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Al Due Palazzi detenuti e vittime: in 500 per l'incontro "Spezzare la catena del male" PDF Stampa E-mail
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di Gianluca Amadori

 

Il Gazzettino, 22 maggio 2010

 

Un confronto tra detenuti e vittime dei reati per cercare di "Spezzare la catena del male". E con loro anche con i familiari dei detenuti: genitori, coniugi e figli, vittime anch'essi, pur sen-za colpe, delle conseguenze dei crimini commessi. Ognuno ha raccontato la sua storia, perché serva ad evitare ad altri gli stessi errori, le stesse sofferenze. E ha auspicato che il carcere possa diventare davvero luogo di giustizia e di recupero, offrendo al tempo stesso una dimensione più umana e dignitosa a chi deve scontare la pena. Erano quasi 500, ieri mattina, all'interno del carcere Due Palazzi di Padova, alla giornata nazionale di studi organizzata dai detenuti di Ristretti Orizzonti, l'agenzia d'informazione del carcere padovano, assieme alla direzione del penitenziario alla Confe-renza nazionale volontariato giustizia.
C'erano volontari, assistenti sociali, magistrati, avvocati e tanti ragazzi, oltre a numerosi familiari e a 120 detenuti, che hanno lavorato per gestire i dettagli operativi, com-preso il buffet. Alcuni di loro hanno aperto il dibattito raccontando la propria storia, i propri errori, il percorso compiuto in carcere per cambiare, l'impegno rivolto soprattutto ai giovani affinché la loro esperienza possa servire ad altri per evitare gli stessi sbagli.
"Può capitare a tutti, non esistono predestinati", ha raccontato un detenuto. "Non cerchiamo compassione", ha precisato un altro, spiegando che, però, investire sul fattore umano nelle carceri significa disinnescare "bombe ad orologeria". Ecco perché sono state chieste carceri dignitose, con più momenti di incontro e colloquio con i propri cari. E perché propongono un dialogo, un confronto con le vittime dei reati: unico modo per cercare di superare assieme l'odio, la sofferenza, il dolore. E fermare la catena del male, come ha spiegato l'organizzatrice della giornata, la giornalista Ornella Favero, che in carcere a Padova sta lavorando da anni con risultati sorprendenti.
L'odio, la rabbia, il rancore, si possono superare. Lo ha dimostrato l'intervento pacato di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane morto una settimana dopo l'arresto a Roma, che ha dichiarato di non avercela non le istituzioni, ma di pretendere solo la verità. E lo dimostrano le parole della giornalista Silvia Giralucci, figlia Graziano, assassinato dalle Brigate rosse che un tempo pensava che l'unica soluzione fosse sbattere i criminali dietro una cella e gettare via le chiavi e ora si batte per i diritti dei detenuti; e ancora quelle della figlia di Aldo Moro, Agnese. "La giustizia è un percorso di rieducazione, un atto collettivo finalizzato a ricostruire le regole sociali violate, non alla vendetta".

 

 

 

 

 


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