelare quello buono", ha ammesso Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate.
I lavori, coordinati da Adolfo Ceretti, docente di criminologia alla Milano-Bicocca, assieme a Silvia Giralucci, orfana di padre ucciso dalle BR e volontaria nella redazione di Ristretti Orizzonti (giornale fatto da detenuti tra i più impegnati nel suo genere in Italia) e Ornella Favero che lo dirige, si sono conclusi con una serie di proposte per ottenere pene più umane e rispettose dei diritti. E l'invito a non smettere di ricercare l'umanità dell'altro attraverso il confronto, immaginando una giustizia dialogica, affinché "l'obbedienza cieca che sempre produce cose terribili, diventi intelligente e responsabile".

 

 

 

 

 


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