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Roma: guerra di successione sull'eredità di Pignatone in Procura PDF Stampa
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di Giuseppe Salvaggiulo

 

La Stampa, 15 maggio 2019

 

Sette anni fa Giuseppe Pignatone si era presentato ai 90 magistrati della Procura di Roma senza proclami. Con la stessa sobrietà li ha salutati dieci giorni fa: nessuna cerimonia pomposa, cena ospitata dai carabinieri lontano dalla mondanità capitolina.

Poche parole e una foto di gruppo da "compagni di scuola". Ma dopo il brindisi, tra i pubblici ministeri le conversazioni hanno mutato tenore, volando dall'amarcord all'incerto futuro. Non senza timori. Ieri la commissione incarichi del Consiglio superiore della magistratura ha avviato l'esame dei candidati alla successione. Scelta destinata a segnare il destino non solo dell'ufficio giudiziario più importante del Paese (con inchieste aperte che toccano il Campidoglio, il governo, partiti di destra e sinistra, corpi militari e organi giudiziari per non parlare delle mafie), ma di tutta la magistratura.

A cascata, il Csm si misurerà con più di 100 nomine di vertice, tra cui 11 presidenze di sezioni di Cassazione e 14 Procure. In primis Torino. E Perugia e Brescia, ambite in quanto competenti a indagare sui magistrati di Roma e Milano. Nomine paralizzate (Torino è senza capo da sei mesi, senza che si sia mosso nulla) in attesa di capire che cosa accadrà nella Capitale.

In partenza i candidati per il dopo Pignatone erano tredici, ma ieri s'è capito che tre si contendono realmente il posto. Franco Lo Voi, attuale procuratore di Palermo, pareva in pole position. Per diverse ragioni: anzianità, curriculum (è stato anche al Csm e alla Procura europea) e appartenenza a Magistratura Indipendente, corrente uscita vincitrice dalle elezioni interne del 2018 e più dialogica con il governo gialloverde. Ma successivamente la sua posizione si è indebolita. Prima l'improvvida partecipazione alla cena di gala romana con tanto di simpatetica stretta di mano a Matteo Salvini. Poi il malumore di diversi esponenti della sua stessa corrente per lo scarso attivismo nella ricerca di consensi per la nomina. Infine, e soprattutto, il peso della continuità con Pignatone.

I pm a lui più legati, non è un mistero anche in assenza di pronunciamenti pubblici, considerano Lo Voi (a prescindere dalle casacche "politiche") il candidato che con più coerenza e determinazione proseguirebbe il lavoro. Al di là dei giochi di corrente, particolarmente acrobatici in una magistratura balcanizzata e in un Csm anomalo e fragile, la questione di fondo è diventata questa.

La garanzia di continuità, che rafforzava Lo Voi, pare ora (anche all'interessato) un boomerang, con l'emersione di voci, interne ed esterne alla magistratura e per le ragioni più diverse, che sul "metodo Pignatone" hanno da ridire al punto di consideralo una parentesi da chiudere al più presto. Metodo portato da Palermo a Reggio Calabria e infine a Roma, emancipandola dalla leggenda infausta di "porto delle nebbie": chiaro e unitario indirizzo investigativo, condivisione delle informazioni, fermo coordinamento della polizia giudiziaria, lettura non frammentata dei fenomeni criminali, uso non automatico dell'iscrizione nel registro degli indagati, rigoroso filtro probatorio all'azione penale. Metodo che si ritrova nelle inchieste sulle mafie (da "Mondo di mezzo" a quelle autoctone stile "Suburra").

E che non ha risparmiato i poteri pubblici più diversi: i tre ultimi sindaci, esponenti dei governi e dei principali partiti, carabinieri, magistrati ordinari e amministrativi. Elemento decisivo il ruolo della squadra di magistrati che più lo hanno condiviso e attuato, a cominciare dai procuratori aggiunti Michele Prestipino (antimafia, braccio destro di Pignatone anche a Reggio), Rodolfo Sabelli (reati economici) e Paolo Ielo, che ha coordinato le più delicate inchieste di corruzione (tra cui ora quella sul'ex sottosegretario Siri), additato dalla fronda anti Pignatone a simbolo della necessità di discontinuità.

In nome della quale sono salite (dentro e fuori Magistratura Indipendente, Procura e Csm) le quotazioni di Marcello Viola. Siciliano come Pignatone e Lo Voi (ma non palermitano), generalmente stimato ma con profilo diverso. Più asettico, meno interventista. Pm antimafia e giudice, poi capo a Trapani (che però non è Procura antimafia), dal 2016 procuratore generale a Firenze. Dove, alla cerimonia d'insediamento e all'inaugurazione dell'anno giudiziario, a salutarlo c'era Cosimo Maria Ferri, già leader della sua corrente e allora sottosegretario, oggi senatore Pd. Giuseppe Creazzo (terzo per anzianità ma secondo per curriculum dietro Lo Voi) ha lavorato a contatto con Pignatone in Calabria.

Pm del delitto Fortugno, dopo un passaggio fuori ruolo al ministero ha guidato la Procura di Palmi. Dal 2014 è a Firenze (dove ha chiesto e ottenuto l'arresto dei genitori di Renzi). Le sue possibilità dipendono dall'intensità del sostegno della sua corrente, la centrista Unicost, e dall'esito del duello Lo Voi-Viola. In caso di impasse, può essere la terza via.

 

 

 

 

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