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Il fascismo 2.0 e il governo della paura PDF Stampa
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di Ezio Mauro

 

La Repubblica, 15 maggio 2019

 

Incredibilmente, non basta ancora quel che sta succedendo. La discussione sul fascismo 2.0 sta imboccando una tangenziale che la porta lontano dal cuore del problema, come se la questione oggi fosse un ritorno della forma dittatoriale che ha deformato l'Italia per vent'anni.

E poiché quel ritorno è impossibile, si salta immediatamente alla conclusione assolutoria: tutto questo allarme attorno al pericolo fascista è inutile, sproporzionato, ideologico. Meglio parlar d'altro e far finta di niente, e ancora una volta non vedere, non sentire, rifiutandosi di capire. La novità dell'Italia di oggi, invece, è questo emergere di una cosa che chiama se stessa fascista, rivendica quell'identità e agisce di conseguenza, con incursioni e intimidazioni.

Il problema dunque, per chiunque eserciti una responsabilità istituzionale, ma anche soltanto politica e intellettuale, è domandarsi dove nasca questo fenomeno, come mai torni a manifestarsi proprio oggi, e perché ritrovi forma, spazio e consenso. Vorrei aggiungere un punto che a me pare decisivo: non è il problema di una parte, e cioè esclusivamente della sinistra italiana. È un problema della democrazia e della cultura, e negarlo non è soltanto un'ambiguità, ma qualcosa di più: una manifestazione di corrività.

L'altro elemento di svalutazione di questo neo-post-fascismo è l'area circoscritta in cui si manifesta, e il suo peso politico ridotto: tanto rumore - dicono i nuovi negazionisti - ancora una volta per nulla. La risposta a questa obiezione è semplice. Perché le manifestazioni di segno fascista si sono moltiplicate nell'ultimo anno, le organizzazioni che si richiamano a quell'impronta crescono e complessivamente questa espressione di irriducibilità più testimoniale che nostalgica ha preso un suo spazio abituale e addirittura un suo ruolo consolidato nel paesaggio politico febbricitante del nostro Paese.

Fino a trasformare il 25 aprile in un elemento di contrasto identitario al vertice dell'esecutivo, con una divisione polemica tra grillini e leghisti. Col risultato che non sappiamo più qual è oggi il pensiero sul fascismo del governo della Repubblica nata dalla Resistenza. Naturalmente le differenze dal passato sono molto forti: e ci mancherebbe altro, visto che viviamo in una democrazia, in mezzo all'Europa, nel 2019. Queste differenze non vanno sottaciute, ma al contrario evidenziate per capire la natura e la portata del fenomeno.

Che nasce non in continuità, ma prescindendo dal tragitto del regime, dal suo progetto di sopraffazione, dalla sua conclusione: in una parola, dalla tragedia nazionale che ha determinato. Ciò che oggi si definisce fascismo è fuori dalla storia, perché solo così può rivendicare un'identità senza farsi carico del peso di un'eredità, al riparo dal giudizio del secolo. Si tratta di una presenza situazionista, che nasce e si spegne nell'azione, con il gesto che torna a riassumere una politica, come estrema semplificazione del populismo.

Ma nello stesso tempo questa presenza-spot che appare e scompare, senza più una teoria perché tutto si riassume, si giustifica e si consuma nella violenza della prassi, trova un radicamento nel sociale, pescando nel disagio e ancor più nell'emarginazione, entrando di periferia in periferia nei territori abbandonati dalla politica tradizionale, perché considerati perduti.

Qui si impianta un welfare nero alla rovescia, all'insegna dell'egoismo invece che della solidarietà, dell'esclusiva invece che della condivisione, separando gli "italiani" (o addirittura "i romani", direbbe Di Maio) dagli altri, dai maledetti. Tutto questo, com'è evidente, nasce da un vuoto di radicalità della proposta politica abituale di fronte alle aree estreme del Paese, alla loro richiesta di una rappresentanza che è già immediatamente una protesta, forse una domanda di vendetta sociale, comunque una denuncia di abbandono, in ogni caso una proiezione di antagonismo.

Emarginazione, disagio, vendetta, confisca privatistica del welfare, ribellismo: se ci aggiungiamo l'ideologismo fascista, di per sé alternativo a tutto il sentimento repubblicano (istituzioni, Costituzione, tradizione democratica), dobbiamo prendere atto che la miscela è pronta, e c'è da stupirsi che non esploda. Cosa c'entra, a questo punto, ripetere che il fascismo non tornerà? È sicuramente vero.

Ma è altrettanto vero che è già tornato, in quest'altra forma disadorna e spuria, che dovrebbe bastare per domandarci dove abbiamo sbagliato, qual è la falla della nostra democrazia da cui questo fenomeno è riuscito a transitare ricoagulandosi, ritrovando voce, forza, legittimazione. Ecco, questo è il punto. Preoccupati di non vedere questa risorgenza che pure si riferisce ostinatamente al fascismo, di non sopravvalutarla, di non chiamarla per nome per non riprendere una pratica e una cultura antifascista, noi stiamo legittimando questa espressione estemporanea ma ormai sistemica, episodica ma sempre meno casuale, di destra estrema ideologicamente connotata.

La lunga e insistita banalizzazione che negli ultimi vent'anni è stata fatta del fascismo storico, unita a una costante svalutazione dell'antifascismo, si è tradotta in uno sdoganamento delle forme spontanee e irrituali in cui quel segno politico torna in tutt'altre dimensioni e con tutt'altre ambizioni a manifestarsi: dicendoci tuttavia che c'è uno spazio fascista, orgogliosamente fascista, nell'Italia di oggi. La questione dovrebbe preoccupare in primo luogo la destra cosiddetta moderata, se vuole esistere e se pensa di farlo con quella cultura. Perché rischia di essere non solo sfidata dal radicalismo fascista, ma contagiata, macchiata, mutilata e infine impedita. Dovrebbe inquietare i liberali, impegnati almeno in teoria nella manutenzione della democrazia italiana, e dei suoi capisaldi: cosa direbbero, cosa avrebbero già detto, se a sinistra riemergesse uno stalinismo organizzato e ramificato, capace di negare il gulag o di giustificarlo, prescindendo dal giudizio della storia, o ignorandolo?

Infine, la questione interpella Salvini, al punto che non può più evitarla. Ha strisciato la suggestione fascista, l'ha evocata ritraendosi e ritornando ad alludere, ha richiamato dalle tenebre il tabù nazionale e lo ha lasciato a mezz'aria, come un incantatore di serpenti dilettante. Da vicepresidente del Consiglio dovrebbe chiarire il suo pensiero sul fascismo storico, da ministro dell'Interno dovrebbe giudicare e valutare la sua ultima e attuale reincarnazione.

Non penso a misure di polizia: ma a un giudizio politico, che finora è mancato. Col sospetto e il risultato che alla ferocia xenofoba e alla fobia securitaria di questo governo il fascismo 2.0 serva come retroterra, retrogusto, retro-pensiero: una cornice nera per condizionare il Paese, giustificando il governo della paura.

 

 

 

 

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