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La propaganda armata PDF Stampa
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di Gianluca Di Feo

 

La Repubblica, 12 giugno 2019

 

C'è da chiedersi quanto nella scelta di premere il grilletto abbia influito "il turbamento psichico" o l'atmosfera creata nel Paese dalla propaganda del ministro dell'Interno.

Un colpo al cuore. Diretto e letale. Con una traiettoria che, stando alla prima ricostruzione, sembra indicare un proiettile esploso dall'alto verso il basso, dal balcone verso la strada. Insomma, qualcosa di più simile a un'esecuzione che non alla legittima difesa. Saranno le perizie definitive a determinare come è morto Ion Stavila, il ventiquattrenne moldavo ucciso mentre rubava nel negozio di Franco Iachi Monvin.

Il tabaccaio ha sparato sette pallottole per difendere duemila euro: a tanto ammontava il bottino del furto, l'ennesimo subìto nel giro di pochi anni. Lo ha fatto senza essere in pericolo, perché - come ha detto il procuratore di Ivrea - "dalle prime risultanze pare non ci sia stata un'aggressione alla persona ma solo al patrimonio".

E oggi c'è da chiedersi quanto nella scelta di premere il grilletto abbia influito "il turbamento psichico" - la formula introdotta dalla nuova legge salviniana per santificare la difesa sempre legittima - e quanto abbia invece pesato l'atmosfera creata nel Paese dalla propaganda del ministro dell'Interno. Che di fatto invita i cittadini a impugnare le armi e proteggersi da soli, smantellando qualunque proporzione tra il valore della vita umana e quello della proprietà. Le rivelazioni sulla dinamica dei fatti non hanno scosso il leader leghista, tornato ieri a proclamare il suo mantra pistolero: "Ribadisco che sono e sarò sempre a fianco dell'aggredito e mai dell'aggressore; in torto c'è l'aggressore e non l'aggredito".

Anche alla luce di queste parole, c'è da chiedersi quanto Franco Iachi Monvin sia stato vittima del clima diffuso dagli slogan sulla giustizia fai-da-te, dall'illusione creata con la nuova legge che l'uso del revolver sia permesso sempre e comunque. Perché se è il ministro dell'Interno a esaltare l'impiego delle armi, come si può essere sorpresi dalla reazione di un tabaccaio che esce sul balcone e spara alle spalle di un ladro in fuga? Salvini ha fatto della paura il fondamento del suo sistema di consenso, consapevole di rivolgersi alla pancia della nazione e spingerla a liberarsi da ogni rispetto delle regole per seguire l'istinto: "Tu rubi? Io ti ammazzo!".

Cavalca una grande deriva securitaria che viene amplificata con il varo di un provvedimento pomposamente chiamato Decreto Sicurezza, presentato come la soluzione finale a ogni problema. Mentre invece è uno zibaldone di norme, accatastate e disorganiche tanto da essere destinate ad aumentare la confusione più che l'ordine pubblico.

Un decreto che mette insieme misure ad personam, come le nuove sanzioni per chi soccorre i migranti in mare, introducendo strumenti di contrasto - le intercettazioni e gli agenti infiltrati - che vengono già impiegati da tempo contro le Ong. E poi unisce l'aumento delle pene contro i violenti degli stadi e delle piazze, ignorando che le sentenze definitive per queste persone sono sempre più rare, all'assunzione di 800 precari che da soli dovrebbero rendere celeri i processi. La realtà è chiara: si tratta di uno spot.

Serve a regolare i rapporti di forza nella maggioranza, concedendo al Viminale prerogative sul controllo del mare di altri dicasteri guidati dal M5S. E a trasmettere l'immagine di un ministro dell'Interno impegnato nel suo incarico, laddove invece non viene fatto nulla di concreto per migliorare la protezione dei cittadini. Per rispondere alla sensazione di insicurezza degli italiani sono necessarie vere riforme, che garantiscano la cattura e la punizione dei criminali di ogni nazionalità.

Ma questo non interessa a Salvini: lui ha bisogno della paura. Al punto da convincere la gente che sia sempre possibile sparare contro i ladri, armando l'esasperazione di un tabaccaio e trasformando un tranquillo negoziante di provincia in un giustiziere. Che adesso rischia di affrontare un processo e una dura condanna, per avere commesso un omicidio che solo il vicepremier considera legittima difesa.

 

 

 

 

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